Dieci anni senza Franco Califano: tutto il resto è noia
di Alberto Piccinini , di Alberto PiccininiRoma. Il Maestro riposa in una zona discreta del cimitero di Ardea, borgo a un'oretta di macchina da Roma, accanto al fratello e al nipote morto di leucemia, tracce di famiglia anche per un randagio come lui. Pochi i segni della sua presenza: qualche foto sulla vetrina del chiosco di fiori, un cuore di plastica rosso e un accendino arrugginito tra gli omaggi dei fan. La vezzosa stella hollywoodiana sulla lastra dove sta scritto, secondo la sua volontà, "non escludo il ritorno". Federico Zampaglione, autore della canzone che si intitolava così e fu eliminata al Festival di Sanremo 2005, ha raccontato mille volte che quello fu il tocco del Maestro, perché un finale mancava. Forse era già un presagio.
Zampaglione faceva parte di quei ventenni romani che negli anni 90 avevano riscoperto il cantautore accanto ai film del Monnezza, ai fattacci della banda della Magliana e alla mistica del "coatto", ultimo e bizzoso atto di orgoglio di una…
Roma. Il Maestro riposa in una zona discreta del cimitero di Ardea, borgo a un'oretta di macchina da Roma, accanto al fratello e al nipote morto di leucemia, tracce di famiglia anche per un randagio come lui. Pochi i segni della sua presenza: qualche foto sulla vetrina del chiosco di fiori, un cuore di plastica rosso e un accendino arrugginito tra gli omaggi dei fan. La vezzosa stella hollywoodiana sulla lastra dove sta scritto, secondo la sua volontà, "non escludo il ritorno". Federico Zampaglione, autore della canzone che si intitolava così e fu eliminata al Festival di Sanremo 2005, ha raccontato mille volte che quello fu il tocco del Maestro, perché un finale mancava. Forse era già un presagio.
Zampaglione faceva parte di quei ventenni romani che negli anni 90 avevano riscoperto il cantautore accanto ai film del Monnezza, ai fattacci della banda della Magliana e alla mistica del "coatto", ultimo e bizzoso atto di orgoglio di una città che stava per imboccare la deriva turistica. Cucì addosso a Califano un raffinato pastiche tra le sue canzoni e di quelle dei Tiromancino: "Ora sento che quel sentimento nel tempo non si è spento", gli faceva dire al telefono con una vecchia fiamma, parodiando lessico e metrica. Non si è mai capito se al Maestro la cosa piacesse veramente, e la canzone entrò a fatica nella scaletta dei suoi concerti. Né mancava di precisare a proposito di quella telefonata: "Io chiamo quando me pare", a esorcizzare il sospetto di eventuali debolezze.
Maestro di vita
Una nuova biografia di Califano, Francamente Franco, esce a dieci anni dalla morte. Marino Collacciani che l'ha scritta si scaglia più volte contro il "gioco puerile", anzi "l'offesa" di avere equiparato il Poeta (scritto con la maiuscola) al mondo della coattitudine romana. "Quello era il personaggio", spiega, "forse era il suo modo di vincere la timidezza, e a un certo punto mantenere un palcoscenico nazionale". Collacciani è stato un cronista di nera de Il Tempo. Nel libro dà voce ai testimoni: Edoardo Vianello, che scoprì per primo il Califano paroliere, e fu interprete coi Vianella del Califano autore romanesco. Ma anche Mita Medici, il grande amore mai compiuto. Ricorda con nostalgia un'amicizia nata nelle lunghe telefonate durante il turno di notte al giornale, un mondo romantico e scomparso alla cui fragilità le parole delle canzoni facevano eco, una specie di esistenzialismo adulto e istintivo.
