Boris Becker: "Dopo il carcere sono meglio di prima: ho imparato a perdere"
di Roberto Croci , di Roberto CrociLos Angeles. Boom Boom, Der Bomber, Rembrandt del tennis, Baron von Slam: sono alcuni dei soprannomi di Boris Becker da quando, a cavallo tra gli anni 80 e 90, sconvolgeva il mondo del tennis per la sua esplosività e il servizio letale. È stato il più giovane a vincere Wimbledon, a 17 anni, e il primo a disputare sette finali del prestigioso torneo inglese, conquistandone tre. Quarantanove titoli in carriera, tra cui sei del Grande Slam e una medaglia d'oro olimpica. I campi veloci come l'erba di Wimbledon erano i suoi preferiti. Ha vinto 25 milioni di dollari in premi, conducendo una vita personale quanto meno tumultuosa.
Fino, nell'aprile 2022, alla condanna, per bancarotta fraudolenta, a 30 mesi di reclusione metà dei quali da trascorrere in carcere. Il campione Boris Becker è diventato così il detenuto numero A2923EV. Dopo sette mesi in cella a Londra è stato estradato in Germania dove sta finendo di scontare la sua pen…
Los Angeles. Boom Boom, Der Bomber, Rembrandt del tennis, Baron von Slam: sono alcuni dei soprannomi di Boris Becker da quando, a cavallo tra gli anni 80 e 90, sconvolgeva il mondo del tennis per la sua esplosività e il servizio letale. È stato il più giovane a vincere Wimbledon, a 17 anni, e il primo a disputare sette finali del prestigioso torneo inglese, conquistandone tre. Quarantanove titoli in carriera, tra cui sei del Grande Slam e una medaglia d'oro olimpica. I campi veloci come l'erba di Wimbledon erano i suoi preferiti. Ha vinto 25 milioni di dollari in premi, conducendo una vita personale quanto meno tumultuosa.
Fino, nell'aprile 2022, alla condanna, per bancarotta fraudolenta, a 30 mesi di reclusione metà dei quali da trascorrere in carcere. Il campione Boris Becker è diventato così il detenuto numero A2923EV. Dopo sette mesi in cella a Londra è stato estradato in Germania dove sta finendo di scontare la sua pena in un regime di libertà vigilata.
Ora a raccontare la vita dell'ex tennista tedesco arriva The World vs. Boris Becker (dal 7 aprile su Apple Tv+), un documentario in due parti scritto e diretto da Alex Gibney (premio Oscar per Taxi to the Dark Side e regista di The Armstrong Lie e Going Clear - Scientology e la prigione della fede), e prodotto da John Battsek (premio Oscar con Un giorno a settembre), ai quali si è raccontato per più di tre anni, fino appunto alla fine dell'aprile scorso, due giorni prima della sentenza.
Nel documentario, anche molte interviste ai componenti della sua famiglia e a star del tennis: John McEnroe, Björn Borg, Novak Djokovic, Mats Wilander e Michael Stich...
Come nasce il soprannome Boom Boom?
"Lo devo al leggendario tennista indiano Vijay Amritraj con cui giocai un doppio tre mesi prima di vincere Wimbledon. Quando i miei avversari rispondevano alla mia battuta io diventavo furioso, e come risposta, colpivo la palla ancora più forte. Boom! e poi Boom!".
Cos'ha imparato dai mesi passati in prigione?
"Ad accettare i miei errori. Se rimpiangi il passato, se accusi i giudici o Dio per averti condannato, non riuscirai mai ad andare avanti. Anche nel tennis la cosa più difficile è dimenticare gli errori e le occasioni mancate, non tutti ci riescono. Solo i campioni ricominciano da zero e sono pronti quando si presenta un'altra chance per mettersi alla prova. Mentalmente sono sempre stato molto forte, ho una buona immaginazione, e ottimi ricordi. Ma in galera vivi immerso nella tua testa. E così ho capito che se resto orgoglioso di molte delle cose che ho fatto, ho capito anche di aver commesso degli errori. Ma li ho pagati, e a caro prezzo. Oggi sono forse un po' più intelligente di prima. Sicuramente più umile".
Questa sua forza mentale l'ha scoperta in prigione o viene da lontano?
"Viene dall'educazione che ho ricevuto. Mia madre era una donna austera, mio padre un gran lavoratore. Quando la guerra finì avevano entrambi dieci anni, la loro infanzia in una Germania ferita è stata molto dura. La forza dei miei è sempre stata una fonte di ispirazione, mi ha aiutato a superare gli alti e bassi della carriera e anche a rimanere con i piedi per terra quando è arrivato il successo. Da giocatore, a volte, le mie emozioni hanno avuto la meglio, avrei voluto e dovuto controllarle di più, essere meno impulsivo. Il tennis è uno sport molto logico. Non vinci una partita per fortuna o per sorpresa. Se segui le regole, e sei fisicamente in forma, vinci più partite di quelle che perdi".
Il controllo delle emozioni è quindi fondamentale?
