Il Venerdì

C’è trap e trap

C’è trap e trap
PER POSTA: Ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì.  Il problema è che – non solo nella trap – l’urgenza dell’individuo di esprimersi, di uscire fuori, di “spaccare”, passa per scorciatoie molto banali.
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Caro Serra, la seguo con impazienza ogni mattina. Spesso sono d’accordo con lei. Quasi mai dissento. Sui trapper totalmente. Mio figlio ha frequentato il Minghetti di Bologna come la sua, studia sociologia, gioca a basket e da quando aveva cinque anni suona la chitarra. Ha una predisposizione evangelica ad attrarre intorno a sé gli sfigati, i perdenti, i dropout o come li si voglia definire: ama i maghrebini, da San Mamolo, dove abitiamo, preferisce andare fuori Mazzini o in San Donato a conoscere e a suonare con questi ragazzi di periferia. Non è un radical chic: ci crede. Ci crede al punto di essersi iscritto a sociologia e di volere creare una comunità. Non parla di recupero, ma di occasioni. Occasioni per questi suoi coetanei che entrano al Pratello per uscire e finire alla Dozza, che si drogano, bevono, sono rissosi, ma sono ragazzi che hanno un unico desiderio: quello di tutti i ragazzi, cioè vivere. Eugenio, mio figlio, che conosce la classica, è cresciuto a pane, Bourée e Pink Floyd, introduce la trap di questi amici con i suoi arpeggi e vede i loro occhi brillare, fremere per qualcosa che non è il denaro, non è la violenza ma è l’amore per la vita. Mi ha fatto capire che la trap non è baby gang o cos’altro. Che non è quello che fa titoloni e cassetta sui giornali, ma un’opportunità in un Paese che non finanzia progetti di socialità, che lascia ai volontari, come mio figlio, il compito di avvicinare alla società questi apocalittici che non sanno di esserlo.
Giorgio Sandrolini

Trapper rosso sangue

Caro Sandrolini, la sua lettera è così bella che mi sono sentito in colpa per avere maltrattato due trapper milanesi più noti per le imprese di cronaca nera che per il valore artistico. Per altro anche mio figlio, appena più stagionato del suo, ama molto il genere, frequenta l’emarginazione giovanile anche per ragioni professionali e credo disperi delle mie possibilità di capire la trap. 

Ma il problema non è la trap. Sono sicuro che se ne avessi il tempo e la voglia, magari sotto la guida di un giovane molto paziente con gli anziani, troverei nella trap un sacco di cose belle, forti, importanti. L’arte mi piace, mi chiama in causa, mi coinvolge, e ho la presunzione di saperla riconoscere. Il problema è che – non solo nella trap – l’urgenza dell’individuo di esprimersi, di uscire fuori, di “spaccare”, passa per scorciatoie molto banali. C’è una uniformità di atteggiamenti, di abbigliamento, di pensiero, in quel mondo, e perfino di fedina penale, che alla lunga dà un’idea di conformismo e di piattezza. E ciò che vuole essere iper-espressivo diventa alla fine inespressivo. Quando è moda è moda, cantava Gaber.

Nella sua lettera c’è un passaggio che mi ha dato emozione e contentezza: è quando l’arpeggio di suo figlio «fa fremere» gli amici trapper «per qualcosa che non è il denaro, non è la violenza ma è l’amore per la vita». Gli arpeggi, in sé, non sono migliori né peggiori della più turpe filastrocca trap (o della più geniale). È la contaminazione, la novità, lo scambio, la diversità ad aprire i cuori e i cervelli, e se mi permetto, ogni tanto, di brontolare sui trapper, come fanno i vecchi, è perché gli scompartimenti chiusi mi fanno paura. Mi sembrano sterili.

La vita ci ribalta come scatoloni di cartone. Bisogna imparare a rotolare. Dia a suo figlio, se la accetta, una stretta di mano da parte dello zio, e gli chieda se ha mai incontrato, fuori Mazzini, mio figlio, che è trapper nell’anima.

Sul Venerdì del 7 aprile 2023