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Siria, Parla Caesar, il fotografo che ha raccontato gli orrori del regime di Assad

Caesar come appare in The Lost Souls of Syria. 
Voce alterata, il fotografo  indossa una maschera e porta i guanti per non essere riconosciuto attraverso le mani. 
Nel 2013 un fotografo militare fugge dalla Siria e consegna al mondo le prove dei crimini del regime. Nome in codice Caesar, vive nascosto. E per la prima volta parla a un giornale europeo
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Tutto quello che si conosce di lui è il nome con cui ha scelto di farsi chiamare: Caesar. E poi ciò che era: un fotografo militare siriano, di stanza a Damasco. Un soldato per anni chiamato a fotografare fatti che coinvolgevano soldati (incidenti, suicidi, incendi) e che improvvisamente si trovò buttato in un vortice di orrore crescente. La prima richiesta arrivò nel marzo 2011: fotografare i corpi di prigionieri morti nelle mani della polizia o dei servizi segreti. Dieci, quindici al giorno all'inizio, e solo qualche volta: quaranta al giorno quando il lavoro divenne regolare, ripetuto tutti i giorni. Settimana dopo settimana, mese dopo mese. Corpi deturpati dalla fame, dalle botte, dalle torture, tanto che i familiari hanno stentato a riconoscerli. Immortalati negli attimi prima della sepoltura in fosse comuni fra il marzo 2011 e l'agosto 2013, quando l'uomo chiamato a fotografarli fuggì dalla Siria.

Erano i corpi di chi, a partire dal…

Tutto quello che si conosce di lui è il nome con cui ha scelto di farsi chiamare: Caesar. E poi ciò che era: un fotografo militare siriano, di stanza a Damasco. Un soldato per anni chiamato a fotografare fatti che coinvolgevano soldati (incidenti, suicidi, incendi) e che improvvisamente si trovò buttato in un vortice di orrore crescente. La prima richiesta arrivò nel marzo 2011: fotografare i corpi di prigionieri morti nelle mani della polizia o dei servizi segreti. Dieci, quindici al giorno all'inizio, e solo qualche volta: quaranta al giorno quando il lavoro divenne regolare, ripetuto tutti i giorni. Settimana dopo settimana, mese dopo mese. Corpi deturpati dalla fame, dalle botte, dalle torture, tanto che i familiari hanno stentato a riconoscerli. Immortalati negli attimi prima della sepoltura in fosse comuni fra il marzo 2011 e l'agosto 2013, quando l'uomo chiamato a fotografarli fuggì dalla Siria.

Erano i corpi di chi, a partire dal marzo 2011, aveva scelto di ribellarsi al presidente Bashar al Assad e al regime con cui la sua famiglia da quarant'anni soffocava il Paese, chiedendo diritti e libertà sulla scia delle cosiddette "Primavere arabe". Per questo erano stati imprigionati, torturati e infine uccisi. Come Ahmad al-Musalmani, che aveva 14 anni nel 2012 quando fu arrestato perché sul cellulare aveva una canzone contro Assad: lo zio aveva cercato senza successo notizie sulla sua sorte per 950 giorni, prima di riconoscerne il viso fra le foto di Caesar. O come Rehab al-Allawi, 25 anni, studentessa di ingegneria fermata a gennaio 2013 per il suo attivismo: il fratello aveva chiesto conferma a una compagna di detenzione prima di identificarla, tanto il volto era deformato.

La storia di Caesar, delle 28.707 fotografie di cadaveri che è riuscito a portare fuori dalla Siria a rischio della sua vita e di quella di chi gli era vicino, della diffusione di quelle immagini e di come tutto questo potrebbe portare all'incriminazione per crimini contro l'umanità del presidente siriano, è ora contenuta in The Lost Souls of Syria, un documentario del cineasta Stéphane Malterre e  della giornalista Garance Le Caisne. Il film verrà presentato in anteprima italiana e premiato al Pordenone Docs Festival il 29 marzo. In occasione dell'evento, Caesar ha rotto un silenzio che durava da anni e deciso di parlare per la prima volta con un giornale europeo, rispondendo in forma scritta alle nostre domande.

I segreti di Assad

Il fotografo ex militare oggi vive nascosto in un Paese dell'Europa del Nord. Nulla che riguarda la sua identità può essere rivelato, perché aiuterebbe chi, all'interno del regime siriano, lo sta cercando: non il suo viso, ma neanche la forma delle sue mani o il suono della sua voce. Caesar tiene nascosta anche la sua grafia, per timore che possa essere usata come traccia per risalire alla sua  vera identità. E non risponde ad alcuna domanda privata: non solo dove si trovi, ovviamente, ma neppure quelle su come stia e se sia ancora capace di prendere in mano una macchina fotografica dopo tanto orrore. Chi lo conosce, racconta di un uomo segnato dall'impossibilità di condividere con chiunque il segreto della sua identità e di ciò che ha visto. Il suo nome in codice è già entrato nella Storia. Le foto da lui scattate sono oggi la base del cosiddetto Caesar Act, l'insieme di sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Siria nel 2020. E così pure la base del processo di Coblenza, che a inizio 2022 ha riconosciuto per la prima volta le responsabilità di due ufficiali siriani nella morte di detenuti imprigionati e torturati nelle carceri  di Damasco.

