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Bulgaria al voto, sulle elezioni il peso delle fake news di Mosca

La protesta dei socialisti per la rimozione del monumento all’Armata Rossa. getty images 
Il 2 aprile il Paese più filo-russo dell’Unione Europea va alle urne sotto l’influsso di una massiccia campagna di disinformazione russa. Un modello per ciò che potrebbe accadere alle europee dell’anno prossimo?
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SOFIA.  "I russi si sono sacrificati per liberare la Bulgaria due volte: nel 1878 dalla dominazione ottomana, e poi nel 1944 dai nazisti; non si può cancellare la Storia con un colpo di spugna", sentenzia il contadino Nikolay Ivanov, sedendosi e allungando le gambe sul tronco d'albero dove ha appena finito di tagliare la legna. Intorno a lui, la foresta è pronta a riconquistare il terreno occupato dalle case del villaggio di Lik, i cui tetti di tegola rossa spuntano a fatica in mezzo al fogliame. Dentro non c'è quasi più nessuno.  

In Bulgaria, lo Stato più povero dell'Unione europea, lo spopolamento avanza a ritmi fra i più veloci al mondo, secondo le Nazioni Unite. Le uniche tracce di vita in questa regione nel nord-ovest del Paese sembrano essere i manifesti elettorali, ma è difficile immaginare a quali elettori si rivolgano.  

Il 2 aprile quella che è considerata la nazione più fi…

SOFIA.  "I russi si sono sacrificati per liberare la Bulgaria due volte: nel 1878 dalla dominazione ottomana, e poi nel 1944 dai nazisti; non si può cancellare la Storia con un colpo di spugna", sentenzia il contadino Nikolay Ivanov, sedendosi e allungando le gambe sul tronco d'albero dove ha appena finito di tagliare la legna. Intorno a lui, la foresta è pronta a riconquistare il terreno occupato dalle case del villaggio di Lik, i cui tetti di tegola rossa spuntano a fatica in mezzo al fogliame. Dentro non c'è quasi più nessuno.  

In Bulgaria, lo Stato più povero dell'Unione europea, lo spopolamento avanza a ritmi fra i più veloci al mondo, secondo le Nazioni Unite. Le uniche tracce di vita in questa regione nel nord-ovest del Paese sembrano essere i manifesti elettorali, ma è difficile immaginare a quali elettori si rivolgano.  

Il 2 aprile quella che è considerata la nazione più filorussa dell'Unione europea è chiamata ad eleggere un governo per la quinta volta in due anni, con l'obiettivo di fare uscire il Paese da una crisi politica che preoccupa gli alleati atlantici e allontana Sofia dall'obiettivo di una maggiore integrazione nella casa europea, dove entrò nel 2007.

La crisi (l'ultima di una lunga serie) si è innescata a giugno, quando il partito al governo Continuiamo il cambiamento di Kiril Petkov, economista cresciuto in Canada che aveva dichiarato guerra alla corruzione, è stato sfiduciato in Parlamento. Petkov e la sua squadra (soprannominati "il partito dei giovani di Harvard") erano una novità assoluta per la politica bulgara: erano arrivati primi alle elezioni del novembre 2021, le terze quell'anno, spinti dalla voglia di cambiamento di una larga fetta di popolazione. Ma erano stati costretti a governare con il sostegno di diversi partiti il cui unico obiettivo comune era mettere fine al più che decennale potere dell'ex premier di centro-destra Boyko Borisov. Così, si erano trovati a tenere insieme una maggioranza che andava dai socialisti ai populisti e che non ha retto alle tensioni scatenate dall'attacco russo all'Ucraina nel febbraio di un anno fa.

Subito dopo la sfiducia, Lena Borislavova, portavoce del governo, aveva detto all'emittente locale Darik Radio: "Voi che ricoprite di insulti l'Ue e la Nato, dovete saperlo: coloro che vi convincono a farlo sono al soldo di Putin", sostenendo di avere avuto informazioni dai Servizi segreti. Secondo Borislavova alcuni politici e giornalisti bulgari avrebbero ricevuto l'equivalente di duemila euro al mese per promuovere le posizioni del Cremlino. Poco dopo, Sofia espelleva dall'ambasciata russa settanta diplomatici accusandoli di spionaggio.

Vecchi e nuovi amici  

La vicinanza fra la Russia e la Bulgaria non è un segreto per nessuno: i cittadini più anziani, come Ivanov, hanno studiato russo a scuola e non hanno difficoltà a seguire gli interventi di Putin, rilanciati dalle tv locali. E per gli esperti di politica estera ciò che accade a Sofia è un vero e proprio case study anche in vista degli appuntamenti elettorali in altri Paesi europei. "È il cavallo di Troia per la diffusione della propaganda russa nella Ue" sostiene Goran Georgiev, ricercatore del Center for the Study of Democracy. "I principali media sono in mano a oligarchi vicini a Mosca e la pagina Facebook dell'ambasciata russa a Sofia è la più seguita d'Europa".  

