Internet è andata in pezzi. E nessuno la aggiusterà
di Jaime D'Alessandro , di Jaime D'AlessandroInternet è a pezzi, ma il vero problema è che nessuno sa bene come aggiustarla. Mai in così tanti l'hanno utilizzata, a inizio 2023 siamo arrivati a cinque miliardi e cento milioni di persone, il 64,4 per cento della popolazione mondiale, eppure non è più una Rete unica né universale. Cina e Russia ne hanno una loro versione, l'Europa ha imposto le proprie regole per quel che riguarda i dati dei suoi cittadini, mentre negli Stati Uniti in molte aree continua ad essere il far west. E poi ci sono i casus belli come il social network TikTok ritenuto a rischio in Occidente perché non offre garanzie su come le informazioni degli utenti vengono usate a Pechino e dintorni. Per il resto si tratta di un universo spartito fra grandi feudi nelle mani di poche multinazionali che fanno a gara per occupare tutto lo spazio. Poco meno della metà del tempo speso sullo smartphone dagli italiani è appannaggio di sole cinque app: Face…
Internet è a pezzi, ma il vero problema è che nessuno sa bene come aggiustarla. Mai in così tanti l'hanno utilizzata, a inizio 2023 siamo arrivati a cinque miliardi e cento milioni di persone, il 64,4 per cento della popolazione mondiale, eppure non è più una Rete unica né universale. Cina e Russia ne hanno una loro versione, l'Europa ha imposto le proprie regole per quel che riguarda i dati dei suoi cittadini, mentre negli Stati Uniti in molte aree continua ad essere il far west. E poi ci sono i casus belli come il social network TikTok ritenuto a rischio in Occidente perché non offre garanzie su come le informazioni degli utenti vengono usate a Pechino e dintorni. Per il resto si tratta di un universo spartito fra grandi feudi nelle mani di poche multinazionali che fanno a gara per occupare tutto lo spazio. Poco meno della metà del tempo speso sullo smartphone dagli italiani è appannaggio di sole cinque app: Facebook, WhatsApp, YouTube, TikTok e Spotify, stando alle rilevazioni di Comscore. E i sistemi operativi sui quali girano sono soltanto due: Android di Google e iOs di Apple.
"Il Web è fatto di poche grandi colonie che rappresentano il mondo digitale" spiega Stefano Quintarelli, che assieme a Vittorio Bertola ha appena pubblicato il saggio Internet fatta a pezzi (Bollati Boringhieri). Bertola, nato nel 1974, fra le altre cose è stato figura di riferimento del Movimento 5 Stelle a Torino, dove si candidò per la carica di sindaco nel 2011, per poi allontanarsene. Quintarelli, 57 anni, è imprenditore, ex deputato di Scelta civica, funzionario pubblico, saggista e uno dei pionieri del Web in Italia. Ha inventato lui lo Spid, il Sistema pubblico di identità digitale avviato nel 2016, usato da trentaquattro milioni di italiani e che il governo Meloni ha messo in discussione salvo poi ripensarci. "Ormai Internet è Facebook, WhatsApp, Amazon, TikTok, Google" prosegue Quintarelli. "La sua uccisione è avvenuta da un lato con l'affermazione delle sovranità nazionali nel campo del digitale, accompagnata spesso da un controllo dei cittadini da parte dei governi più autoritari; dall'altra per l'avidità di pochi individui molto ricchi che guidano quelle aziende enormi che hanno colonizzato tutto, aiutati da tanti imprenditori digitali che non sognano altro se non diventare come loro. E i social network sono ovviamente parte anche loro di questa equazione".
Le garanzie del Web europeo
Uno dei pochi effetti collaterali positivi sarebbe stato la nascita del Web europeo, che fra tutti è quello che più garantisce i cittadini. Specie con l'introduzione nel 2016 del Gdpr, il General data protection regulation. Pochi lo ricordano, il saggio di Quintarelli e Bertola è prezioso nella sua ricostruzione, ma la svolta europea si deve agli scandali del 2013 seguiti alle rivelazioni di Edward Snowden sul programma di spionaggio di massa chiamato Prism e messo in atto dalla National Security Agency (Nsa) americana con la collaborazione dei colossi del Web, e a quello del 2015 rivelato da Wikileaks sulla sorveglianza sempre da parte della Nsa di alcuni leader europei di primo piano fra i quali Angela Merkel e i presidenti francesi Hollande, Sarkozy e Chirac.
