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Richard Branson, dalla Virgin allo Spazio: "La vera ricchezza è creare posti di lavoro"

Sir Richard Branson (72 anni) a bordo piscina nel Virgin Hotel di Las Vegas. Sotto il suo marchio ci sono numerose attività tra cui la Virgin Galactic che organizza viaggi spaziali (Getty Images) 
Anche se oggi si parla solo di Bezos e Musk, il primo a puntare sul turismo spaziale fu il visionario fondatore della Virgin. Ma lui non se la prende, sta già guardando avanti
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Dapprima amato, quando Richard Branson nel 1972 ha fondato Virgin Records, che ha dato il nome al futuro impero fatto di una compagnia aerea, palestre, una casa editrice, un operatore telefonico e molto altro ancora. Poi coccolato, quando il 72enne imprenditore, patrimonio di 3,5 miliardi di dollari secondo Forbes, è diventato l'effigie del capitalismo britannico capace di sfidare il mito del self made man americano. Infine criticato, quando si è trasferito alle Isole Vergini britanniche, paradiso fiscale sinonimo degli straricchi che vogliono evadere il fisco, e più di recente quando ha chiesto aiuti di Stato durante il Covid per salvare i posti di lavoro di piloti e assistenti di volo.

A raccontarne la storia, partendo dal volo nello spazio del luglio 2021 con Virgin Galactic, che ha acceso la competizione del turismo spaziale con Jeff Bezos ed Elon Musk, è il documentario Branson, in onda dal 13 marzo su Sky Documentaries (e in streaming e on demand…

Dapprima amato, quando Richard Branson nel 1972 ha fondato Virgin Records, che ha dato il nome al futuro impero fatto di una compagnia aerea, palestre, una casa editrice, un operatore telefonico e molto altro ancora. Poi coccolato, quando il 72enne imprenditore, patrimonio di 3,5 miliardi di dollari secondo Forbes, è diventato l'effigie del capitalismo britannico capace di sfidare il mito del self made man americano. Infine criticato, quando si è trasferito alle Isole Vergini britanniche, paradiso fiscale sinonimo degli straricchi che vogliono evadere il fisco, e più di recente quando ha chiesto aiuti di Stato durante il Covid per salvare i posti di lavoro di piloti e assistenti di volo.

A raccontarne la storia, partendo dal volo nello spazio del luglio 2021 con Virgin Galactic, che ha acceso la competizione del turismo spaziale con Jeff Bezos ed Elon Musk, è il documentario Branson, in onda dal 13 marzo su Sky Documentaries (e in streaming e on demand su Now). Che lo si ami o lo si detesti, l'imprenditore nominato sir dal principe Carlo nel 2000 ci ha sempre messo la faccia, si trattasse di lanciare un nuovo business o rischiare la vita in qualche folle avventura, come le trasvolate in mongolfiera sull'Oceano Atlantico prima e sul Pacifico poi.

"Quando ho cominciato Internet non esisteva, e non avendo soldi per la pubblicità. L'unico modo di far parlare delle mie aziende era apparire in prima persona", mi racconta al telefono collegato dalla sua isola nel Mar delle Antille. "È stato difficile, perché sono sempre stato molto timido. Ma mia madre Eve mi diceva sempre: 'Essere timidi è da egoisti, pensa agli altri e fatti avanti'. Mi spingeva su un palcoscenico e io avrei voluto nascondermi".

Nel documentario lei dice: meglio un giorno da leone che cento da pecora. Da dove viene il coraggio dimostrato nel business e nelle avventure in cui ha rischiato la vita?
"Sempre dall'educazione di mia madre: mi dava una bicicletta e accettava il rischio che mi allontanassi da casa da solo. Mi ha fatto fare cose per cui oggi verrebbe arrestata. Ma pensava che io e le mie sorelle (Vanessa e Lindy, ndr) dovessimo imparare a cavarcela da soli".

Il suo ultimo atto di coraggio è stato rischiare la vita con il lancio nello spazio. Che ne è oggi del turismo spaziale?
"Nei prossimi tre o quattro mesi ricominceremo con i lanci: ci sono già ottocento persone iscritte per partire nei prossimi due o tre anni".

Non aveva promesso che sarebbe stato un viaggio accessibile a tutti?
"All'inizio lo sarà solo per i milionari. Ma anche un volo transoceanico nel 1920 era alla portata di pochissimi. Soltanto costruendo sempre più navicelle e trasportando più persone diventerà alla portata di tutti".

Non le dà fastidio la concorrenza di Bezos?
"Sono in tanti a voler andare nello spazio e c'è spazio per tutti. Ma noi siamo convinti che la nostra astronave pilotata da due astronauti sia più interessante del loro razzo guidato da un computer".

