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In politica il verde fa tendenza (ma non per i Verdi)

Milano, 4 agosto 2001. La protesta ambientalista per  chiedere la costruzione del depuratore (Duilio Piaggesi / Fotogramma) 
Da Schlein a Conte (passando per De Benedetti) sono tanti quelli oggi che vorrebbero trasformare in voti l'emergenza ambientale. Ci riusciranno? 
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ROMA. Poi arrivò anche Elly Schlein con il suo partito "femminista ed ecologista". Sono i primi due aggettivi pensati dalla neo segretaria Pd per riassumere il nuovo corso. Femminismo a parte, non è la prima: ci avevano già pensato Achille Occhetto, inserendo nel '91 il suo Pds nel grande solco dell'"ecosocialismo" (sciogliendo il Pci disse: "Apriamo alle forze laiche socialiste e ambientaliste") e Walter Veltroni, che al Lingotto nel 2007 battezzò il suo Pd come "un partito ambientalista". Le cose non sono andate proprio così,  nonostante in tutti questi anni i copywriter della politica di centro-sinistra si siano dannati per trovare simboli che potessero strizzare l'occhio al Sole che ride: margherite, querce, ulivi, rose, stelle alpine - oltre alle api e agli asinelli: "Avete deforestato mezzo Paese, ma i volti sono sempre gli stessi", disse un acido Matteo Renzi prima di dime…
ROMA. Poi arrivò anche Elly Schlein con il suo partito "femminista ed ecologista". Sono i primi due aggettivi pensati dalla neo segretaria Pd per riassumere il nuovo corso. Femminismo a parte, non è la prima: ci avevano già pensato Achille Occhetto, inserendo nel '91 il suo Pds nel grande solco dell'"ecosocialismo" (sciogliendo il Pci disse: "Apriamo alle forze laiche socialiste e ambientaliste") e Walter Veltroni, che al Lingotto nel 2007 battezzò il suo Pd come "un partito ambientalista". Le cose non sono andate proprio così,  nonostante in tutti questi anni i copywriter della politica di centro-sinistra si siano dannati per trovare simboli che potessero strizzare l'occhio al Sole che ride: margherite, querce, ulivi, rose, stelle alpine - oltre alle api e agli asinelli: "Avete deforestato mezzo Paese, ma i volti sono sempre gli stessi", disse un acido Matteo Renzi prima di dimettersi da rottamatore del Pd.
Ma, ed è quello che qui più importa, a essere interessata a un potenziale bacino elettorale verde, oggi Elly Schlein non è la prima e di certo neppure l'unica. Insieme a lei, nel gruppetto di testa per accaparrarsi un eventuale voto green, c'è anche il líder máximo del M5S, Giuseppe Conte, già impegnato a non farsi sottrarre, dopo tanti cortei pacifisti e comizi da capopopolo, quel voto red che aveva appena tentato di sgraffignare ad Enrico Letta. In vista delle Europee del 2024 ha già bussato alle porte del Gruppo dei Verdi a Bruxelles ricevendo un ok di massima dal co-presidente Philippe Lamberts. Dice Conte al Venerdì: "L'ecologismo da salotto non può più funzionare, e men che meno uno sbrigativo greenwashing. Per vittorie elettorali convinte e di spessore servono competenze scientifiche ed esperienza sul campo. Per quanto ci riguarda le abbiamo entrambe, perché la tutela dell'ambiente è da sempre nel nostro Dna, è parte fondante del nostro statuto. Due anni fa abbiamo anche cambiato simbolo inserendo la data del 2050 per dimostrare che quella dell'azzeramento delle emissioni è la scelta decisiva per la sopravvivenza del Pianeta". 
Poi ci sarebbe Maurizio Landini, segretario della Cgil, che da due anni, ogni 3 marzo, partecipa allo Sciopero Globale per il clima indetto dai ragazzi dei Fridays for Future. Infine, a guardare in una prospettiva elettorale l'ondata verde che avanza, ecco spuntare l'ingegner Carlo De Benedetti, ex tessera numero uno del Pd. Secondo i rumors, starebbe pensando, addirittura, di metterlo in piedi lui, un partito verde. Sarà vero? Interpellato dal Venerdì, consegna (non smentendo) queste fumose parole: "Diciamo che sto facendo una riflessione piuttosto ampia nell'ambito di un mio progetto". Più esplicito il titolo del suo ultimo libro: Radicalità. Il cambiamento che serve all'Italia (Solferino): "Bisogna fermare la devastazione non di un Paese, ma del Pianeta intero", scrive, in vista di un "Rinascimento europeo basato sull'ecologia, la bellezza, le energie rinnovabili, le nuove tecnologie". Presentandolo di recente a Milano, ha aggiunto: "Oggi è il tempo di un nuovo e moderno socialismo, è il tempo del coraggio". Che queste parole si traducano in un impegno in prima linea dell'ottantottenne Ingegnere, ovviamente non è detto. Ma non sono escluse sorprese.

