✕

Agente Cobra, le confessioni del poliziotto più temuto di Roma

Attilio Alessandri in piazza dei Giuochi Delfici a Roma dove nel 1999 arrestò Massimo Carminati. (Luigi Narici/Agf) 
Inseguimenti, sparatorie, arresti: ora che è andato in pensione può raccontarli. Ma sempre protetto da un passamontagna
5 minuti di lettura

ROMA. Alto, massiccio, vestito di scuro. Ecco l'uomo che per oltre quarant'anni è stato il poliziotto più temuto di Roma. Indossa il passamontagna e attraversa piazza dei Giuochi Delfici dove nel 1999 arrestò Massimo Carminati. Erano passati pochi mesi dal furto al caveau della Banca di Roma all'interno del Palazzo di giustizia: 17 miliardi di lire spariti nel nulla e 147 cassette di sicurezza svuotate, intestate a giudici, avvocati, alti dirigenti dell'amministrazione giudiziaria, tutte personalità legate ai più grandi misteri d'Italia, dalla P2 all'omicidio Pecorelli, dalla Banda della Magliana alla strage di Bologna.

Attilio Alessandri era già l'"agente Cobra", la nemesi delle batterie di rapinatori che infestavano la città. Carminati non era ancora il capo dei capi di Mafia Capitale, ma sulla sua testa pendevano accuse gravissime. Ex militante dei Nar, vicino alla Banda della Magliana e ai serv…

ROMA. Alto, massiccio, vestito di scuro. Ecco l'uomo che per oltre quarant'anni è stato il poliziotto più temuto di Roma. Indossa il passamontagna e attraversa piazza dei Giuochi Delfici dove nel 1999 arrestò Massimo Carminati. Erano passati pochi mesi dal furto al caveau della Banca di Roma all'interno del Palazzo di giustizia: 17 miliardi di lire spariti nel nulla e 147 cassette di sicurezza svuotate, intestate a giudici, avvocati, alti dirigenti dell'amministrazione giudiziaria, tutte personalità legate ai più grandi misteri d'Italia, dalla P2 all'omicidio Pecorelli, dalla Banda della Magliana alla strage di Bologna.

Attilio Alessandri era già l'"agente Cobra", la nemesi delle batterie di rapinatori che infestavano la città. Carminati non era ancora il capo dei capi di Mafia Capitale, ma sulla sua testa pendevano accuse gravissime. Ex militante dei Nar, vicino alla Banda della Magliana e ai servizi segreti deviati, Er Cecato - soprannome che gli era stato affibbiato dopo lo scontro a fuoco con la polizia in cui aveva perso un occhio - era sospettato di essere lo stratega di quel colpo colossale, messo a segno in uno dei luoghi più sorvegliati della capitale, il Fort Knox italiano.

"Novanta minuti prima" ricorda ora Alessandri, "il capo della Squadra mobile mi aveva chiamato insieme a un collega nel suo ufficio. Di fronte ai magistrati di Perugia che indagavano sul furto al caveau ci chiese di andare a prendere Carminati". Alessandri contava sulle sue conoscenze nel sottobosco criminale. "Ma Roma è grande, dove cercarlo? Pedinammo suo fratello fino ai Giuochi Delfici, restando accucciati in auto fino a quando da via della Camilluccia non spuntò una Micra bianca. Ne scese Er Cecato. Quando gli fummo addosso non fece una piega: calmo, freddo, educato, ma evidentemente capace di soluzioni estreme".

In quella stessa piazza, ora il poliziotto indica l'edicola, il punto esatto in cui lo ammanettò. E spiega: "No, non è per lui che adesso indosso il passamontagna, quell'arresto se lo aspettava, credo che lo avesse messo in conto. Ma dopo tanti anni sulla strada qualche nemico me lo sono fatto e preferisco che il mio nome non sia associato a un volto. Non voglio problemi, non ora che sono tornato un libero cittadino".

Accettiamo la richiesta, lo fotografiamo di spalle o con il volto coperto. Non è un vezzo da sbirro, è una questione di sicurezza.

Alessandri, 61 anni, è andato in pensione nel 2022, dopo 42 anni in polizia e quattro promozioni per meriti speciali, quelle che vengono assegnate dopo azioni in cui si rischia la vita. Se non è un record, poco ci manca e adesso è qui, nella piazza di quel suo vecchio arresto, per accompagnarci in una lunga passeggiata criminale, la stessa che ha deciso di raccontare nel libro Agente Cobra appena uscito per Chiarelettere. Non un romanzo, ma un memoir in cui spiega ai lettori - e soprattutto ai giovani agenti - che cosa significa lavorare sul campo, all'antirapina, una delle sezioni dove più fischiano le pallottole. Un testo prezioso perché chi fa il suo lavoro è il contrario di chiacchiere e distintivo: si muove nell'ombra, e difficilmente parla.

"Ho scelto questo mestiere a sedici anni, dopo aver visto in televisione le immagini di via Fani. Più ancora del sequestro dell'onorevole Moro mi aveva colpito l'indifferenza con cui i brigatisti si erano sbarazzati di chi lo accompagnava. Quei corpi sotto un lenzuolo per loro non contavano nulla, abbattuti come birilli". A diciotto anni entra in polizia, frequenta la scuola di Alessandria e poi viene avviato a quella che potrebbe essere una brillante carriera sportiva. Corre forte, fortissimo, le Fiamme Oro gli promettono un posto in pianta stabile, ma lui rifiuta perché vuole stare in strada. Anche se quelli sono anni terribili, di agguati alle forze dell'ordine, sparatorie, uccisioni e stragi. Prima la celere a Milano, poi le volanti a Roma e nel 1982 la Squadra mobile: "Volevo scovare i criminali, impedirgli di nuocere".

