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L'acqua non c'è, ma stiamo affogando

PER POSTA: Ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì.  Gli acquedotti italiani perdono e la politica è all'anno zero. Forse la sveglierà l'opinione pubblica  
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Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Serra, io non ho gli strumenti per approfondire, ma il tema “acqua” mi sembra di straordinaria importanza per un Paese come il nostro pieno di acquedotti che perdono. Sarebbe interessante sapere se l’esperimento di Santarcangelo abbia avuto esito positivo e soprattutto se quest’esempio sia stato seguito da altri.       
Lanfranco Mancini

Mancini allega brevi cenni di cronaca su due iniziative (di entrambe potete trovare maggiori notizie in rete). La prima è una sperimentazione di Hera, la società multiservizi che si occupa della distribuzione dell’…

Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Serra, io non ho gli strumenti per approfondire, ma il tema “acqua” mi sembra di straordinaria importanza per un Paese come il nostro pieno di acquedotti che perdono. Sarebbe interessante sapere se l’esperimento di Santarcangelo abbia avuto esito positivo e soprattutto se quest’esempio sia stato seguito da altri.       
Lanfranco Mancini

Mancini allega brevi cenni di cronaca su due iniziative (di entrambe potete trovare maggiori notizie in rete). La prima è una sperimentazione di Hera, la società multiservizi che si occupa della distribuzione dell’acqua in Emilia-Romagna. Un sistema di riparazione dei tubi “dall’interno”, dunque senza scavo. Tecnologia israeliana (tranchless automated leakage repair), utilizza un sigillante immesso nella tubazione a monte e a valle del tratto da riparare. Sarà sperimentato a Santarcangelo di Romagna. La seconda, per ora solo un progetto annunciato dal sindaco di Genova Marco Bucci, è la costruzione di un grande desalinizzatore di acqua marina sfruttando strutture industriali dismesse (area ex Ilva).

La Grande Agonia

Anche io, caro Mancini, non ho competenze scientifiche in materia – se non la certezza, derivante da una ormai solida esperienza rurale, che l’acqua va raccolta in bacini grandi, medi e piccoli. Le posso però dire di avere scritto il mio primo, inutile editoriale sulla siccità nel luglio del 2017 sulla prima pagina di Repubblica, a conferma del fatto che non si tratta di un accidente, ma di un ciclo climatico pluriennale. Il problema era già arcinoto. Come spesso accade, in sei anni non è cambiato niente di sostanziale, eccezion fatta per il salto di qualità mediatico: finalmente se ne parla molto e ovunque, giornali e telegiornali sono diventati, come per miracolo, permeabili all’acqua…

I problemi sono però ben noti, uno per uno, già da decenni: acquedotti colabrodo, scarsità drammatica di bacini di raccolta (Francia e Spagna raccolgono il doppio e il triplo delle precipitazioni annue rispetto al nostro miserabile 11 per cento), spreco nell’uso privato così come nell’uso agricolo, totale assenza di una “cultura dell’acqua”. Si sapeva già tutto, e nel frattempo si è aggiunta una drammatica diminuzione delle piogge. Non si è fatto niente, non esiste un vero e proprio “piano acqua” nazionale, tutt’ora mi risulta che non esistano incentivi o sgravi fiscali per chi costruisce cisterne correndo ai ripari da privato. Siamo più o meno all’anno zero; e non credo proprio che un governo come questo, strutturalmente sprovvisto degli strumenti politici e culturali adatti per affrontare l’emergenza climatica e le questioni ambientali in genere (la destra, sul clima, è prevalentemente negazionista) sia in grado di fare qualcosa di utile. Possiamo solo sperare che una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica possa aiutare la politica a svegliarsi. La speranza è sempre l’ultima a morire, come quando si scruta il cielo per avvistare le nuvole in arrivo.

Sul Venerdì del 31 marzo 2023