Tra Bruxelles e  Montecitorio

Dunque. Una giovane leader fieramente di sinistra, un avvocato del popolo, un sindacalista vecchio stampo e un grande imprenditore, tutti apparentemente accomunati dallo stesso desiderio: sfruttare politicamente, ed elettoralmente, l'enorme bacino dell'inespresso verdismo italiano nel momento di sensibilità massima verso i temi ambientalisti.
Perché poi i Verdi italiani teoricamente un partito, e un capo, già ce lo avrebbero, e anche una co-portavoce, Eleonora Evi. Lui è Angelo Bonelli e sembra l'unico a non essersi accorto di questa multipla Opa. Perlomeno, non se ne mostra preoccupato. All'arrampicata di Conte, via Venerdì, risponde: "Il suo è un ambientalismo di facciata. Quanto allo statuto del M5S, non è conforme ai principi dei partiti verdi, che ovunque in Europa sono partiti democratici. E poi, tra i Cinque stelle e i Verdi europei ci sono un'infinità di divergenze: sulla Russia di Putin, sulle armi da inviare in Ucraina, sui migranti...Insomma, ma ce lo ricordiamo? Giuseppe Conte ha governato con Matteo Salvini! L'ambientalismo non è un treno dal quale si scende o si sale a seconda della convenienza".
 
Il problema, però, è che il treno verde italiano pare rimasto fermo in stazione. Anzi, diciamo che sembrerebbe non essere mai veramente partito. Ma restiamo, per il momento, all'oggi. In Germania, alle ultime elezioni politiche, i Verdi hanno raggiunto il 14,8 per cento (nella regione del Baden-Württemberg, i Grünen superano la soglia del 31) governano in 11 Land su 16, alleandosi sia con la Spd che con la Cdu e piazzando ben 5 ministri nel governo. In Francia, schierati contro Macron e Le Pen, alle ultime Europee hanno raggiunto quota 13,47 per cento. In Finlandia, Irlanda, Svizzera, Olanda, Belgio e Danimarca superano il 10 e dettano le agende dei governi. Quanto a Bruxelles, toccherebbe dare ragione a Conte: tra i 72 europarlamentari verdi, gli unici 4 italiani sono stati eletti in quota M5S. Ma il vero paradosso lo si capisce guardando a Montecitorio: qui - mentre i ragazzi dei Friday sfilano, e quelli di Ultima Generazione provocano, mentre dal Papa agli industriali tutto parla di riconversione ecologica - i Verdi negli anni sono passati dall'avere tredici deputati a zero, con un risicato ritorno alle ultime Politiche. Perché? "Senza dubbio in questi anni c'è stato anche un problema di leadership" ammette Bonelli "e troppe divisioni. Non siamo riusciti a far arrivare il messaggio del nuovo ambientalismo, che non è una semplice posizione di conservazione della natura, ma è legato al rilancio dell'economia. Dobbiamo far capire che non siamo solo quelli che difendono i boschi, ma che con la sostenibilità si creano posti di lavoro e che lottiamo contro la povertà energetica".
 