Una donna osserva le immagini scattate da Caesar in una mostra alle Nazioni Unite a New York, nel 2015 
(Lucas Jackson / Reuters / Contrasto) 

Sono passati quasi dieci anni dalla sua fuga dalla Siria: nonostante le sue foto, Bashar al Assad non è comparso di fronte ad alcun tribunale. Si è pentito? Ne è valsa la pena?
"Non ho mai provato, nemmeno per un attimo, rimpianti o pentimenti. Nonostante l'indifferenza nei confronti di ciò che accade in Siria da parte di Paesi che si proclamano democratici. E nonostante l'ipocrisia di alcuni governi arabi che oggi tentano di far apparire accettabile questo regime criminale, pur sapendo il prezzo che hanno pagato in termini di sangue e di vite umane migliaia di innocenti. Ed essendo perfettamente a conoscenza del fatto che milioni di siriani hanno dovuto lasciare il loro Paese solo per essere scesi in strada pacificamente chiedendo libertà e dignità. Ci sono stati molti rischi lungo la strada che io e chi mi ha aiutato abbiamo percorso per rendere pubbliche le informazioni che avevo, ma non ho mai avuto dubbi sul fatto che la nostra causa fosse giusta. E che la rivoluzione contro l'ingiustizia fosse legittima. Il prezzo pagato dalle persone morte sotto tortura affinché noi e le generazioni future possiamo vivere liberi, merita che anche noi facciamo sacrifici per far capire al mondo intero il livello di sofferenza e di oppressione che c'è nelle prigioni siriane. Era mio dovere far ascoltare le grida degli anziani, delle donne e dei bambini rinchiusi per anni, torturati e metodicamente uccisi in Siria. E rivelare a tutti  il vero volto di un regime che si nutre del dolore e della sofferenza dei suoi cittadini".

Crede che ci sia ancora speranza nella ricerca di giustizia per le persone che lei ha fotografato?
"Senza una soluzione politica che garantisca ai siriani il diritto a tornare nel loro Paese e a vivere in sicurezza e in pace, e a causa della paralisi della giustizia internazionale e dell'opposizione degli alleati del regime come la Russia e la Cina di fronte a ogni richiesta che il governo siriano paghi per ciò che ha fatto,  le cause intentate di fronte a diversi tribunali europei sono l'unica speranza che hanno le famiglie delle vittime. L'unica speranza che criminali con le mani sporche di sangue vengano portati davanti alla giustizia. I mandati di cattura emessi dai pubblici ministeri tedeschi e francesi contro funzionari siriani sono l'inizio della vittoria della giustizia. È come il primo chiodo nella bara del regime, che ora finalmente comincia a sentirsi in pericolo e a temere che future condanne possano colpirlo. E a capire che rimanere impunito sarà impossibile".  

Che cosa può raccontarci di come vive oggi?
"La mia quotidianità è quella di migliaia di siriani cacciati, esiliati dalle loro case e dal loro Paese da un regime sanguinario che crede solo nel linguaggio della violenza e dell'oppressione. Ogni mattina ascolto le notizie sulla Siria, sperando di sentire qualcosa che ci renda felici, faccia rifiorire il mio cuore e quello di tanti altri e ci faccia intravedere la fine di questa tragedia e la caduta di chi ha distrutto la nostra nazione, violato l'onore delle nostre donne e versato il nostro sangue gridando "Assad o bruciamo il Paese". Il tramonto di questo regime è l'unica speranza che hanno milioni di siriani in esilio, come me, per tornare a casa".

Lei parla di speranza: ce l'ha ancora? Glielo chiedo perché molti suoi connazionali si sono ormai rassegnati a non tornare più in Siria. E lei? Come vede il suo futuro?
"Io credo che lavorare per ottenere verità e giustizia e per punire i criminali che hanno ucciso migliaia di innocenti sia un dovere: morale e umano. Dunque faccio questo e continuerò a farlo. Quella che vivono le famiglie dei detenuti non è una semplice tragedia: non c'è tortura o fonte di dolore maggiore del non sapere. Ignorare quale sia il destino di fratelli, genitori, coniugi o amici rinchiusi nelle carceri in Siria è drammatico. Queste persone vivono con la speranza che i loro cari siano ancora vivi. Credo anche che chi ha avuto la sfortuna di sapere che la persona che cercava è morta in quelle celle, debba rivolgersi a una delle organizzazioni che seguono la vicenda siriana per fornire documenti e informazioni. Questo ci permetterà di arrivare a processi davanti a tribunali nazionali, che siano di Paesi europei o americani".

Pubblicato sul Venerdì del 24 marzo 2023