È l'inizio di una lunga storia, prima alla Sezione sequestri di persona e criminalità organizzata, dove partecipa alla liberazione di Gianni Comper, un commerciante di bestiame segregato in una buca nelle campagne romane dall'Anonima sequestri. E poi si trova faccia a faccia con Pippò Calò, il cassiere di Cosa Nostra. "Mi chiedono di scortarlo alla Scientifica, in ascensore gli domando chi sia. Mi risponde: 'Picciotto, facisti tredici'".

Nel cuore della Mala

Dopo quelle esperienze - "la mia vera scuola" - nel 1985 passa all'Antirapina. "I gruppi terroristici come le Brigate rosse e i Nar erano ancora vitali, ma avevano ricevuto duri colpi e andavano sfaldandosi. Molti si erano riciclati nella criminalità organizzata. Cominciavano a imporsi con prepotenza le batterie dell'Alberone, di Primavalle, del Trullo, di Casal Bruciato, insomma gruppi di malviventi che di lì a poco sarebbero confluiti nella Banda della Magliana".

Partecipa anche all'operazione Colosseo, è uno dei seicento agenti che tra il 16 e il 17 aprile del 1993 scende in strada per mettere fine a quella stagione criminale e che nelle settimane successive, quelle di un'apparente calma, batte le strade di Roma per cercare di capire chi andrà a occupare il vuoto lasciato dalla Banda della Magliana. "Le zone del Prenestino e il quartiere Centocelle sono stati il mio regno. Roma è una grande città, ma i suoi quartieri sono mondi a sé, e alla fine tutti conoscono tutti. Specialmente da quelle parti, che erano più o meno il cuore della mala".

Alessandri ricorda anche Occhidighiaccio, un rapinatore legato ai Nar, e Germano Maccari, brigatista della colonna romana che partecipò al sequestro Moro. E poi il narcotrafficante Massimiliano Avesani, detto il Principe di Malaga, e l'Albanese, un criminale che insegue nel parco di Villa Pamphili rotolando insieme a lui tra i rovi. Il suo collega, raccontando l'azione, dice che Alessandri gli si è avvinghiato addosso come un cobra. "Da quel momento sono diventato l'agente Cobra e nel 1996 anche la mia squadra prese quel nome.  È difficile spiegare a parole il rapporto che mi ha legato ai miei uomini. Per decenni abbiamo condiviso tutto: attese, paure, gioie, pericoli, fame, sonno e veglia, preoccupazioni, tensioni. Abbiamo vissuto in simbiosi".

E hanno arrestato criminali feroci, che scaricavano mitra sulle fiancate dei furgoni portavalori o li sollevavano in aria con le ruspe per lasciarli poi cadere accartocciati sull'asfalto, le bande del buco e quelle che prendevano in ostaggio direttori di banca e uffici postali, ma anche gruppi di cocainomani allo sbaraglio come la Banda della mazza ferrata. "Uno di loro, soprannominato il Mandarino, durante il processo si alzò in piedi e cominciò a gridare:  "Tanto lo so che c'hai delle figlie, appena esco te le ammazzo!"".

Alessandri si ferma, sembra commuoversi, sa che ha tolto molto alla sua famiglia. "E ho pagato un prezzo per questo, anche se le mie ragazze mi hanno capito e sostenuto". Il libro che ha scritto è anche per loro.

Attilio Alessandri: oggi ha 61 anni (Luigi Narici/Agf) 

Piazza pulita. Dai rapinatori

Ormai è buio in piazza dei Giuochi Delfici, ma l'agente Cobra non è stanco. "Sono orgoglioso del mio lavoro. Rispetto a quindici anni fa gli assalti a banche e furgoni portavalori sono calati del 94 per cento. È stato merito di tutte le forze dell'ordine, non solo della polizia o della mia squadra, ma è innegabile che sia così".

Si può dire che la Roma di oggi è una città sicura? "Non dico questo, solo che molti cattivi maestri sono in carcere oppure morti. Il rischio vero, oggi, è legato ai criminali che ammazzano per nulla, senza motivo, marci di droga". Pensa a Luca Sacchi, il ventiquattrenne ucciso nel 2019 mentre si trovava con la fidanzata Anastasya davanti a un pub nel quartiere Appio. "Quando siamo andati a prendere Del Grosso, l'assassino che si era dato latitante, gli ho chiesto perché lo avesse fatto. Mi ha risposto: "Per questioni di droga", ma il povero Sacchi con la droga c'entrava ben poco".  Oggi è questo a spaventarlo: "La banalizzazione, la vita ridotta a merce, giovani uomini e donne che non sanno attribuire alcun valore né peso alle azioni che compiono, persone drogate di nulla, strafatte da una vita insensata, incapaci di soppesare le proprie responsabilità. La loro cattiveria consiste nel non saperlo nemmeno che sono così".

Quando si congeda, il primo maggio 2022, la squadra Cobra si scioglie: "Mi dispiace, certo, ma sono sicuro che la dispersione dei miei uomini sia feconda. Il mio è un lavoro che non si conclude: si diffonde". Poche settimane prima, il suo ultimo arresto. Il rapinatore, che ha assaltato un ufficio postale periferico, dopo le manette gli chiede: "Ahò, ma quando cazzo ce vai in pensione?".

Sul Venerdì del 3 marzo 2023