L'antica vicinanza con Mosca, e il recente avvicinamento a Bruxelles negli ultimi anni, hanno costretto la Bulgaria a complessi equilibrismi. La situazione si è ulteriormente complicata da quando è iniziata la guerra. Per fare un esempio, il parlamento ha approvato l'invio di armi all'Ucraina solo nell'autunno scorso, ma in precedenza Sofia aveva rifornito Kiev sottobanco di munizioni e gasolio. E ancora: il Paese è stato tagliato fuori dai rifornimenti di gas quando si è opposto al pagamento in rubli imposto da Mosca, ma è oggi il terzo acquirente di petrolio russo, grazie a un'esenzione di Bruxelles che le permette di importare greggio fino all'anno prossimo a causa della difficile situazione economica.

Il termometro migliore per misurare lo stato della propaganda e il suo impatto è, come sempre, quello dei social media. Scavando fra Facebook e Twitter si scopre che la penetrazione della propaganda russa era ampia già prima del febbraio 2022, e che dopo quella data non ha fatto che accelerare.  "Abbiamo notato che gli stessi utenti abituati a diffondere notizie false sul Covid condividevano storie complottiste sulla guerra", spiega Ralitsa Kovacheva, redattrice di Factcheck, sito del Consorzio bulgaro di giornalisti che beneficia di fondi Ue e Usa.  Fra le notizie false rilanciate, secondo Factcheck, c'è quella su un presunto genocidio perpetrato da Kiev nelle regioni russofone attraverso esperimenti biologici.  

Mister copeco

Il più attivo nel cavalcare le teorie complottiste è stato Kostadin Kostadinov, soprannominato dai detrattori Copeco, dal nome dell'antica moneta russa che oggi è il centesimo del rublo, per la sua amicizia con Mosca. Il suo partito euroscettico e oppositore dell'Alleanza atlantica,  Vazrazhdane (Rinascita in bulgaro), ha ottenuto alle ultime elezioni il 10 per cento: un risultato che, secondo i sondaggi, verrà confermato in questa tornata elettorale.

Ma nonostante la propaganda, ai bulgari quello che accade a Est non importa più tanto quanto prima: la popolarità di Putin è passata dal 60 al 30 per cento di gradimento nell'ultimo anno secondo l'Istituto Alpha Research. E nei bar le conversazioni ruotano tutte attorno all'inflazione: in un Paese dove il salario minimo è di 400 euro, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 20 per cento in un anno. E le promesse più frequenti dei candidati (riforma della giustizia e lotta alla corruzione) difficilmente convinceranno i cittadini ad andare a votare: l'ultima volta solo il 40 per cento lo ha fatto. Ad aprile il dato potrebbe essere più basso.

Un'altra primavera

Tre anni fa si respirava ben altra aria di primavera. Migliaia di giovani erano scesi in piazza contro il governo di Borisov, ex campione di karate accusato di agire in combutta con la mafia. La proclamazione dello stato di emergenza, causa Covid, bloccò le proteste. Ne è seguita la frammentazione del sistema in piccoli partiti, il successo di Petkov e dei suoi riformisti anti-corruzione e la crisi attuale. C'è chi, come lo studente Isaak Petrov, rifiuta di arrendersi: "Non si tratta di scegliere tra Mosca e la Nato, ma tra l'élite politica che ha derubato il Paese e un tentativo di riforma" ci dice mentre si prende una pausa dal volantinaggio per "Continuiamo il cambiamento" del premier uscente. I sondaggi danno un testa a testa tra la coalizione guidata da lui e quella del vecchio leader Borisov: e quindi il rischio di un nuovo stallo.  

Più la crisi continua, più il Paese si indebolisce. L'obiettivo di entrare nell'euro l'anno prossimo è stato rimandato al 2025 e a dicembre Austria e Olanda hanno bloccato l'entrata di Sofia nell'area Schengen, accusandola di non fermare i migranti lungo la rotta balcanica. Ma la politica quasi non se ne è accorta, concentrata a fare i conti con il passato: qualche settimana fa il Comune di Sofia ha deciso di spostare dal centro il monumento all'Armata rossa. Attivisti del Partito socialista, alleato di Mosca, hanno imbrattato di vernice la sede del Comune. La notizia ha riacceso le polemiche. "Possono togliere le statue ma se le persone continueranno ad andare via non rimarrà nessuno ad accorgersene", conclude con una certa vena sarcastica il contadino Ivanov.

Sul Venerdì del 31 marzo 2023