"Possiamo discutere a lungo di tutto quel che i social network hanno fatto di sbagliato e delle tante cose orrende che vediamo sul Web, ma credo che anche stampa e tv tradizionali dovrebbero farsi delle domande visto che raramente ammettono i propri errori. In generale però c'è una tendenza positiva: la richiesta di arrivare ad una vera regolamentazione del digitale". Alan Charles Rusbridger lo racconta con tono pacato, quando lo incontriamo a Lisbona. Classe 1953, direttore del quotidiano britannico The Guardian in un'epoca cruciale per il giornalismo online a cavallo fra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, distribuisce equamente le responsabilità sullo stato di Internet. Anche perché oggi è uno dei ventitré membri dell'Oversight Board di Facebook, sorta di corte suprema del social network, ed è convinto che sia il vero esempio da imitare: un organismo giudiziario indipendente creato da un colosso del Web per autoregolarsi e intervenire nei casi più spinosi. La sua collega Helle Thorning-Schmidt, primo ministro danese fra il 2011 e il 2015, quando ci parlammo ammise che avrebbe preferito vedere un'organizzazione del genere sotto l'egida delle Nazioni Unite. Purtroppo, spiegò, non viviamo nel migliore dei mondi possibili e bisogna scendere a compromessi per cercare di raddrizzare le cose.
Nel frattempo però la Rete prosegue a grandi passi in una direzione pericolosa. Per dirla con le parole di Chris Anderson "Internet ci sta portando nel baratro". A capo della Ted Foundation, Anderson è stato un editore di riviste di tecnologia fin dagli anni Ottanta prima di occuparsi dei cicli di conferenze Ted. Al Web Summit di Lisbona a novembre ha proposto una tesi non certo nuova: i social media, che competono nella conquista del tempo delle persone, si basano sulle reazioni emotive ai singoli contenuti, quantificate in base ai vari "like", "retweet" e condivisioni. Esaltando le peggiori, le più estreme e divisive, perché sono quelle che hanno maggior presa e che poi vengono riproposte dai sistemi di raccomandazione. Sono loro a stabilire cosa vediamo sulla nostra bacheca di TikTok, di Facebook o di Twitter, con logiche poco trasparenti. Per ottenere la nostra attenzione e mantenerla, offrono messaggi e video che hanno generato reazioni in persone giudicate simili a noi. Da un lato quindi privilegiano i contenuti più forti, i più gridati, dall'altro riducono la diversità creando le cosiddette "camere di eco", bolle nelle quali tutti la pensano alla stessa maniera eliminando così il confronto con idee diverse.
Custodire i dati personali
"La Rete ormai non unisce più ma divide" tornando alle parole di Anderson, che la paragona al mostro del film Alien, emerso dal petto di uno dei membri dell'equipaggio dell'astronave Nostromo nutrendosi di lui e uccidendolo. Metafora estrema per descrivere la "fabbrica dell'attenzione" basata su sentimenti come rabbia e paura, ma che in parte ritroviamo in Solo i più ricchi come i tecno miliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui (Luiss), l'ultimo saggio di Douglas Rushkoff, teorico dei media americano e inventore di definizioni divenute d'uso comune come quella di "nativi digitali". "Sono meccanismi che non conosciamo ancora a sufficienza" ammette Rusbridger. "Gli ingegneri stessi che li hanno creati non avevano idea delle conseguenze". Non sappiamo nemmeno quali sono stati esattamente gli effetti della propaganda nel 2016 su Facebook a favore di Donald Trump, orchestrata fra gli altri da Cambridge Analytica. Se non che sfruttò le camere di eco.
Il "padre" del Web, Tim Berners-Lee, dopo aver bocciato l'idea di una Rete decentralizzata, il Web 3.0, ha presentato il suo progetto per salvare il salvabile: Solid. Invece di concedere continuamente i nostri dati in giro per Internet, andrebbero tutti archiviati in un unico posto sotto il nostro controllo. Quel posto si chiama Pod, acronimo di Personal online data store. Dovremmo anche avere la nostra versione personale di intelligenza artificiale come ChatGpt. Idee che però non sembrano aver trovato molto seguito, come del resto l'Oversight Board che resta un organo in vigore solo presso Facebook. Insomma, Internet è a pezzi e per quanto i colpevoli siano noti nessuno ha il coraggio di porre rimedio eliminando algoritmi, filtri, sistemi di raccomandazione e imponendo l'abbattimento delle barriere fra aree geografiche. "Dovremmo intanto farne un uso più consapevole", conclude Quintarelli. Ma è un po' come dire a un bambino di tenere le mani a posto davanti ad una torta al cioccolato, spiegandogli i rischi del colesterolo alto.
Sul Venerdì del 31 marzo 2023