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Intervista a Woody Allen: "Sul set c'è troppa gente, preferisco stare a casa a scrivere"

Woody Allen, nome d’arte di Allan Stewart Königsberg, alla macchina da scrivere in una foto del 1976. Nato a New York il 30 novembre 1935, ha debuttato come autore di testi per la televisione a 17 anni (Brian Hamill/Getty Images) 
Regista ma non solo: è anche un grande autore umoristico. Ora i suoi libri tornano a dimostrarlo.
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Giusto mezzo secolo fa, anno 1973, arrivava in Italia, da Bompiani, il primo libro  di Woody Allen, Saperla lunga. Tradotta non integralmente e con qualche, seppur talentuosa, licenza dall'originale, la raccolta di testi umoristici usciva sulla spinta dei film che avevano fatto scoprire il giovane Allen al pubblico italiano: Prendi i soldi e scappa (1969), Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971), Provaci ancora, Sam  (1972) e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (1972). Ora, dalla Nave di Teseo, la raccolta torna, insieme agli altri libri alleniani, in versione completa a cura di Daniele Luttazzi, con una nuova traduzione a partire dal titolo, Rivincite, più fedele all'originale. Nell'introduzione del '73, Umberto Eco parlava di una "ristretta élite" che si considerava quasi unica depositaria delle semisconosciute delizie dei film di Allen. Oggi, naturalmente, l'autore non ha bisogno di presentazioni, e colleg…

Giusto mezzo secolo fa, anno 1973, arrivava in Italia, da Bompiani, il primo libro  di Woody Allen, Saperla lunga. Tradotta non integralmente e con qualche, seppur talentuosa, licenza dall'originale, la raccolta di testi umoristici usciva sulla spinta dei film che avevano fatto scoprire il giovane Allen al pubblico italiano: Prendi i soldi e scappa (1969), Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971), Provaci ancora, Sam  (1972) e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (1972). Ora, dalla Nave di Teseo, la raccolta torna, insieme agli altri libri alleniani, in versione completa a cura di Daniele Luttazzi, con una nuova traduzione a partire dal titolo, Rivincite, più fedele all'originale. Nell'introduzione del '73, Umberto Eco parlava di una "ristretta élite" che si considerava quasi unica depositaria delle semisconosciute delizie dei film di Allen. Oggi, naturalmente, l'autore non ha bisogno di presentazioni, e collegato in video da New York molto volentieri ci parla della sua attività letteraria.

Allen in una foto di scena di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) (1972). (Steve Schapiro/Corbis via Getty Images) 

Chiedo scusa per averla disturbata di mattina. So che la gente di spettacolo non ama mettersi in moto così presto.
"Ma non è vero. Quando si gira un film è tutto un traffico fin dall'alba!".

Non pensavo tanto a chi fa cinema, ma a chi si esibisce dal vivo. Pare sia difficile far ridere prima di pranzo.
"Magari qualcuno ci riesce. Io per la verità non ci vorrei provare".
Comunque niente cinema, questa è una intervista al Woody Allen scrittore: è vero che è ciò che avrebbe sempre voluto diventare?
"Verissimo. Fin da quando ero piccolo. L'ho sempre fatto tutto il tempo - scrivere - anche prima di andare a scuola. Mi è sempre piaciuto. Anche ieri sera scrivevo, anche stanotte. E stamattina continuerò".
Cosa scriveva agli inizi?
"Beh, ho sempre scritto di tutto. Storie, barzellette, commedie... a un certo punto, ero ancora giovane, mi specializzai in battute che poi vendevo ai professionisti. Mi veniva facile, e presto cominciai anche a guadagnare bene. Però mi vedevo come uno scrittore serio, di libri veri - anche se alla fine cercavo sempre di essere divertente".

