Graziella Crialesi, la barista che si è ribellata ai clan: "Vi spiego perché non ho paura"
di Stefania Parmeggiani , di Stefania ParmeggianiROMA. "Chi si fa pecora il lupo se lo mangia. Tu cosa sei? Lupo o pecora?". Graziella Crialesi ricorda le parole della madre, il tono e lo sguardo con cui glielo diceva tanto tempo fa in Calabria. E poi guarda fuori dalla finestra, il grigio del cemento e quello del cielo a pochi metri dalla chiesa di San Giovanni Bosco dove il 20 agosto 2015, quattro anni prima del suo trasferimento a Roma, i Casamonica diedero l'ultimo saluto a Vittorio, il capo del clan: carrozza, cavalli neri, petali di rosa lanciati da un elicottero, la musica del Padrino e la città paralizzata di fronte a quella prova di arroganza. Dice: "È la prima cosa che mio fratello mi ha raccontato quando sono venuta a vivere in questo palazzo. Non immaginavo che con quella gente mi sarei scontrata anche io".
Graziella Crialesi, 58 anni, è la titolare del Rosy Bar in via Pietro Marchisio a Cinecittà Est, uno stradone vicinissimo al quartiere della Romanina, la roccaforte…
ROMA. "Chi si fa pecora il lupo se lo mangia. Tu cosa sei? Lupo o pecora?". Graziella Crialesi ricorda le parole della madre, il tono e lo sguardo con cui glielo diceva tanto tempo fa in Calabria. E poi guarda fuori dalla finestra, il grigio del cemento e quello del cielo a pochi metri dalla chiesa di San Giovanni Bosco dove il 20 agosto 2015, quattro anni prima del suo trasferimento a Roma, i Casamonica diedero l'ultimo saluto a Vittorio, il capo del clan: carrozza, cavalli neri, petali di rosa lanciati da un elicottero, la musica del Padrino e la città paralizzata di fronte a quella prova di arroganza. Dice: "È la prima cosa che mio fratello mi ha raccontato quando sono venuta a vivere in questo palazzo. Non immaginavo che con quella gente mi sarei scontrata anche io".
Graziella Crialesi, 58 anni, è la titolare del Rosy Bar in via Pietro Marchisio a Cinecittà Est, uno stradone vicinissimo al quartiere della Romanina, la roccaforte del clan dove i vertici, seppur colpiti da arresti e inchieste, vivono in ville a un solo piano, trincerati dietro alti muri e cancelli pesanti mentre gli altri, facendosi forti del cognome, spacciano, rubano, rapinano, picchiano e minacciano chi alza la testa, anche solo per difendersi. Come ha fatto lei, che all'arroganza si è ribellata ed è finita sui tiggì, premiata dalle istituzioni, protagonista di una Fiaccolata di Solidarietà e di due Aperitivi per la Legalità, ma che adesso, neanche quattro mesi dopo, si ritrova a fare i conti con il prezzo del coraggio: "Molti clienti li ho persi, mi hanno detto che ero matta a mettermi contro quella gente e hanno preferito allontanarsi. Altri, però, mi sono stati vicini. E comunque il mio bar non è stato chiuso due mesi per paura, che sia chiaro! Ho avuto dei problemi alla schiena, non potevo più fare tutto da sola. Trovare un lavorante non è stato facile, forse la gente pensava che non ne valesse la pena, ma alla fine si è presentato un ragazzo e l'8 febbraio ho finalmente riaperto".
La incontriamo a casa, di ritorno da una visita medica, l'ennesima a pagamento perché i tempi della sanità pubblica sono quelli che sono. E mentre prepara il caffè e porta in tavola dei dolci con la marmellata fatta da lei, tira fuori gli scatoloni delle fotografie. Delle due figlie femmine, ormai adulte e rimaste a vivere in Emilia, delle prime gare di sollevamento pesi e anche del primo matrimonio. E forse bisogna partire da qui, da queste foto in cui lo sposo non compare mai, tagliato via dalla scena con un paio di forbici, per raccontare la storia di Graziella e di come ha smesso di avere paura.
Comandano gli uomini
"Non sono stata sempre così, lo sono diventata. Nasco in Calabria e cresco in una famiglia tradizionale, quattro figli, con una madre che mi invita a farmi lupo e nello stesso tempo vive da pecora, senza mai ribellarsi. Non che sia la sola, funziona così, comandano gli uomini. Ma a me non piace e anche per questo i ragazzi calabresi non li guardo neppure. A diciannove anni sposo un emiliano e vado a vivere al nord, in provincia di Modena. Frequento una palestra, il titolare mi chiede di sollevare il bilanciere, 80 chili. Ci riesco e lui propone di allenarmi. Sono brava, divento campionessa italiana di sollevamento pesi in tutte e tre le prove: stacco, squat e panca. A quel punto avrei la possibilità di andare agli Europei ma capisco subito che a quei livelli senza anabolizzanti è difficile andare avanti. Io quella robaccia non voglio prenderla, così mollo lo sport e faccio altro. Nel frattempo mio marito comincia ad alzare le mani e io penso che la vita è strana, che me ne sono andata dalla Calabria per essere libera e invece mi trovo in quella situazione tremenda".