Leader poco carismatici, comunicazione sbagliata. Ma se dopo quasi quarant'anni un grande partito verde in Italia resta una chimera non può essere solo "colpa" di Bonelli. E allora per provare a capire le ragioni del paradosso non resta che guardare anche all'indietro. "Quali sono stati gli errori? Il primo: la mancanza di una vera coscienza ambientalista in quei partiti di sinistra che sulla carta sembravano la casa naturale dei verdi" sostiene senza mezzi termini Francesco Rutelli, primo sindaco verde di una capitale occidentale: "Hanno accolto il movimento quasi solo per blandirlo. In realtà, per la politica mainstream italiana, l'ambientalismo è sempre stato un po' "il tema della domenica". Secondo errore: in Germania i Grünen parlano di problemi concreti, e a tutti i cittadini, non solo a quelli di sinistra. Vanno nelle fabbriche a discutere di sostenibilità: ma se lo immagina da noi? E comunque è così che si fa: i voti si prendono scacciando le paure" consiglia Rutelli.

Il dilemma dell'Ilva

"Per la sinistra è stato un doppio errore. Considerare il tema dell'ambiente come un orpello della sicurezza del lavoro: alla fine non ha salvato né l'uno né l'altro. La storia dell'Ilva di Taranto lo dimostra". Guido Viale ha 79 anni ed è un economista. Un passato da dirigente di Lotta Continua, da tempo si occupa di temi sociali e ambientali. Dal 2015 ha creato una fondazione dedicata fin dal nome, Laudato Si', all'enciclica di Francesco e al suo concetto di ecologismo integrale. "È il documento più lungimirante che sia stato scritto nel corso di questo secolo sull'argomento. Ma nessuno, né i politici e nemmeno gli stessi cattolici, lo hanno preso in seria considerazione. Cosa hanno sbagliato i Verdi? Hanno sempre fatto una politica di piccolo cabotaggio: gli bastava conquistare un assessorato, un sottosegretario, senza imporre mai la propria visione. Non hanno avuto una strategia autonoma e mi sembra che nemmeno oggi comprendano che il modello di vita che abbiamo sia insostenibile".

In Parlamento su due ruote

Sembra passato un secolo da quando, nel 1987, i primi onorevoli ambientalisti, tutti giovani, arrivavano in Parlamento in bicicletta accolti come la grande novità da una copertina dell'Espresso. Il movimento era nato due anni prima, nell'85, in Alto Adige, con debutto alle regionali. Il simbolo del Sole che ride gli era stato donato da Marco Pannella che si era ispirato agli antinucleari danesi. Poi, l'anno successivo, il disastro alla centrale di Chernobyl: momento di svolta per l'intero continente e non solo. 
 
Che fin d'allora si ponesse, anche, un problema di personale politico lo si poteva forse intuire. Assieme ai deputati ciclisti si faceva infatti largo il primo senatore: era Piergiorgio Sirtoli, medico milanese che dopo tre mesi migrerà alla Lega Casalinghe-Pensionati. Un salto ardito, come quello che più in là farà anche Chicco Testa, prima tra i fondatori di Legambiente, poi presidente del Forum nucleare italiano.
 
Altro problemuccio, le divisioni interne. Sì, perché fin dal suo sorgere, il Sole che ride si distingue per l'infinita capacità di dividersi in infiniti raggi. Tempeste solari tra l'anima più pacifista e strettamente ambientalista e quella più politicizzata che guarda a sinistra. Così, nascono nell'ordine: Lista Verde, Verdi Verdi, Verdi Arcobaleno, Federazione dei Verdi, Verdi Federalisti, Lista Girasole, Giovani Verdi, La sinistra Arcobaleno, Europa Ecologia, Europa Verde. Sigle spesso frutto di lotte di potere interne che Carlo Ripa di Meana, commissario europeo all'Ambiente, descrisse nel libro intitolato, con una certa ironia, I sorci verdi (1997).
 