 

Quindi si può dire che la voglia di divertire abbia influenzato il suo stile? La comicità di solito vuole la sintesi.
"Stile? Io scrivo come mi viene naturale. C'è un ritmo, come nella musica. Però diciamo che se ho uno stile, sì, non è molto adatto alla tragedia, semmai tende alla commedia".
E al racconto più che al romanzo?
"Sì, ho sempre scritto pezzi brevi. È molto più facile. Non che non abbia tentato anche di scrivere un romanzo. Anni fa ci ho provato, ci lavorai anche parecchio. Ma niente da fare, non veniva. Così ci ho rinunciato. Forse ci riproverò, perché l'idea comunque mi piace. Ma è veramente troppo difficile. Non sono ancora mai riuscito a scrivere un pezzo lungo che mi soddisfi. Intendiamoci, anche scrivere racconti brevi è difficile. Anzi, molto difficile. Tanti non ci riescono. E riuscire a scriverne molti è una conquista. Ci sono grandi scrittori che si sono specializzati in questo. Quanto a me, questa è la mia natura, questo so fare. Ci si nasce, come si nasce per comporre musica, o dipingere. La verità è che mi piace lavorare da solo. Lo so, il cinema si fa per forza in tanti. Ma le riprese di un film alla fine durano otto settimane. Tutto il resto del tempo si lavora da soli, ed è la cosa che mi piace di più. Quando sono solo lavoro per me. Non penso a un pubblico, non penso al successo che ne può venire o non venire. Non mi interessa, davvero".
Lei scrive anche i film.
"Certo. Ma mi riconosco in quello che una volta Tennessee Williams disse in un'intervista: "Io scrivo una commedia, scriverla mi piace. Quando è finita vorrei metterla in un cassetto e cominciarne un'altra, senza passare per il processo di vederla andare in scena". Anche per me il film è finito quando ho finito di scriverlo. Quello che succede dopo può funzionare, ma in un certo senso non migliora ciò che avevo immaginato. Bisogna metterci un sacco di lavoro... lavoro che so fare, intendiamoci, ma non è la parte che mi piace di più. D'altro canto, dato che nel passaggio dalla pagina allo schermo avvengono tante cose, è indispensabile che sia io a controllare tutto il procedimento. E se c'è bisogno di fare dei cambiamenti, è meglio che sia io a farli. Ma di solito non cambio nulla se non sono certo che il film possa migliorare. Per questo non scriverei mai un film che poi non possa dirigere io. Con quello che costa fare delle modifiche, non le affiderei a nessun altro".

 