"È molto importante, soprattutto quando devi combattere per ore fino all'ultimo punto. Ecco perché Federer, Nadal e Djokovic sono dei campioni. Djokovic per me è il più determinato. Prima di iniziare ad allenarlo (dal 2013 al 2016, ndr) ho voluto conoscerlo come persona, nella sua vita privata. Novak è molto diverso dal giocatore che si vede in campo. Il giocatore è quasi meccanico, persino freddo, ma in privato è l'opposto, è uno degli uomini più generosi che conosca. Ho sempre ammirato questa sua duplicità, l'abilità di gestire due personalità che coesistono in una sola persona".
Lei è padre di quattro figli, due dei quali avuti con la sua prima moglie, la modella afroamericana Barbara Feltus Pabst. In prigione ha vissuto episodi di razzismo?
"Sì, tutti i giorni. Ho incontrato veri e propri nazisti, a cui ho ripetutamente cercato di spiegare perché è assurdo pensare che il "bianco" sia meglio del "nero". Veniamo tutti dalla madre Africa, nelle nostre vene abbiamo tutti parte dello stesso sangue. Ho rischiato di prendere una montagna di cazzotti. Ma alla fine molti dei boss si divertivano, e mi hanno sempre lasciato parlare".
Quanto le ha dato il tennis come uomo?
"Sono sempre stato un buon atleta, ero piuttosto dotato anche in altre discipline. Quando ho iniziato a giocare a tennis negli anni 70 non esisteva ancora il "lavoro" di tennista, non era una professione riconosciuta, almeno non in Germania. Al tennis devo tutto, grazie a questo sport sono qui e ho fatto questo film, di cui vado molto fiero. Tutto quello che è successo nella mia vita, nel bene e nel male, lo devo alla scelta di essere un giocatore di tennis. Ed è una scelta che non rimpiangerò mai".
Ha mai avuto dei dubbi sul suo futuro come tennista professionista?
"Certo, quando mi sono rotto la caviglia durante il mio primo torneo professionistico nel 1984, contro Bill Scanlon. I miei non erano molto d'accordo con la decisione di fare del tennis il mio lavoro e, dopo la frattura mia madre mi disse: "Te l'avevo detto, avresti dovuto continuare a studiare". Ma tutta la passione che ho messo nella riabilitazione mi ha fatto capire quanto volevo diventare il numero uno, quanto ero determinato a vincere".
Nel documentario si parla molto oltre che di carcere anche di salute mentale. Che relazione c'è tra queste due tematiche?
"Nella prigione di Wandsworth, a Londra, ho trovato lavoro insegnando matematica e inglese: anche se oggi potrebbe non sembrare, sono molto bravo con i numeri...Beh, quel lavoro mi ha permesso di uscire dalla mia cella per cinque ore al giorno, e questo mi ha salvato la vita. Perché invece l'isolamento in cella ti uccide. Per questo sono molto contento che anche nel mondo dello sport si inizi a parlare di salute mentale. La sincerità di Naomi Osaka e il fatto che abbia parlato apertamente della sua depressione è stato un passo avanti importante per la comunità tennistica. Non bisogna mettere troppa pressione ai giocatori".
Dopo l'esperienza del film, come vive la sua passione per il cinema?
"Sono sempre stato un grande appassionato. La mia serata perfetta è una pizza e un buon film in tv con la mia famiglia. I miei attori preferiti? Jack Nicholson, James Dean, Marlon Brando e Sean Penn, tutti un po' ribelli: con le loro interpretazioni soddisfacevano la mia fame di identità e ribellione contro la personalità dominante di mio padre. Quanto ai film che mi piacciono di più, sono quelli basati su storie vere. Tipo il mio! La vita a volte sembra un film, nel mio caso è tutto vero".
Come vede il mondo del tennis di oggi?
"Mi piacciono molto i nuovi talenti, Stefanos Tsitsipas, Jannik Sinner, Carlos Alcaraz, Casper Ruud, Alexander Zverev, ma nessuno sembra ancora essere capace di battere Novak Djokovic. Il Re è imbattibile, anche se al momento, con Rafael Nadal, il tennis ha due Re, il che è fantastico, molto eccitante. Ma per quanto mi riguarda continuo a scommettere sempre su Novak, è un giocatore incredibile. Allo stesso tempo sono un grande fan di Nadal, anche perché è un modello di integrità assoluta per i giovani, sia per il suo atteggiamento, sia per la disciplina e la pura volontà di dare un esempio, non solo nel mondo sportivo. Secondo solo a Roger Federer".
Lei gioca ancora?
"Certo, anche se non posso farlo come quando avevo vent'anni! Ho sempre avuto un gioco troppo aggressivo, con cui ovviamente non posso più competere. A volte aiuto la Nazionale tedesca a prepararsi per la Coppa Davis, l'unica cosa che chiedo è di giocare con me, non contro di me. Non posso correre troppo, ma se mi tirano la palla a metà campo, posso ancora effettuare un colpo killer, da Boom Boom. Alla Becker".
Pensa che dopo aver visto il documentario, la gente possa avere un'opinione diversa su di lei?
"Sarebbe bello, anche perché dopo sette mesi di prigione ho una prospettiva molto diversa sulla mia vita. Vorrei che la gente capisse che Boris Becker non è più un ragazzino irresponsabile, un cazzone, ma è diventato un uomo maturo di 55 anni, che espone un lato della sua vita che nessuno conosce. Spero che questa possa essere una nuova visione di me, una nuova versione e percezione di Becker come padre e come uomo. Un uomo migliore".
Pubblicato sul Venerdì del 31 marzo 2023