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Ultras, la geopolitica delle alleanze tra Italia e Europa

I Bad Blue Boys, gruppo ultrà della Dinamo Zagabria. Getty Images 
Gli striscioni romanisti bruciati dai tifosi della Stella Rossa a Belgrado raccontano di una delle tante, pericolose “fratellanze” tra club europei. Abbiamo cercato di ricostruirle
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Quel simbolo ultrà bruciato a febbraio nella curva dello stadio dedicato a Rajko Mitic a Belgrado poteva distrarre dal messaggio che il gesto conteneva. Dar fuoco a quello striscione con inciso il nome dei Fedayn, storico gruppo romanista, popolare, fondato al Quadraro, uno dei quartieri della Resistenza romana, non significava una sfida. Ma una dimostrazione. "Avete scelto la compagnia sbagliata": i caratteri in cirillico con cui i tifosi della Stella Rossa mandavano questo promemoria attraverso i 730 chilometri che li separavano da Roma non ne hanno criptato il senso. Che lasciava intendere come a volte basti spostare la pedina sbagliata sullo scacchiere delle alleanze europee per mettersi contro un esercito. 

Enfasi ed eccessi: si chiamano "fratelli", non amici, non tifosi. Rispondono a logiche di branco, a dinamiche che chiamano "cultura ultras", in cui scontrarsi con le forze dell'ordine è una medaglia da esibire, meglio ancor…

Quel simbolo ultrà bruciato a febbraio nella curva dello stadio dedicato a Rajko Mitic a Belgrado poteva distrarre dal messaggio che il gesto conteneva. Dar fuoco a quello striscione con inciso il nome dei Fedayn, storico gruppo romanista, popolare, fondato al Quadraro, uno dei quartieri della Resistenza romana, non significava una sfida. Ma una dimostrazione. "Avete scelto la compagnia sbagliata": i caratteri in cirillico con cui i tifosi della Stella Rossa mandavano questo promemoria attraverso i 730 chilometri che li separavano da Roma non ne hanno criptato il senso. Che lasciava intendere come a volte basti spostare la pedina sbagliata sullo scacchiere delle alleanze europee per mettersi contro un esercito. 

Enfasi ed eccessi: si chiamano "fratelli", non amici, non tifosi. Rispondono a logiche di branco, a dinamiche che chiamano "cultura ultras", in cui scontrarsi con le forze dell'ordine è una medaglia da esibire, meglio ancora se all'estero. "I più temibili sono oggi nell'Europa dell'est" ci racconta un capo tifoso ceco, "e ovviamente nei Balcani. E poi i russi, sempre molto allenati e pronti al combattimento, come i polacchi: sono gli hooligans 2.0". Eserciti che si allenano alla lotta, praticano arti marziali. Più le azioni sono violente, più si accresce il proprio status, pubblicizzandolo tramite i social: nuovi metodi di combattimento e diffusione su internet. Come quello striscione giallorosso bruciato in diretta tv. 

Striscioni della discordia

I romanisti, agli occhi dei serbi, hanno commesso un errore insopportabile: legare con i croati. E non croati qualunque, ma i Bad Blue Boys, hooligans della Dinamo Zagabria, fascisti capaci di sfilare col braccio teso prendendo in ostaggio le strade di Milano prima di una partita del Milan: nostalgici degli ustascia, nel 1990 furono i protagonisti degli scontri allo stadio Maksimir raccontato dalla leggenda come l'inizio della guerra nei Balcani. Da sempre nemici giurati dei Delije della Stella Rossa che, per la loro attitudine alla lotta, furono addirittura reclutati da Zeljko Raznatovic, la "tigre" Arkan. 

Da Belgrado parte l'asse più saldo delle alleanze sul tifo europeo. E lega i Delije della Stella Rossa ai Fratria dello Spartak Mosca e ai Gate 7 dell'Olympiakos, squadra del Pireo, Atene: i "fratelli ortodossi", in comune hanno i colori bianco e rosso, le idee filo russe e l'appartenenza a Paesi che si riconoscono nel credo religioso. "Tre fiori, due colori, una fede", lo slogan, sostenuto da coreografie incrociate allo stadio e sfilate congiunte nelle strade. Il legame politico tra Russia e Serbia è stato il collante naturale tra hooligans della Stella Rossa e dello Spartak. Nell'86, con i serbi in trasferta ad Atene, i Gate 7 si unirono a loro contro i rivali del Panathinaikos, storicamente di destra.