Di tutti i suoi libri, quale la soddisfa di più?
"I miei libri sono tutti raccolte di pezzi singoli, nati per varie destinazioni. Ma se parliamo di un'opera singola, direi proprio la mia autobiografia (A proposito di niente, La nave di Teseo, 2020, ndr), che poi è anche il libro più lungo che mi sia mai riuscito. Lì sì che ce l'ho fatta a scrivere centinaia di pagine, ma è stato molto più facile che scrivere un romanzo: erano le storie della mia vita, non sono rimasto a corto di materiale. Mi è piaciuto immergermi di nuovo nel passato, ripescare tante cose. E credo alla fine che sia venuta bene".
Ha avuto successo? In America, per esempio?
"Mah, ogni tanto so di qualcuno che l'ha apprezzata. Ma a essere sincero non lo so. Non seguo queste cose, non guardo le vendite, non leggo le recensioni. Anche con i film faccio lo stesso: non seguo mai il risultato. Che il tale film piaccia ai tedeschi ma meno agli italiani non mi cambia nulla. Ovviamente mi fa piacere quando qualcuno li approva e me lo dice, però - libro o film - l'importante per me è averli finiti. D'altro canto le reazioni del pubblico di un film posso solo illudermi di conoscerle... Vede, io ho fatto per tanto tempo lo stand-up comedian, faccia a faccia con la gente, lì la reazione  è chiara e immediata. Quando invece scrivi un libro puoi soltanto immaginare cosa proverà chi lo legge chissà dove... magari sulla spiaggia, magari a letto... Non lo saprai mai. Non sei lì con il lettore, non avrai il piacere di sentirne la risata. Ma è vero anche che ti risparmi il senso di gelo di quando la risata non arriva".
Posso riferirle un apprezzamento circa la sua autobiografia.  Un suo collega scrittore, Hanif Kureishi, trovandosi in ospedale a Roma nell'impossibilità di muoversi in seguito a un grave incidente, so che si è immensamente divertito ascoltando l'audiolibro da cima a fondo.
"Beh, questo è certo un bel complimento".
E lo scrittore Woody Allen cosa legge?
"Non sono mai stato un grande lettore. In questi giorni sto leggendo un libro, il titolo sinceramente non mi viene in mente, scritto da un collaboratore di Brecht, bravo come Thomas Mann - parla di una famiglia ebrea in Germania  e della nascita del nazifascismo: ma non c'è nessuna isteria da film, c'è invece tutto il senso della lentezza con cui arriva l'orrore. E questo mi appassiona. Ma, per tornare alla sua domanda, di grandi libri nella mia vita ne ricordo pochi. Anche di molti tra i classici più illustri posso dire di avere veramente gustato solo qualche brano, qualche passo... Da ragazzo, poi, non leggevo proprio nulla. Quella onnivora era mia sorella. Io divoravo i giornali sportivi. Ancora oggi leggo relativamente poco".
Neppure i fumetti?
"Ah, quelli sì! Da ragazzo ne ero insaziabile. A casa ne avevo una pila alta così. Superman, Batman... ogni settimana non vedevo l'ora che uscisse quello nuovo. I libri veri li ho cominciati a leggere solo a scuola. Hemingway, a diciott'anni, non prima. Le ragazze che corteggiavo, loro sì che leggevano molto... magari cercavo di leggere per mettermi al loro livello. Ma leggere per puro piacere è un'attività che non praticavo".

 


E non le andrebbe di scrivere ancora per il teatro?
"Ma lo faccio! Ho già due commedie pronte. Una almeno credo che piacerebbe anche in Italia. Nel frattempo ho anche finito di girare un film in Francia, tutto in francese e con attori francesi. Si chiama Coup de Chance. Mi sono divertito moltissimo. È un film europeo e vorrei farne un altro. Magari in Italia, mi piacerebbe".
A quale dei suoi film potrebbe assomigliare?
"Forse a Match Point".
Ottima notizia. Lo vedremo?
"Sì, abbiamo già la distribuzione (in Italia da Lucky Red, ndr)".
E la commedia nuova, quella che potremmo apprezzare anche noi, a quale delle sue assomiglia? Ne ricordo una messa in scena a Roma da Monicelli, in italiano si intitolava Una bomba in ambasciata.
"Don't drink the water! Fu la mia prima commedia. Piena di errori, scritta solo per far ridere. Però piacque. Ora sono molto più bravo. E quest'ultima è molto più complicata".
Di che parla?
"Di un gruppo di persone a New York... di conflitti tra di loro... per me è interessante guardare quanto persone colte e assennate possono diventare irrazionali".
Sarà difficile portarla a Broadway?
"Quasi impossibile. I costi lì sono diventati stratosferici, con quello che costa produrre una commedia si potrebbe fare un film. Così, per non rischiare, si producono quasi solo vecchi musical col richiamo di qualche star del cinema. Adesso è solo roba per turisti ricchi...".
Secondo lei morirà il teatro?
"No, il teatro non morirà affatto, anzi, si rimetterà in piedi e sarà per sempre. Certo, ora come ora, è praticamente paralizzato. Non come il cinema. Parlo dal mio punto di vista, ma per fare cinema basta trovare i soldi, non ce ne vogliono molti, e io li trovo. La cosa triste è che per gli altri, e penso ai giovani, non è così. Loro, almeno in questo momento, sono tagliati fuori...".

Pubblicato sul Venerdì del 7 aprile 2023