Lei è un imprenditore vecchio stile. Come si paragona alla new wave dei miliardari del digitale?
"Le nostre aziende, come la compagnia aerea o le palestre, non rendono quanto gli algoritmi. Però hanno cambiato in meglio la vita di molte persone e mi sono divertito a crearle. Non sono mai stato appassionato di tecnologia come Bezos o Larry Page di Google, ma la loro ricchezza deriva anche dal fatto che il mercato americano è enorme e il loro business ha una vocazione globale. Io però non ho mai lavorato per accumulare denaro, ma per creare attività di cui essere fiero".

Nel documentario lei dice: quando fallisco, lo faccio alla grande. Quale considera il suo più grande fallimento?
"Se fai l'imprenditore è inevitabile investire in molteplici direzioni senza aver paura di sbagliare. E comunque c'è sempre qualcosa da imparare dalle sconfitte. Quando abbiamo creato Virgin Cola per sfidare la Coca-Cola, ho pensato che potessimo batterli, ma colossi del genere hanno molte armi per metterti fuori gioco. Però non sempre riescono, come dimostra la causa vinta contro British Airways condannata per le pratiche scorrette".

A proposito di aerei, nel 1990 con un aereo andò a Baghdad per salvare i britannici ostaggi di Saddam Hussein. Perché?
"A volte se pensi da imprenditore trovi soluzioni che magari i politici non immaginano. E se sei abbastanza famoso puoi alzare il telefono e raggiungere chiunque per farti ascoltare. Molti non sanno che, dopo quel salvataggio, tentando di evitare la guerra ho scritto una lettera a Saddam tramite il Re di Giordania, che era mio amico, dicendogli che con la guerra probabilmente sarebbe morto, e gli ho proposto di andare in esilio in Libia. Si disse disponibile, ma chiese che alcuni saggi andassero a Baghdad per lasciare il Paese con lui. Ne parlai con Nelson Mandela e Kofi Annan che accettarono, ma due giorni prima del volo Baghdad fu bombardata. Ho pensato che se due anziani potevano fermare una guerra, bisognava creare un gruppo di saggi per occuparsi del nostro mondo malato: si unirono l'arcivescovo Tutu, Mary Robinson, il presidente Carter e altri ancora. Così è nato il gruppo chiamato The Elders che esiste ancora e tenta di risolvere quel genere di problemi".

Dal documentario emerge come lei sia un family man: molti miliardari divorziano, hanno varie amanti, mentre lei è sposato da una vita con sua moglie Joan, ha tre figli e vari nipoti. Magari sarà stato un padre assente, ma quanto è contata la famiglia nel suo successo?
"Sono stato meno assente di quanto si creda: all'inizio il mio ufficio era una boat house sul Tamigi, dove ero circondato dai miei figli. Per me la famiglia è sempre stata tutto, e sono stato fortunato a incontrare Joan, perché ancora oggi andiamo molto d'accordo. Una cosa che capita di rado".

Ha attraversato gli oceani in mongolfiera, è andato nello spazio. Qual è la sua prossima avventura?
"La cosa che mi preme ora è partecipare alle sfide lanciate due volte l'anno dall'associazione dei miei figli, chiamata Strive, che dà i proventi in beneficenza per l'istruzione dei ragazzi meno abbienti. Siamo stati in Bhutan e abbiamo attraversato tutta la Lapponia. Non sono prove semplici, ma per fortuna nonostante la mia età sono ancora abbastanza in forma".

Nel documentario racconta di essere finito in galera giovanissimo per una notte: fingeva di esportare i dischi per evadere le tasse...
"Tutti dovrebbero provare una notte in cella: lì ho imparato che chiunque può sbagliare ma ha diritto a una seconda chance. Per questo nelle mie società abbiamo spesso assunto persone appena uscite di prigione".

Qual è il suo rapporto con le tasse e le critiche di chi dice che i miliardari le evadono o ne pagano troppo poche, e questo aumenta sempre più la disparità tra ricchi e poveri?
"Le nostre aziende pagano tasse per centinaia di milioni nei Paesi in cui operano. Ma quelle critiche sono in parte giustificate. Nessuno ha bisogno del tipo di ricchezza smisurata che gli imprenditori tecnologici hanno accumulato e penso che chi crea aziende dovrebbe spendere la maggior parte dei ricavi in posti di lavoro, per aiutare chi è meno fortunato o risolvere i problemi del mondo. Un conto in banca troppo pingue danneggia le generazioni future. Ma spetta ad ognuno trovare il giusto equilibrio, tra ciò che tiene per sé e ciò che restituisce agli altri".

Sul Venerdì del 17 marzo 2022