Sputi, calci e minacce
Graziella dice basta, trova la forza di lasciarlo e ricomincia tutto da capo. Nei trentacinque anni che vive in Emilia gestisce tre bar e una creperia. Si sposa altre due volte, ha due figlie femmine e un maschio ed è insieme all'ultimo, rimasta vedova, che si trasferisce a Roma. "Qui viveva uno dei miei fratelli, anche lui con una vita complicata alle spalle. Mi chiede di raggiungerlo e io penso che in fondo non è una brutta idea: uniamole queste solitudini!". Affitta casa nel suo stesso palazzo e il 10 marzo 2020 apre il suo primo bar romano, ma è costretta a chiuderlo dopo pochi giorni: scatta il lockdown. Lo scorso giugno prende in gestione il bar in via Marchisio e subito la mettono in guardia dai Casamonica. "Ci sono due appartamenti, uno alla destra e uno alla sinistra del bar, assegnati a delle donne con figli, ma chissà in quanti ci vivono. Sono persone che tutti conoscono: si servono da soli, non pagano mai e vogliono utilizzare il bagno del locale per dividere le dosi che poi vendono in strada. Non sono dei boss, solo gentaccia abituata a farla da padrone. Ma se lasci fare sono guai, finisce che i clienti per bene abbandonano il tuo bar e ti ritrovi solo con chi non paga e crea problemi".
Il 17 ottobre 2022 due donne entrano nel bar, ordinano caramelle e tè e pretendono di farlo gratis. Graziella le affronta: "Non è il costo, è il principio! Mi strattonano, mi danno un calcio, m'insultano. Sono una donna sola e coi capelli grigi, che ci vorrà a rimettermi in riga? Io rispondo e tiro un calcione, non sollevo più pesi ma sono forte. E, soprattutto, non ho paura. Arrivano gli uomini, dei vigliacchi, si schierano dall'altra parte della strada e osservano. Dicono che mi bruceranno il locale, che ho finito di vivere perché il quartiere è loro, è dei Casamonica. Mentre vado via con la polizia un piccoletto sputa a terra".
Il giorno dopo arrivano i giornalisti e le telefonate di solidarietà. Un clamore che la sorprende: "Non ho fatto nulla di eroico, non ho subito né un raid né un pestaggio come è accaduto a Roxana, la titolare di un altro bar sempre qui alla Romanina". Era il 2020, Antonio Casamonica e altri membri della famiglia picchiarono una disabile e la barista perché volevano essere serviti per primi. Dice Graziella: "La mia in confronto è stata una scaramuccia. Ma il punto è che nel quartiere i Casamonica sono poche decine e noi quindicimila, se ci ribellassimo tutti le cose cambierebbero".
Tanti le sono vicini, i bambini della scuola la riempiono di disegni, viene organizzata una fiaccolata. "Siamo in trecento e loro ci gridano buffoni!. Mio figlio perde una settimana di scuola per non lasciarmi sola al bar, una volante passa più volte al giorno, i poliziotti mi dicono di avvisarli se quelli si avvicinano o provano a intimorirmi. I loro bambini sfrecciano in bicicletta all'ingresso del bar, le donne mi indicano quando passano. E molti clienti si allontanano: eppure il vero problema è il loro. Perché io posso pure prendere in gestione un bar da un'altra parte, ma chi vive qui che intenzioni ha? Farsi pecora per sempre? Capisco la paura, lo so che paralizza, ma basta fare un passo, uno solo, per essere liberi".
Graziella non cede, chiude il bar per malattia e cerca un lavorante. Nel frattempo, grazie all'aiuto di don Antonio Coluccia, un sacerdote costretto a vivere sotto scorta per il suo impegno contro lo spaccio in varie periferie di Roma, accede a dei fondi che l'aiutano a fronteggiare la chiusura e a ripianare la situazione finanziaria: "Ora sono di nuovo qui, dietro il bancone, quella gentaglia ha ripreso ad additarmi ma se pensano di intimidirmi si sbagliano: li ho denunciati e non arretro di un passo".
Sul Venerdì del 24 febbraio 2022