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Al banchetto di Internet padroni più ricchi, lavoratori più poveri

I quattro tecnopaperoni americani. Da sinistra: Elon Musk (51 anni), Jeff Bezos (59) Mark Zuckerberg (38) e Bill Gates (67) (Getty images) 
Per un secolo il valore della produzione è andato per due terzi in salari e per un terzo in profitti. Ma le cose sono molto cambiate. Come spiega l’economista Jan Eeckhout
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Nicholas Kaldor, gigante dell’economia prima alla London School of economics e poi a Cambridge, li chiamava “fatti stilizzati”. Ovvero quelle regolarità statistiche che, a forza di ripetersi, sembravano ormai scritte nella pietra. Tra di esse il fatto che, fatto cento il valore della produzione economica, i due terzi andavano al lavoro e un terzo al capitale. Questo rapporto, pur cambiando le tecnologie, quindi la produttività e il numero degli occupati, è rimasto inalterato per un tempo immemorabile.

Poi sono arrivati gli anni 80, Milton Friedman, la globalizzazione, e la pietra ha cominciato a sbriciolarsi. E dal 65 per cento pre Thatcher, nel 2017 quella quota è scesa nei dintorni del 58. Sembra un calo piccolo ma n…

Nicholas Kaldor, gigante dell’economia prima alla London School of economics e poi a Cambridge, li chiamava “fatti stilizzati”. Ovvero quelle regolarità statistiche che, a forza di ripetersi, sembravano ormai scritte nella pietra. Tra di esse il fatto che, fatto cento il valore della produzione economica, i due terzi andavano al lavoro e un terzo al capitale. Questo rapporto, pur cambiando le tecnologie, quindi la produttività e il numero degli occupati, è rimasto inalterato per un tempo immemorabile.

Poi sono arrivati gli anni 80, Milton Friedman, la globalizzazione, e la pietra ha cominciato a sbriciolarsi. E dal 65 per cento pre Thatcher, nel 2017 quella quota è scesa nei dintorni del 58. Sembra un calo piccolo ma non lo è. Soprattutto perché non era mai avvenuto. La torta è rimasta la stessa, ma le fette sono state ripartite diversamente. Più grosse alle imprese (e anche agli investitori che ne posseggono delle azioni), più piccole ai dipendenti. «Il grande sconfitto è il lavoro. E le conseguenze negative ricadono su tutta l’economia» scrive il belga Jan Eeckhout, professore alla Pompeu Fabra di Barcellona, in Il paradosso del profitto (Franco Angeli).

L’economista Jan Eeckhout, docente alla Pompeu Fabra di Barcellona 

Poche grandi aziende guadagnano adesso molto di più di un tempo, a scapito dei loro lavoratori?

«Fino agli anni 70 un tasso di profitto normale era dell’1-2 per cento rispetto ai ricavi. Adesso quella percentuale si assesta su una media del 7-8 per cento. Un aumento enorme. Soprattutto se lo si confronta con altre grandezze aziendali, tipo la spesa per il personale che è circa il 20 per cento dei ricavi, da cui poi vanno detratti materie prime, costi di capitale (fabbriche e macchinari) e costi generali (ricerca e sviluppo, marketing ecc). Così, se il rapporto profitti-costi è passato da un decimo a poco meno di metà, nel caso di Apple e Facebook può diventare superiore al 300 per cento».

Ci sono varie cause di questo dirottamento di denaro dai lavoratori ai manager. Ci spiega le principali?

«Intanto due motivi tecnologici. L’automazione, che ha permesso di fare di più con meno lavoratori. E poi la globalizzazione, che non sarebbe stata possibile senza la tecnologia dei trasporti a basso costo e ha consentito di spostare parti importanti di manifattura dove il lavoro si pagava una frazione che in patria. La geografia conta anche in un altro modo. Mentre nella seconda rivoluzione industriale la ferrovia e l’elettricità consentivano un’economia di scala all’interno di una nazione, la globalizzazione l’ha resa possibile a livello di mondo. E a una velocità inedita, perché per trasportare più merci in un container non serviva aspettare un decennio come per fare una nuova tratta di strada ferrata».

