Lama e alpaca, gli allevamenti possibili anche in Italia
di Sanzia Milesi , di Sanzia MilesiSputare non ha certo tolto fascino sul pubblico ad alpaca e lama, sempre più in voga come animali, se non da pet therapy, almeno da compagnia. Stando al Sistema informativo veterinario, istituito come anagrafe nazionale dal ministero della Salute, si tratterebbe di un vero e proprio boom. Negli ultimi 4 anni gli allevamenti di camelidi sarebbero più che quadruplicati: 189 nel 2019, 847 a fine 2022.
Si conterebbero così oggi in Italia ben 619 allevamenti di alpaca (61,5 per cento) e 306 di lama (30,18 per cento), cui si aggiunge un altro 8,32 per cento tra dromedari e cammelli, guanaco e vigogna. Presenze diffuse soprattutto al Nord, anche per ragioni climatiche: al top la Lombardia (22,9 per cento), che doppia Piemonte (12,5 per cento) e Veneto (11,6 per cento). A spopolare è la cosiddetta "collezione faunistica" (78,8 per cento tra giardini zoologici e fattorie), che scalza il più storico impiego per la produzione di fibre pregiate (21,2…
Sputare non ha certo tolto fascino sul pubblico ad alpaca e lama, sempre più in voga come animali, se non da pet therapy, almeno da compagnia. Stando al Sistema informativo veterinario, istituito come anagrafe nazionale dal ministero della Salute, si tratterebbe di un vero e proprio boom. Negli ultimi 4 anni gli allevamenti di camelidi sarebbero più che quadruplicati: 189 nel 2019, 847 a fine 2022.
Si conterebbero così oggi in Italia ben 619 allevamenti di alpaca (61,5 per cento) e 306 di lama (30,18 per cento), cui si aggiunge un altro 8,32 per cento tra dromedari e cammelli, guanaco e vigogna. Presenze diffuse soprattutto al Nord, anche per ragioni climatiche: al top la Lombardia (22,9 per cento), che doppia Piemonte (12,5 per cento) e Veneto (11,6 per cento). A spopolare è la cosiddetta "collezione faunistica" (78,8 per cento tra giardini zoologici e fattorie), che scalza il più storico impiego per la produzione di fibre pregiate (21,2 per cento).
Moda e natura
A spiegare sotto altra luce il dato è Pasquale Scognamiglio, presidente della Società nazionale Alpaca e Lama: "Indubbiamente c'è una netta crescita da almeno una manciata d'anni e anche noi dal 2014 abbiamo triplicato gli iscritti. Ma questi numeri sono più che altro dovuti al Regolamento europeo che dal 2019 ha introdotto l'obbligo di registrazione. Parliamo per altro di un dato ancora fortemente sottostimato. Ad oggi la Banca dati nazionale non consente agli allevatori di registrare direttamente i nostri animali. I numeri sono immessi tramite le Asl, dietro input di ogni singolo allevatore e non tutti segnalano i capi. In Italia ipotizzerei piuttosto la presenza di 2.000/2.500 esemplari".
Anche il numero di aziende che si occupano di questi animali non è certo. Su Infocamere risultano attive, a gennaio 2023, 26 ragioni sociali. Mentre Snael dichiara 42 soci, a cui vanno aggiunti, da un lato i 6 iscritti della Società italiana Alpaca - l'altra associazione nazionale di settore - dall'altro le tante realtà che svolgono attività senza vincoli associativi. Evidente è però il prevalente utilizzo di questi animali ed è proprio nelle maglie larghe di queste attività, non sempre inquadrate aziendalmente, che si celano le maggiori presenze.
Non si tratta più solamente di allevamenti per vendere e riprodurre capi o ricavare la pregiata fibra, disponibile in 22 colorazioni naturali e ricercatissima nell'alta moda. Il vero exploit è dato dal loro utilizzo in fattorie didattiche, passeggiate e trekking, addirittura come attrazione ai matrimoni o in videochiamata.
L'esperienza di Camilla Esclapon è esemplare: veterinaria classe 1971, propone passeggiate con Elvis & Co alle porte di Firenze: "Con Mio Alpaca faccio consulenza, tra cui pet therapy e team building aziendale, ma non sono né una ditta agricola né una fattoria didattica. Ho iniziato 6 anni fa come "genitore di animali" perché mi piaceva passeggiarci nel bosco e ora condivido quest'esperienza con quanti vogliono interagire con i miei 8 alpaca e 4 lama. Soprattutto dopo il Covid è esplosa una vera mania, ma c'è chi li vede solo come una macchina da soldi e purtroppo li tengono in luoghi inadatti e con incuria. Stanno arrivando solo ora le prime regole e alcune Regioni hanno introdotto una metratura minima ad animale".
Quanto costano
Così il business risulta vario, con tariffe che oscillano. Per l'acquisto di un esemplare, si va dai 600 ai 15 mila euro a seconda del pedigree. Un buon capo può produrre anche 4 chili di fibra di prima scelta, venduta grezza a quasi 200 euro al chilo. Mentre una passeggiata di un'ora con un alpaca può stare attorno ai 50 euro o più. Quanto ai costi invece, per il mantenimento di due alpaca, il sito Sia indica attorno ai 700 euro l'anno.
Ma lo sviluppo di queste attività economiche, oltre alla salute degli animali, passa da un'attenta azione legislativa. "Come Snael" prosegue Scognamiglio, "ci occupiamo di creare un network tra allevatori e chi possiede camelidi a livello amatoriale. Attualmente sono animali inquadrati "da reddito agricolo" e quindi partecipiamo ai bandi regionali del Piano di sviluppo rurale, ma puntiamo a un più vasto riconoscimento. Innanzitutto è necessario rendere attiva l'anagrafe per registrazione, microchip, vaccinazioni, nonché per definire l'albero genealogico e fare selezione dei capi".
Lo stop del Perù
Nel mondo si stimano 3 milioni di alpaca (solo il 7 per cento di razza Suri, il resto Huacaya) e il 94 per cento sono in Sud America originari del Perù. Secondo i dati Ice, proprio nel Paese sudamericano si concentra l'80 per cento della produzione mondiale di alpaca, con un export tessile di 1,64 milioni di dollari nel 2021 (+62,5 per cento rispetto al 2020).
In Italia invece, si esportano poco meno di 200 mila euro di fibra grezza di camelidi (+25,6 per cento nel decennio, certifica l'Istat). Quanto ai camelidi vivi, nel 2020, l'import italiano era di appena 11mila euro; mentre nel 2016, si registrava un import di oltre 40 mila euro e un export di 5 mila euro.
Conferma il presidente Snael: "Come selezione animali siamo parecchio indietro e l'export italiano è pressoché nullo. Importiamo invece in Europa soprattutto dall'Inghilterra. A livello mondiale al top c'è il Perù, ma per tutelare il patrimonio nazionale dalla fine anni 80 hanno chiuso le esportazioni".
Sul Venerdì del 10 marzo 2023