Disuniti sempre, nonostante i sacrifici a "pane e cicoria" di Francesco Rutelli e l'impegno di personalità come Alexander Langer, Luigi Manconi, Marco Boato, Edo Ronchi, Monica Frassoni, Loredana De Petris, Ermete Realacci, Grazia Francescato. E proprio Francescato, che ha ricoperto la carica di portavoce, ricorda: "Ci hanno dato dei catastrofisti quando per primi abbiamo parlato di cambiamento climatico e di utopisti quando negli anni 90 cercavamo di introdurre norme sulle energie rinnovabili. A danneggiaci è stato il sistema proporzionale con sbarramento al 4 per cento. Da quel momento siamo spariti dal Parlamento".         
 
"A ogni congresso la corrente perdente fondava una nuova sigla" ricorda Gianfranco Bettin, sociologo e scrittore veneziano, a lungo uno dei leader dei Verdi. "Una dispersione di energie che ha impoverito il movimento. Nessuna lista lo ha mai superato quel 4 per cento. Persino con leader straordinari come Langer". Profetiche le parole dell'ambientalista trentino che il 3 settembre 1995 scelse di togliersi la vita: "Scontiamo un'alta litigiosità interna, tanta burocrazia da partitino e l'assenza di una leadership riconoscibile all'esterno". Era il 1993. "Ecco, è da lì che dovremmo ripartire, da Alexander", riflette amareggiato Bettin. 
 
"Ma dovremmo anche tornare nelle fabbriche: negli anni Novanta gli iscritti alla Fiom di Brescia votavano Lega perché la Lega aveva intercettato umori a noi sconosciuti" riflette Realacci, altra  figura storica dell'ambientalismo italiano, ex presidente della Commissione ambiente.

Una scissione tira l'altra

Oggi Realacci è a capo di Symbola (tra i promotori anche Carlo De Benedetti), una fondazione di ricerca su temi ambientali e giustizia sociale: "Dobbiamo evitare la scissione dell'atomo. In passato avremmo potuto definire un nostro spazio identitario, invece ci siamo spaccati oppure siamo confluiti in contenitori diversi. Coesione, transizione verde e transizione digitale: il nuovo partito dovrebbe fondarsi su queste tre parole. La crisi energetica è un'occasione per una nuova economia. In Germania farebbe ridere che tu non partecipi alle elezioni regionali perché sei contrario alla realizzazione di un termovalorizzatore. Non puoi combattere le pale eoliche come se fossero la morte nera!". Dunque, si torna da dove eravamo partiti, all'idea di un nuovo partito verde. 

Zuppa al museo

Già, ma poi, chi dovrebbe votarlo? I più giovani sembrano attratti più dall'astensione o dai gesti di disobbedienza civile come quelli di Ultima Generazione. Tommaso, uno dei portavoce dei ragazzi che bloccano le tangenziali e gettano zuppe sulle protezioni delle opere d'arte nei musei, conferma: "Lo facciamo per farvi riflettere. E comunque noi non votiamo perché crediamo solo nelle assemblee permanenti".
 
C'è poi un problema non necessariamente generazionale: perché il ranocchio verde si trasformi in principe, bisognerebbe capovolgere la percezione del movimento come culla dei cosiddetti radical chic. "L'ambientalismo in Italia viene percepito, da chi non ha redditi alti, come un tema secondario. E considera i Verdi come un partito per ricchi. Il sentimento ecologista è trasversale, ma quando è il momento di votare le priorità cambiano.
 
Si vota chi difende il reddito e il lavoro, ovunque tranne che nei centri storici, dove vivono le classi più abbienti" spiega il sociologo Ilvo Diamanti. "Se l'80 per cento degli studenti ritiene una priorità la battaglia contro il cambiamento climatico, tra gli operai si scende al 60 per cento. Ma se tra questi ultimi l'astensionismo non è ancora alle stelle, tra gli studenti è altissimo". Quanto al problema delle alleanze, Diamanti azzarda: "Forse, se si presentassero da soli, i Verdi prenderebbero più voti". 
 
Di certo non quello, per fare un solo esempio, di Antonio Nicoletti. Sentite cosa ci dice il responsabile delle Aree Protette di Legambiente: "Certo che sono un ambientalista! Ma non ho mai votato per i Verdi. E mai li voterò".
Sul Venerdì del 17 marzo 2023