Ciò ha significato merci più economiche che però non hanno compensato le perdite per i lavoratori…

«A scanso di equivoci, io penso che la tecnologia abbia migliorato la vita di tutti. Se anche uno non è più ricco di una generazione fa, ha un’aspettativa di vita più alta e il cellulare gli semplifica la vita in mille modi. Detto questo, però, le merci costano meno ma hanno anche margini più alti, con il markup o ricarico medio cresciuto dall’1,2 all’1,5 che può arrivare al 2,5 per un dieci per cento di imprese che riescono a vendere i propri prodotti a un prezzo superiore del 250 per cento rispetto al costo. Margini che sono andati agli Zuckerberg, Gates e altri grandi imprenditori mentre l’85 per cento dei lavoratori non ha visto alcun miglioramento della propria condizione economica».

Gli aumenti dei profitti hanno anche a che fare con leggi fiscali assai distorte che premiano il profitto a scapito del lavoro, o sbaglio?

«Non c’è dubbio. Negli Stati Uniti molti professionisti (medici, avvocati, dentisti) aprono società di capitali, le cosiddette “S-corporation” (dal comma S dell’articolo 1 dell’Internal Revenue Code) non soggette all’imposta sul reddito e dove il reddito degli azionisti è tassato come profitto nella dichiarazione dei redditi in maniera molto vantaggiosa rispetto ai lavoratori. Il 69 per cento dell’1 per cento più ricco e l’84 per cento dello 0,1 per cento più ricco guadagna una quota del proprio reddito in questa forma».

Lei è molto preoccupato per il futuro del lavoro, anche alla luce degli ultimi strabilianti progressi dell’Ia, ma avverte anche di non cadere nella lump of labor fallacy, la fallacia per la quale esisterebbe una quantità fissa di lavori e che se le macchine ne tolgono alcuni non sarebbe possibile crearne di nuovi. Non teme però che i nuovi lavori siano spesso bullshit jobs come li definiva l’antropologo David Graeber?

«Certo che lo temo. Il problema della qualità decrescente dei lavori è reale e serissimo. Voglio solo dire che, come i luddisti non potevano immaginare che oggi ci sarebbe stata gente che faceva il social media manager per vivere, nello stesso modo potremmo restare sorpresi noi tra dieci o vent’anni, quando le macchine avranno portato via alcuni dei lavori che esistono oggi. Credo in ogni caso che ci saranno meno lavori fisici e che avremo più tempo libero a disposizione. D’altronde dalla seconda rivoluzione industriale la settimana lavorativa si è ridotta di sette minuti all’anno, ogni anno».

Dunque che fare per ribilanciare l’economia a favore dei lavoratori?

«Può sembrare una provocazione, ma ci vuole più mercato. Nel senso che adesso il capitalismo è stato troppo pro aziende e troppo poco concorrenziale. E, ovviamente, molta più ridistribuzione. Le aziende, come spiegava Warren Buffett, sono tanto più vincenti, buoni affari su cui investire, quanto più è profondo il fossato anti concorrenziale che hanno scavato a loro difesa. Meno concorrenza vuol dire anche potere tenere bassi i salari dei propri dipendenti e alti i prezzi delle merci. Per ristabilire un campo da gioco più sano servono più risorse per le autorità anti monopolio. Per far funzionare le banche centrali si spendono cinque miliardi di dollari mentre per le antitrust forse 500 milioni, per fronteggiare un problema con una ricaduta economica quantificata come sedici volte più ampia di quelladell’inflazione. C’è decisamente una tragica sottovalutazione in questa differenza».

Sul Venerdì del 7 aprile 2023