Il personaggio: la voce roca - effetto, pare, delle corse in spider - rendeva Califano un bersaglio facile per gli imitatori. Lo aveva fatto Gigi Sabani negli anni 90. La doppietta che vide il già popolarissimo Fiorello e l'emergente Max Tortora presentarsi nei primi anni Zero con la stessa maschera fu il vero boom. Intanto in libreria usciva Il cuore nel sesso, in cui si rimetteva in pista la sua vecchia fama da playboy. Filosofo di questa operazione fu Alberto Castelvecchi, editore di punta delle estetiche cannibali e trash: "Il Maestro era uno che entrava in contatto direttamente con le viscere dell'esistenza, con i desideri più inconfessabili...", ricordò ispirato una volta.
Un mondo perduto
L'introduzione al libretto la scrisse Antonello Mazzeo, ultimo batterista di Califano e suo convivente in più di una casa. Oggi assieme ad altri amici, tra cui l'autore Alberto Laurenti, gestisce un po' di eredità del Maestro nel Trust Onlus Califano, più artistica e morale che altro. Davvero un "ultimo amico" che, come nella canzone, quando si era sposato se n'era andato via. Insieme avevano fatto da musicisti i night di via Veneto, il Kit Kat o il Pipistrello, mitologici, prima che Califano ci tornasse da seduttore e protagonista, e prima dei guai con la legge. Un mondo in cui si entrava in giacca e cravatta, e la musica, la seduzione, il ballo avevano i loro rituali. Quelli venuti al mondo dopo il '68, specie se maschi, potevano guardarlo soltanto con il fascino di una Atlantide scomparsa.
Il rapper e attore G Max ricorda bene certe serate passate col Maestro all'apice della popolarità recente, che allora aveva casa a Marino: l'eliminazione da Sanremo fece saltare la partecipazione alla serata dei duetti dove i suoi Flaminio Maphia avrebbero aggiunto qualche rima "coatta", secondo l'uso dell'epoca, al ritornello di Non escludo il ritorno. Di quell'uomo che negli ultimi anni passava le serate circondato da ragazzi più giovani di lui a raccontare per la millesima volta imprese boccaccesche, G-Max ricorda oggi soprattutto la sensibilità, e la malinconia. "Ci diceva che i suoi coetanei non li voleva vedere perché la prima cosa che ti dicono è: hai visto chi è morto?", aggiunge oggi.
"Pensa, c'era chi si faceva raccomandare per partecipare a quelle serate", racconta Mazzeo. Nella Casa Museo al centro di Ardea ogni sabato viene riallestito e aperto ai visitatori qualcosa che somiglia a quel salotto, con la stessa poltrona, i quadri, i dischi, le foto, le maglie dell'Inter autografate, le sedie tappezzate di tessuto leopardato che il Maestro adorava. Di recente l'hanno usata come set nel documentario di RaiPlay Un tempo piccolo con Francesco Montanari. Nei panni del "Libanese", Montanari aveva consegnato alla generazione successiva l'icona del Maestro nella serie Romanzo Criminale, la scena cult dell'esecuzione del "Terribile" sulle note di Tutto il resto è noia.
Sulla strada
La Casa Museo di Califano è a pochi passi da uno dei luoghi più bizzarri di questo anniversario. Uno slargo trafficato della via Laurentina, all'ingresso di Ardea, dove da anni si promette l'intitolazione di una piazza Franco Califano, ma questioni burocratiche l'hanno sempre impedito. C'era già la targa: "Poeta e saltimbanco", il verso di una vecchia canzone a suo modo profetica ("Poeta non insistere a cantare / canzoni piene della tua malinconia"). "A qualcuno non piaceva" mi dice ancora Mazzeo, "e si è deciso per poeta e musicista". Il Comune ha rimesso in moto la pratica. A suo modo poetica questa piazza-rotatoria che ricorda l'inquietudine automobilistica del Maestro. "Non vivevamo più da anni a Roma per evitare il traffico, parcheggiare in pace, tornare all'alba dai concerti senza mischiarsi nel traffico", spiega ancora Mazzeo. Roma era un poetico miraggio di gioventù. Automobilistico il ricordo che Federico Zampaglione ha consegnato alla storia, su una strada della periferia vicino Ciampino al tramonto: "Perché piange Maestro?", chiese vedendo le lacrime che gli rigavano il viso. "Piango sempre quando il sole muore".