Le baruffe chiozzotte di Giuseppe e Anita Garibaldi
di Daria Galateria , di Daria Galateriadi Girolamo Induno) (Getty images)
La “biondina in gondoleta”, si sa, è la nobildonna Marina Querini Benzon, cantata in versi da un corteggiatore poco discreto, Anton Maria Lamberti (“O Dio, che bele cosse / che gò visto, che gò fato”). La dama replicò che gli aveva “molà“ (assestato) una “schiaffa sol muso”: ma all’inverso, a sessant’anni, presentandosi nuda a George Byron, reputò da gentleman la condotta accondiscendente del poeta inglese. Le gondole galanti, da Stendhal a Hemingway, ricorrono nel dilettevole saggio sui viaggi eccellenti a Venezia di Pieralvise Zorzi (A Venezia lucean le stelle, Neri Pozza): “Vien co mi, montemo in gondola”, invita il bel dottorino Pagello a George Sand, la volitiva scrittrice, dimentica del poeta Musset; Pagello viene assalito dalla fidanzata, che gli strappa strillando i vestiti – “sembra che stiano operando trenta gatti”, commenta la Sand; la fidanzat…
La “biondina in gondoleta”, si sa, è la nobildonna Marina Querini Benzon, cantata in versi da un corteggiatore poco discreto, Anton Maria Lamberti (“O Dio, che bele cosse / che gò visto, che gò fato”). La dama replicò che gli aveva “molà“ (assestato) una “schiaffa sol muso”: ma all’inverso, a sessant’anni, presentandosi nuda a George Byron, reputò da gentleman la condotta accondiscendente del poeta inglese. Le gondole galanti, da Stendhal a Hemingway, ricorrono nel dilettevole saggio sui viaggi eccellenti a Venezia di Pieralvise Zorzi (A Venezia lucean le stelle, Neri Pozza): “Vien co mi, montemo in gondola”, invita il bel dottorino Pagello a George Sand, la volitiva scrittrice, dimentica del poeta Musset; Pagello viene assalito dalla fidanzata, che gli strappa strillando i vestiti – “sembra che stiano operando trenta gatti”, commenta la Sand; la fidanzata si chiama Arpalice Manin, è la sorella di Daniele Manin.
Complici le gondole: ma disagevoli invece i bragozzi chioggiotti, piccoli velieri di forme rotonde e tozze, per Giuseppe Garibaldi, deciso, nell’agosto del 1849, a raggiungere via mare Venezia, che sola si opponeva agli austriaci. Nel porto canale di Cesenatico l’Eroe dei due mondi trova la “Chioggia galleggiante”, le barche dei pescatori chioggiotti; le requisisce buttandone i paròni giù dal letto, e “distribuendo piattonate di sciabola” ai renitenti. C’erano, dice la storia, Tommaso Battagin detto “il Peloso”, il “Roncola” Sante Penzo, il “Biasetto” Vincenzo Bellemo; con gli altri protestano che c’è burrasca, è meglio andar per mare aperto: che, se “noantri astemo tacai in te la nostra costa, andemo in boca al lovo (lupo)”. Ma Garibaldi, con i suoi e Anita, salpa nel Furioso del paròn Luigi Penzo detto “Squela” tenendosi sottocosta; la tartana e i dodici bragozzi sono carichi dei suoi compagni (tra cui Ciceruacchio, il popolano della Repubblica romana, con due figli, uno di tredici anni). Una piccola flotta austriaca li avvista, li cannoneggia; tre bragozzi vengono abbandonati, alla Sacca degli Scardovari 156 volontari sono arrestati; Ciceruacchio e i figli, fucilati. Anita riesce a sbarcare alla foce del Po di Goro, ma, incinta e febbricitante, muore presso Ravenna. Solo pochi garibaldini raggiungono Venezia, che cade – è Daniele Manin a firmare, il 27 agosto, la resa. Rievocando la sfortunata impresa veneziana Garibaldi lamenterà la passività dei pescatori chioggiotti. Ma nel 1867, entrando infine – e trionfalmente – a Chioggia, chiamerà “famiglia mia” i “bravi” chioggiotti che avevano esposto le loro barche e la vita “per me e per la causa italiana”, e riuscirà a ottenere per i sopravvissuti una pensione.
Sul Venerdì del 24 marzo 2023