Il direttore sportivo Walter Sabatini si racconta: "Ero nebbia, pubblico e pallone"
di Emanuela AudisioIl cacciatore di piedi ha scritto il suo primo libro: Il mio calcio furioso e solitario (Piemme). Walter Sabatini, 67 anni, umbro, ex giocatore, insolito direttore sportivo, tra i più famosi d'Italia (ex Lazio, Palermo, Roma, Inter, Sampdoria, Bologna, Salernitana), amante del pallone e non del mare, si racconta. Del suo mestiere troverete poco: compra, vende, presta calciatori, scopre talenti nel mondo. Dei suoi traumi tutto. Avviso ai librai: non mettetelo nella sezione sport. D'accordo, prima di Steinbeck è un'esagerazione, come pure di Sartre e di Stendhal. Però prima del dottor Sacks (Oliver, neurologo), quello di L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, ci starebbe bene. Perché Sacks e Sabatini condividono eccessi, originalità, sensi di colpa.
Scrive: non volevo essere quello che gli altri hanno raccontato.
"Vero. Niente caricatura di me stesso: il fumatore e il lettore incallito, l'uomo dei vizi, dei tre …
Il cacciatore di piedi ha scritto il suo primo libro: Il mio calcio furioso e solitario (Piemme). Walter Sabatini, 67 anni, umbro, ex giocatore, insolito direttore sportivo, tra i più famosi d'Italia (ex Lazio, Palermo, Roma, Inter, Sampdoria, Bologna, Salernitana), amante del pallone e non del mare, si racconta. Del suo mestiere troverete poco: compra, vende, presta calciatori, scopre talenti nel mondo. Dei suoi traumi tutto. Avviso ai librai: non mettetelo nella sezione sport. D'accordo, prima di Steinbeck è un'esagerazione, come pure di Sartre e di Stendhal. Però prima del dottor Sacks (Oliver, neurologo), quello di L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, ci starebbe bene. Perché Sacks e Sabatini condividono eccessi, originalità, sensi di colpa.
Scrive: non volevo essere quello che gli altri hanno raccontato.
"Vero. Niente caricatura di me stesso: il fumatore e il lettore incallito, l'uomo dei vizi, dei tre pacchetti di sigarette e dei 15 caffè al giorno, delle citazioni letterarie, lo sciamano del calcio, quello che non riesce a separare la vita dalla palla che rotola, che passa le notti al telefono, che non tralascia di aspirare niente. Vi prego, non voglio essere una macchietta, anche se ho fatto di tutto per suicidarmi, senza successo. Il mio corpo è ferito perché non gli ho risparmiato niente, l'ho usato, ne ho abusato, ho vissuto tutto con lui: sesso, scontri, rabbie, viaggi. Ma ho sopravvalutato le mie energie pensando di poter far tutto, anche con stress e polmonite, e anche dopo l'asportazione di un tumore. Sì, in terapia intensiva avevo l'iPad per vedere la partita della Roma, anche se intravedevo solo ombre. Cuore e batticuore. Sono stato due volte in coma, con la dottoressa che continuava a ripetere: lo perdiamo. Io invece volevo rischiare di vivere e puntare sulla mia bassa (per gli altri) percentuale di riuscita. Azzardare mi piace, ma le mie coronarie dimostrano che non sono un duro, tendo a fidarmi del mio intuito, penso di saper decifrare in anticipo le situazioni e gli esseri umani".
Soprattutto chi le vieta il parmigiano.
"Giocavo a Varese, era il '75, l'allenatore era Maroso. Siamo a pranzo, portano il risotto, chiedo di avere del parmigiano da metterci sopra. C'è già, fa lui. E me lo nega. Per andare via non avevo bisogno di altro. Ordini su come devo gustare la vita non ne prendo. E infatti sono stato un ragazzo inquieto e scalmanato. Mia madre spazientita mi diceva: ma perché non muori, così soffro una volta sola?".
Però i direttori sportivi non scrivono di tramonti alla Pessoa.
"Forse nemmeno di insurrezioni fallite del colonnello Aureliano Buendía, ma io sì. Leggere aiuta, dilata i pensieri, consola, anche perché nessuno è soddisfatto della propria vita. Il libro è per mio figlio Santiago che ha 18 anni, l'ho scritto al cellulare, inviavo le frasi via WhatsApp a un'amica, l'avvocata Angelica Alessi, che le trascriveva al computer e mi rimandava il file. Mi è servito perché per la prima volta a luglio e ad agosto, mesi non di vacanza per chi fa il mio mestiere, mi sono trovato senza calcio di cui occuparmi. Avevo bisogno di ritrovarmi, ero in crisi d'identità, scrivere mi ha fatto bene, essere sincero anche, sono andato a recuperare cose sgradevoli e difficili da raccontare".
Il gesto di violenza di suo padre Remo?
