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I dolori di un professore bullizzato

(Illustrazione di Mojmir Jezek) 
QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE: ogni settimana Natalia Aspesi risponde alle lettere dei lettori. Per un giovane insegnante il rapporto con gli studenti può essere difficile. Ma mollare non sarebbe giusto...
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Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano

Scrive un lettore che non si firma:

Le scrivo su quella che in questo momento della mia vita è una vera questione di cuore, l'amore, cioè, per il mio lavoro, che rapidamente sta scemando (insieme con la mia dignità). Ho 26 anni e insegno italiano dal settembre dello scorso anno. È stato un anno complicato: difficile relazionarsi con dei ragazzi di seconda superiore di un istituto tecnico non proprio facile. Ho capito ben presto che "la linea dura" fatta di urla e severità e di rigidità non serve e non funziona, e che troppa morbidezza porta poi i ragazzi ad avere una confidenza con chi, invece, è il loro insegnante: difficilissimo infine trovare una via di mezzo. Tutto sommato però col mio secondo superiore si è stabilito un rapporto di fiducia e di rispetto che mi ha consentito di arrivare quasi a…

Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano

Scrive un lettore che non si firma:

Le scrivo su quella che in questo momento della mia vita è una vera questione di cuore, l'amore, cioè, per il mio lavoro, che rapidamente sta scemando (insieme con la mia dignità). Ho 26 anni e insegno italiano dal settembre dello scorso anno. È stato un anno complicato: difficile relazionarsi con dei ragazzi di seconda superiore di un istituto tecnico non proprio facile. Ho capito ben presto che "la linea dura" fatta di urla e severità e di rigidità non serve e non funziona, e che troppa morbidezza porta poi i ragazzi ad avere una confidenza con chi, invece, è il loro insegnante: difficilissimo infine trovare una via di mezzo. Tutto sommato però col mio secondo superiore si è stabilito un rapporto di fiducia e di rispetto che mi ha consentito di arrivare quasi alla fine dell'anno con buona parte del programma svolto e con una stima da parte dei genitori di questi ragazzi che a volte sanno anche dimostrarsi grati. Si dà il caso che abbia portato in gita una parte minoritaria: con noi c'erano anche ragazzi del quarto e del quinto con i loro insegnanti. Sono stato bullizzato nel senso vero del termine: una parte dei più grandi a fare dei cori col mio cognome, mi hanno sghignazzato in faccia. L'ambiente era disteso, in un primo momento, sbagliando, sono stato al gioco, ridendo assieme a loro. I cori poi si sono fatti più derisori, mi arrabbio ancora, mi hanno riso in faccia. Torniamo al pullman, continuano i cori stavolta più ridicoli, mi tirano dei sassolini mentre sono di spalle. Alla fine ho dato in escandescenze: li ho divorati, ricevendo in cambio un tiepido silenzio, e qualche risata. Mi rendo conto che il problema è il mio, lo so, me ne rendo conto (ho sbagliato ancora). Ma io mi dico: può essere la colpa solo mia? Può essere che voler minimizzare un problema di cui mi sono accorto fosse proprio la strategia sbagliata? E soprattutto: se questo branco di ragazzi aveva ormai deciso di prendermi di mira, che cosa potevo farci? Perché poi prendere di mira chi cerca di essere come loro? Infine, e questo è ciò che più fa male, perché nessun collega mi ha aiutato? Mi vergogno tantissimo, non voglio tornare in quella scuola, tra studenti che mi hanno trattato male, altri che mi guardavano impietosi. Penso ai miei studenti ignari di tutto e a quando verranno a sapere quanto accaduto; addio al rispetto che loro mi dimostravano.
 

Mi spiace che lei non firmi la lettera perché sarebbe stato più dolente, e se permette, più coraggioso, non aver avuto timore di esprimere il suo disagio verso una classe che, bastava forse dirlo, stava facendo ridere su giochetti di parole senza senso. Io non so nulla di come oggi si trattino le classi, mi ricordo quelle del mio tempo, quando noi guardavano all'insegnante come a una persona che tutto sapeva. Tempi finiti, è ovvio, e, anche aiutati dal poco apprezzamento dei genitori, ecco i giovani che disprezzano chi, per lo più poco pagato, li deve avviare all'amore per lo studio. E mai nessuno che immagini che, come il giovane senza nome di questa lettera, avrebbe davvero lo scopo di insegnare la gioia del sapere, il piacere di amare quella cosa che di giorno in giorno si impara proprio sui banchi di scuola. Non ho idea di cosa lei doveva fare, come comportarsi con una classe così buzzurra da essere più che villana. Non trovo giusto che lei, così appassionato, si ritiri, che lasci perdere, si cerchi un altro posto. Ormai ha imparato la lezione, immagino che la scuola le dia anche dei mezzi per convincerli a stare zitti. Non è per subire un'altra umiliazione che i suoi colleghi non sono intervenuti, probabilmente hanno taciuto proprio perché conoscono il loro gregge. Io non so se ci siano mezzi per metterli a disagio, ma penso di sì. Non credo che abbiano solo la stupidità dei giochi di parole su cui giocare. Al primo accenno di battaglia, al primo sghignazzo, lei risponda con una gelida punizione, vedrà come funziona. Poi pensi, c'è anche il fatto che i nuovi ministri di destra pensano subito di mettere in prigione anche gli studenti, qualsiasi cosa facciano.

Sul Venerdì del 21 aprile 2023