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La morte di Kitty e l'indifferenza della gente

Catherine “Kitty” Genovese, 28 anni, uccisa a New York la notte del 13 marzo 1964 da Winston Moseley, 25 anni (a destra) 
BRUTTE STORIE Catherine Genovese gridava ma nessuno intervenne: dal suo assassinio, nel 1964, sono nati vari studi di psicologia sociale. E anche il numero di emergenza 911
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L'hanno chiamato “effetto spettatore”, o anche “sindrome genovese”, perché prende il nome da Catherine Susan Genovese, una brunetta di ventotto anni che faceva la barista in un locale del Queens, a New York, e metteva via i soldi col sogno di aprire un ristorante italiano. La notte del 13 marzo 1964, o meglio, la mattina, dal momento che erano già le 3 e un quarto, Kitty torna dal lavoro, parcheggia proprio sotto casa e nota uno strano uomo che si sta avvicinando. Lei non lo sa, ma Winston è un tizio con brutti problemi di violenza, sadismo e odio verso le donne, e infatti quella notte si è svegliato col desiderio incontenibile di ucciderne una, cosa che gli accadrà almeno altre due volte prima che finisca in prigione.

Comunque, Kitty non lo conosce, ma Winston ha in pugno un grosso coltello da caccia, così comincia a correre, urlando per chiedere aiuto, ma l’uomo la raggiunge e la colpisce due volte nella sc…

L'hanno chiamato “effetto spettatore”, o anche “sindrome genovese”, perché prende il nome da Catherine Susan Genovese, una brunetta di ventotto anni che faceva la barista in un locale del Queens, a New York, e metteva via i soldi col sogno di aprire un ristorante italiano. La notte del 13 marzo 1964, o meglio, la mattina, dal momento che erano già le 3 e un quarto, Kitty torna dal lavoro, parcheggia proprio sotto casa e nota uno strano uomo che si sta avvicinando. Lei non lo sa, ma Winston è un tizio con brutti problemi di violenza, sadismo e odio verso le donne, e infatti quella notte si è svegliato col desiderio incontenibile di ucciderne una, cosa che gli accadrà almeno altre due volte prima che finisca in prigione.

Comunque, Kitty non lo conosce, ma Winston ha in pugno un grosso coltello da caccia, così comincia a correre, urlando per chiedere aiuto, ma l’uomo la raggiunge e la colpisce due volte nella schiena.

Kitty cade a terra, grida che l’hanno accoltellata, che qualcuno l’aiuti, Winston si spaventa e si allontana. Poi, però, ci ripensa e torna. La trova che arranca nel vicolo dietro casa e ricomincia. Kitty urla, la stanno ammazzando, qualcuno l’aiuti, ma non succede niente. Winston la violenta, la finisce a coltellate e se ne va.

Va bene, Winston è un serial killer e finirà i suoi giorni in galera, ma il problema non è lui. Il problema sono tutte quelle persone che hanno sentito le grida di Kitty e non hanno fatto niente. Perché non hanno capito cosa stesse accadendo, perché l’hanno sospettato ma non sapevano cosa fare, hanno avuto paura, non volevano essere coinvolti o, peggio, non volevano essere disturbati, come risponde uno di loro alla stampa che pubblica una serie di articoli scandalizzati. Qualcuno la polizia l’ha chiamata, ma non è riuscito a spiegarsi bene, gli agenti hanno tardato ad avvisare l’ambulanza, e anche questo contribuirà all’istituzione del 911, il numero d’emergenza, che prima non esisteva.

La morte assurda di Kitty fa nascere una serie di studi da parte di due maestri della psicologia sociale come Bibb Latanè e John Darley sul fenomeno del “bystander effect”, l’effetto spettatore, per cui testimoni di reati o incidenti non intervengono, frenati, inibiti o distratti da una situazione che sembra falsamente sgravarli dalla responsabilità di farlo.

Erano ancora gli anni 60. Latanè e Darley saranno integrati da altri studi al passo con l’evoluzione della società. Ai loro tempi non c’erano cellulari con cui riprendere la scena e metterla in rete.

Sul Venerdì del 14 aprile 2023