I greci del Gate 7 hanno poi favorito un'altra grande amicizia, avvicinando i Delije serbi e le due curve del Napoli. La Curva B più storica, la Curva A più violenta, radicata nel Rione Sanità. Nemici giurati dei romanisti dall'87, quando la loro amicizia andò in frantumi allo stadio Olimpico, molti hanno "letto" il furto dello striscione dei Fedayn come un atto di amicizia dei serbi verso i napoletani. Per la solita, inequivocabile logica: il nemico del mio nemico è mio amico. 

La stessa per cui i Delije odiano i milanisti, amici dei 40+ del Partizan, l'altra squadra di Belgrado. E per cui gli stessi napoletani - legatissimi ai bulgari del Lokomotiv Plovdiv, dove il gruppo più forte si chiama addirittura "Napoletani ultras" - sono invece stati aggrediti e schiaffeggiati con guanti rinforzati in sabbia di quarzo appena messo piede a Francoforte. Gli Ultras Frankfurt infatti chiamano "fratelli" gli ultras dell'Atalanta, nemici giurati dei napoletani. Due tifoserie storicamente orientate a sinistra, diventate amiche un pomeriggio del 1999: il gruppo Nomadi dell'Atalanta era in viaggio a Treviso, lì incontrò una delegazione dei tedeschi arrivati in Veneto per ritirare del materiale per il loro gruppo. Qualche ora dopo, si ritrovarono in quattromila a far compagnia ai bergamaschi sulle tribune dello stadio. Da quel giorno, oltre ventitré anni di amicizia, celebrata anche con messaggi di sostegno a Bergamo durante i mesi infernali in cui il Covid mise la città alle corde. 

Verona chiama Londra

La storia delle amicizie europee è iniziata grazie a un viaggio a Londra. Era il 1976 quando un gruppo di veronesi, affiliati alle Brigate Gialloblù dell'Hellas, con una spiccata tendenza a destra, durante un soggiorno nella capitale inglese riuscirono a incontrare gli hooligans del Chelsea, gli Headhunters, una delle "firm" più violente del panorama calcistico inglese, ormai scomparsa. Fascisti, violentissimi e temuti, erano tutto ciò che quei ragazzi ambivano a diventare. La bandiera delle Brigate comparve allo stadio del Chelsea, la Union Jack inglese divenne presenza fissa al Bentegodi: è il momento in cui la cultura hooligans inizia a permeare le curve italiane, aprendo la stagione che sostituì il terrorismo politico nelle strade con la violenza gratuita negli stadi.

Gli amici dei nemici

Oggi la "palestra" europea degli hooligans è la Polonia. Gli hooligans affiliati ai due club di Cracovia hanno rifiutato di firmare il Patto di Poznan del 2004 in cui tutte le altre tifoserie hanno accettato di smettere di usare armi negli scontri: Cracovia è diventata "la città dei coltelli", soprattutto quando alcuni ultras del Wisla, gli Sharks, hanno aggredito a colpi di machete un membro di un gruppo rivale, The Jude Gang, di fede ebraica.

Gli arresti hanno indebolito l'amicizia degli Sharks con gli ultras della Lazio, gli ex Irriducibili: a Ponte Milvio ricordano ancora le braccia tese degli "squali" di Cracovia, nel 2015. Più solido il rapporto con i Sofia West '99 del Levski Sofia: prima dell'ultimo derby, la questura di Roma temeva che la loro presenza diventasse l'occasione per una sfilata internazionale pro Putin nelle strade romane.

Le presenze degli amici internazionali infatti si fanno più massicce, più rumorose quando il livello della sfida sale: non tanto in campo quanto fuori, tra gruppi nemici. Una delle ultime morti in Italia legata al tifo è quella del supporter di Varese Daniele Belardinelli prima di un Inter-Napoli. Una notte di follie ultras a cui parteciparono, insieme agli interisti, i francesi della Populaire Sud di Nizza, storicamente vicini della curva nord.

E se è vero che a volte il legame è persino folkloristico, come quello del gruppo Schickeria München del Bayern, che ha legato con gli ultras della Sambenedettese e della Civitanovese, squadre dilettantistiche marchigiane, grazie a raduni antirazzisti, molto più spesso l'amicizia è altro. Quella tra gli juventini e gli olandesi dell'Ado den Haag poteva persino diventare un'occasione di business tra le società. Ma la sintesi migliore è in quel messaggio con cui a Marsiglia celebrarono la più longeva alleanza su scala europea: quella con i tifosi della Sampdoria. Quando arrivarono al Vélodrome, i napoletani non avevano una rivalità esplicita con i francesi. Ma a Napoli erano gemellati col Genoa, i rivali cittadini dei sampdoriani e a Marsiglia volevano essere chiari: "I nemici dei nostri fratelli sono nostri nemici". In fondo, la cultura ultras è tutta qui.