"Capitò una volta sola, io e mia sorella sentimmo urla provenire dalla cucina. Trovammo mia madre Lina, disperata, in lacrime. Lui l'aveva picchiata. Andammo subito in treno dai nonni, mio padre venne a riprenderci, provò a raccontare un'altra versione della storia, lo smentii, mi diede un buffetto, non so quanto amichevole. Nonno Livio gli intimò di uscire dalla casa: "Non vi azzardate più". A quei tempi si dava del voi. Restò un episodio isolato, Remo riuscì a riportarci a casa con la Topolino, ma tra noi restò un distacco, anzi una diffidenza".
Suo padre lavorava alla Perugina e profumava di cioccolato.
"Sì, ma aveva avuto un incidente stradale, forse trascurato, che l'aveva cambiato, aveva spesso attacchi, crisi e depressioni. Da piccolo mi lasciava guidare la sua Seicento in cortile, un giorno aprii il cassetto del cruscotto e trovai una sua lettera indirizzata a mia madre dove si diceva che in caso fosse morto non doveva accettare aiuto da parte di nessuno. Ci rimasi male, voleva suicidarsi? Non ne parlai mai con lui, ma per me fu terribile. Ero un ragazzo e la morte era già atterrata nella mia esistenza".
Poi arrivò la tragedia di Curi, suo compagno nel Perugia.
"Renato morì durante la partita contro la Juve, nell'ottobre 1977, tradito dal cuore. Aveva solo 24 anni. Iniziò a piovere, cadde a faccia in giù su una pozzanghera. Ero in panchina, gli altri credevano gli avesse ceduto il ginocchio, io no, capii subito, dal suo viso nel fango, rientrai nello spogliatoio sapendo che era morto. Qualche giorno prima mi aveva regalato una medaglietta con il numero 13 per combattere la mia sfortuna con gli infortuni. Quella notte per stordirmi mi ubriacai di whisky, scrissi anche una poesia, sulla ferocia dell'ingiustizia. Ci penso sempre: io sono vivo, lui no".
Vogliamo virare verso la vita?
"Non ce la faccio, mi sento colpevole di tutto, di ogni sconfitta, di qualsiasi cosa capiti attorno a me, anche delle macerie, di non aver portato lo scudetto alla Roma, di aver tolto un sogno alla gente, quella cosa che non successe mi pesa e mi marchia. Abbiate un po' di pazienza, rispondo. Chissà se tutto nasce dal giorno in cui dissi no alla merenda di mio nonno. Avevo 12 anni, mi allenavo sul campo della Nestor Marsciano, abbastanza lontano da casa, lui già vecchio e malato, era venuto a portarmela, io stizzito, la rifiutai, non volevo essere preso in giro dai compagni. Vidi il nonno andare via deluso e sconsolato, poco dopo morì".
Non è per senso di colpa però che spesso lascia gli incarichi.
"Nel libro parlo di esagerate interruzioni consensuali. Non sopporto chi insulta i miei uomini, anzi non lo permetto. Saputo, il presidente del Bologna, ha urlato: questa è una squadra di merda. Per messaggio gli scrivo che il responsabile sono io e che ci sta che me ne vada. Lui il giorno dopo concorda. Alla Sampdoria ho fatto quasi a botte con il presidente Ferrero perché inveiva contro l'allenatore Giampaolo dopo una brutta partita persa a Bologna. A Perugia ho litigato con Alessandro Gaucci perché senza avvisarmi aveva mandato via un collaboratore. In otto mesi mi sono escluso da due grandi società, Roma e Inter. Tendo a essere una persona libera, anche se schiava di molti vizi; quando Adriano Galliani, molto simpatico, mi cercò per il Milan, non se ne fece nulla perché lui mi avvisò".
Di cosa?
"Che Berlusconi era il primo direttore sportivo del Milan, lui Galliani, il secondo, io Sabatini sarei stato il terzo. Grazie, risposi, resto alla Roma. Sempre più i presidenti vogliono fare il loro calcio, ma io sono un Ds vero, non si tratta di avere idee vecchie o nuove, ma di giuste priorità. Gli archivi digitali, gli algoritmi, gli osservatori, gli psicologi, sono tutte figure utili, ma se sono a servizio di qualcuno e cioè dell'allenatore. Guardate il Napoli e le sue bellissime sincronie di gioco, frutto dell'intenso lavoro di Luciano Spalletti e del suo match analyst, Simone Beccaccioli. Detto questo, se dico che la Roma di Mourinho non ha un gioco, mi scrivono: ma quando muori? Abbiate un po' di pazienza, rispondo".
In coma farmacologico lei sognava il calcio.
"Sì, nel mio delirio ero arrabbiato perché non mi passavano la segreteria vaticana, sapevo che papa Francesco, da tifoso, stava cercando di rafforzare la squadra del San Lorenzo. E non vengono a chiedere consigli a me sul mercato argentino?".
Aspetta ancora una chiamata?
"Sì, sono fermo da un anno, ho crisi di astinenza, ma sono anche curioso di questo libro. Voglio sia un successo, non posso sopportare un fallimento. Avevo scelto un altro titolo: Ero nebbia, pubblico e pallone. È la mia immagine del calcio. L'importante è che mio figlio Santiago capisca. Lui è il mio guardrail, prova a salvarmi, ogni volta che mando a sbattere la mia vita".
Pubblicato sul Venerdì del 7 aprile 2023