Pontremoli (Massa-Carrara). In quei terreni hanno rinunciato a fare legna. Negli altri laggiù, si sono messi a piantare alberi: "Scegliendo le specie rustiche e frugali, pioniere, autoctone". Come il pino silvestre. O il cerro, con la sua corteccia bruna. In pianura hanno scelto la farnia, la quercia più diffusa in Europa, e il rovere. "La roverella in collina, nei versanti esposti a Sud". A Nord, dove c'è più umidità al suolo, i frassini. I carpini, con la chioma allungata. Gli ornielli, altro nome poetico. Sopra i mille metri hanno preferito gli abeti bianchi. "E i faggi, però con attenzione: fanno molta ombra, meglio evitare i grandi spazi". Indica un altro terreno: lì, tagliano i rami bassi "così che la cima si sviluppi per bene, libera e forte". Portano via da terra il fogliame, per evitare il pericolo degli incendi. Ma lasciano i cespugli verdi. L'obiettivo è riportare il bosco al suo stato primitivo, preistorico. "Il più possibile simile al progetto originario del Grande Ingegnere Biomeccanico, o come volete chiamarlo". Irrobustire la foresta, variarla. In modo che assimili più CO2, restituendo aria pulita. "Se rendiamo più folte le chiome, assorbiranno maggiori quantità di anidride carbonica rispetto a quella selva che nei millenni è stata "semplificata" dall'Uomo".
Grande come la Val d'Aosta
Willy Reggioni, dottore in Scienze forestali, responsabile del servizio conservazione natura, cammina piano nel bosco emiliano. Respira profondamente. È felice, mentre si guarda intorno e racconta di un sogno che sembrava impossibile, invece è diventato realtà e proprio qui, in Italia. Riserva di biosfera Unesco del Parco nazionale tosco-emiliano, un paradiso verde di mezzo miliardo di alberi. Avete capito bene: 500 milioni di piante adulte. Un'area grande come la Valle d'Aosta, che da Albinea a Zeri si estende su 80 Comuni nelle provincie di Modena, Reggio Emilia, Parma, Lucca, Massa Carrara e Spezia. Dall'alta pianura emiliana sale sino al crinale appenninico per poi ridiscendere a Sud, lungo Garfagnana e Lunigiana fino a lambire le Alpi Apuane e il Tirreno: Luni, crocevia di commerci e culture al tempo degli etruschi, è la porta sul mare. È l'Amazzonia italiana.
"Negli ultimi anni siamo riusciti a mettere d'accordo decine di soggetti diversi che hanno un qualche titolo su questa impressionante area verde". Amministrazioni locali, privati, 16 parchi, comunità di paesini che conservano il diritto di fare legna sulla base di lontanissimi "usi civici" sul bene collettivo, in alcuni casi risalenti addirittura a convenzioni pre-romaniche. "Sono diventati tutti parte del programma Mab Unesco" dove Mab sta per Man and Biosphere "accettando i suggerimenti su come irrobustire le loro foreste. Noi spieghiamo la vulnerabilità, la criticità di certe situazioni. Diamo consigli su cosa fare, poi sono loro che decidono: si tratta di rinunciare per un po' a tagliare degli alberi in una determinata zona, a non eliminare il sottobosco (perché anche il terreno assorbe CO2), a variare le specie e le età delle piante, a fare in modo che abbiano più spazio per prendere meglio il sole e infoltire i loro rami, lasciando che si sviluppino i fusti più alti". Chi ha il diritto di utilizzare quel verde, si ferma: lascia che la foresta cresca, maturi, migliori. Nei molti casi in cui aveva abbandonato i terreni, la gente del posto è stata convinta a ripulirli. E dà il suo contributo al rimboschimento, tira su recinti per tenere lontano gli ungulati, usa protezioni speciali per la rigenerazione. "Oppure, se proprio taglia la legna, può farlo in un modo più virtuoso. E la scelta alla fine conviene a tutti".
Giuseppe Vignali, direttore del Parco dell'Appennino tosco-emiliano, spiega che "le foreste gestite in questa maniera assorbono più anidride carbonica rispetto a quelle amministrate in maniera tradizionale: lo certificano i risultati delle ricerche scientifiche che hanno messo a confronto due diverse aree adiacenti". Chi aderisce al programma ottiene un "credito sostenibile" per ogni tonnellata di CO2 in più che è stata risparmiata. Il "credito sostenibile" ha un valore preciso per unità (33 euro), che non è solo commisurato al CO2 ma anche ai servizi ecosistemici che questi interventi portano con sé: la conservazione della biodiversità, dell'acqua sorgiva, del suolo, e i servizi turistico-ricreativi. Perché si possono curare gli alberi e anche ripulire i sentieri, eliminare le frane, sistemare panchine e zone dove la gente possa godere di tanta bellezza. I "crediti sostenibili" prodotti possono essere acquistati da aziende già protagoniste di politiche ambientali (guai al green-washing, tanto per capirci): ne sono stati venduti oltre duemila di quelli generati nel 2022. "I boschi si proteggono così: continuando a viverli, nella maniera più naturale. Non abbandonandoli, mai".
Ci vuole fede
Tra gli altri, a fianco dei protagonisti della biosfera tosco-emiliana, si è schierato anche monsignor Paolo Giulietti. Quattro anni fa, quando fu eletto arcivescovo della diocesi di Lucca, vi arrivò a piedi lungo la via Francigena: partendo da Altopascio, sostando a Capannori, con altri mille pellegrini come lui al seguito. "Oggi la presenza dell'uomo nei boschi non è più come prima. Chi rimane qui fa una scelta di vita, che magari non piace alla cultura dominante. Una scelta di natura e di sacrificio, di solidarietà, semplicità. Di impegno per l'ambiente. Credo che la scuola, la Chiesa, le istituzioni dovrebbero contribuire a progetti così. Perché è necessario custodire e sviluppare questi territori. Altro che tagliare rami secchi. È una grande opportunità di sviluppo sostenibile. È ora di invertire la rotta".
Reggioni ricorda con entusiasmo gli incontri pubblici degli ultimi 5 anni. "Al di là del sostegno dei parchi, ci servivano alleati tra i "padroni" delle foreste: spesso parliamo di proprietà collettive in uso a comunità locali, con poche persone che in loro rappresentanza le gestiscono in modo da garantirne tutti, a partire dal cosiddetto "diritto di legnatico" (ogni persona ha diritto a 7 steri, dove uno stero corrisponde a un metro cubo di pezzi di legna). Poco alla volta, hanno tutti aderito al progetto. E adesso c'è chi vuole unirsi a noi, allargando i confini della biosfera".
Bisogna fare i conti con gli effetti evidenti del cambiamento climatico: siccità, gelate. "Indaghiamo la genetica delle nostre piante attuali per capire se ci siano ecotipi molto più resistenti, in modo da adattare il bosco del futuro". Servono alberi più grandi, che occupino spazio in verticale e sviluppino rapidamente la loro chioma. "Ma devono avere età e crescite diverse: abbiamo bisogno di più specie e relazioni tra queste, in modo da aumentarne il volume e la robustezza. Riorganizzare la distribuzione". Riportare le foreste italiane indietro nel tempo, fino al progetto originario del Grande Ingegnere Biomeccanico. "Riprodurlo è impossibile. Ma se continuiamo così, tra 20 o 30 anni potremo avvicinarci molto alla bozza di quel disegno primigenio. E finalmente respirare".
Sul Venerdì del 21 aprile 2023