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Kherson: storia dei bambini rapiti e di quelli salvati

il giardino dell’ospedale pediatrico regionale
di Kherson, in Ucraina. Chris McGrath/Getty Images
 
I neonati orfani che i russi volevano deportare in Crimea sono stati protetti dai medici ucraini grazie a uno stratagemma. Tutti, tranne due...
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KHERSON (Ucraina). Esiste sulla Terra un essere umano più indifeso di un neonato, malato e solo? Difficile anche solo pensarla una condizione di maggiore fragilità. Privo di autosufficienza e privo dei genitori perché sono morti in guerra. O semplicemente non lo volevano e l'hanno abbandonato, può darsi: per chi ha pochi mesi di vita cambia davvero poco. Mamma e babbo non ci sono, questa è la realtà a cui sopravvivere. Ora bisogna immaginarsene quattordici. Quattordici piccoli orfani ucraini, di età tra i due mesi e i tre anni: sono affetti da diverse patologie, niente di irrimediabile, però devono essere curati. Eccoli che piangono, si agitano o dormono nelle culle  disposte in fila nello stanzone, le lenzuola bianche, l'ambiente asettico, l'odore del latte in polvere riscaldato, le infermiere che passano da uno all'altro con le mascherine  -   oggi hanno comprato i peluche colorati e la giostra de…

KHERSON (Ucraina). Esiste sulla Terra un essere umano più indifeso di un neonato, malato e solo? Difficile anche solo pensarla una condizione di maggiore fragilità. Privo di autosufficienza e privo dei genitori perché sono morti in guerra. O semplicemente non lo volevano e l'hanno abbandonato, può darsi: per chi ha pochi mesi di vita cambia davvero poco. Mamma e babbo non ci sono, questa è la realtà a cui sopravvivere. Ora bisogna immaginarsene quattordici. Quattordici piccoli orfani ucraini, di età tra i due mesi e i tre anni: sono affetti da diverse patologie, niente di irrimediabile, però devono essere curati. Eccoli che piangono, si agitano o dormono nelle culle  disposte in fila nello stanzone, le lenzuola bianche, l'ambiente asettico, l'odore del latte in polvere riscaldato, le infermiere che passano da uno all'altro con le mascherine  -   oggi hanno comprato i peluche colorati e la giostra delle api da appendere sopra i lettini.

In corsia con i fucili

I quattordici orfani sono ricoverati nei reparti di neonatologia dell'ospedale pediatrico regionale di Kherson. L'anno scorso, un giorno di inizio autunno, nell'edificio di sei piani che si trova vicino al fiume Dnipro, sono arrivati uomini con la divisa militare russa e i fucili. Hanno detto: "Dateceli a noi, li portiamo via. Non preoccupatevi, li trasferiamo solo sull'altra riva...". Medici e infermieri hanno capito in un attimo che non ci sarebbe stato un bel niente ad attendere quei piccoli sull'altra riva del fiume, e che quella era una bugia per nascondere il fatto che li avrebbero dati in affidamento a famiglie russe. Per quanto sorprendente e atroce potesse essere, stavano assistendo al ratto dei neonati.
Toccava inventarsi qualcosa, e in fretta, se volevano impedirlo. Non possedevano armi, e pure se le avessero rimediate all'ultimo momento, sarebbe stato inutile. I dottori combattono ogni giorno, ma con bisturi e flebo, sono battaglie diverse, in corsia l'obiettivo è opposto rispetto alla trincea: qui si punta a far vivere, là ad uccidere. Dunque, che fare? Serviva uno stratagemma...
Prima di raccontare come è andata a finire questa storia, che il Venerdì è in grado di ricostruire attraverso fonti dirette e che risale agli ultimi giorni del settembre scorso, poco prima cioè che le forze occupanti si ritirassero sulla riva sinistra del Dnipro e gli ucraini riprendessero il controllo della città, è bene tenere a mente il mandato di arresto emesso a marzo dalla Corte penale internazionale dell'Aia nei confronti del presidente Vladimir Putin e di Maria Lvova-Belova, commissaria per l'infanzia del Cremlino. E dello sdegno che ha provocato la notizia in Russia e nei Paesi alleati dell'ex mondo sovietico, dove si ha la convinzione che tutto ciò sia l'ennesima grande menzogna ai danni di Mosca orchestrata dagli americani.

Imputato Vladimir Putin

Il presidente russo è imputato per aver dato l'ordine di rapire e deportare nel territorio della Federazione migliaia di bambini ucraini contro la volontà di genitori e tutori legali. È imputato di aver introdotto nell'ordinamento russo una legge per favorirne l'acquisizione della cittadinanza in tempi rapidi e l'ottenimento del passaporto. Il procuratore inglese Karim Khan, che ha condotto indagini in Ucraina con l'aiuto di un team congiunto di investigatori forniti da sette Stati e coordinati da Eurojust, ha raccolto prove direttamente sul campo, nel Paese che definisce "un'enorme scena del crimine". Grazie a centinaia di testimonianze, video e foto, l'ufficio inquirente dell'Aia ha stilato una lista dei minorenni ucraini trasferiti con la forza come "spoglie di guerra". Quanti, non è chiaro. Il governo di Kiev sostiene che siano almeno 16 mila, 6 mila dei quali dalla sola regione di Kherson, e che sarebbero stati portati in Crimea. Il numero esatto a cui fa riferimento l'atto di accusa della Corte internazionale non è noto: si sa però che comprende chi viveva negli orfanotrofi, nelle case famiglia, e negli istituti dei servizi sociali. Una stima ragionevole indica in circa duemila i "corpi del reato".
Tra questi, i quattordici neonati che quel giorno di fine settembre stavano piangendo nel reparto di neonatologia dell'ospedale pediatrico di Kherson. I loro nomi sono oggi nel fascicolo d'indagine dell'Aia.
Ma Torniamo lì, a Kherson, inizio d'autunno, e riprendiamo il racconto. Anzi lasciamo che sia una delle protagoniste a riferirlo. "I nostri dottori dovevano trovare un modo per bloccare l'evacuazione decisa dall'amministrazione militare russa", ricorda Inna Holodnyak, la direttrice dell'ospedale. "Il tutore legale degli orfani è lo Stato ucraino, ma agli invasori non interessava: li volevano portare via e basta. Così i medici hanno avuto un'idea. Hanno sistemato i respiratori accanto ai lettini e, confidando nel fatto che i soldati non sapessero leggere le cartelle cliniche, hanno sostenuto che quei neonati erano affetti da malattie gravissime, in pericolo di morte. Qualcuno purtroppo si trovava davvero in terapia intensiva, ma la maggior parte no. Poi, per risultare ancor più convincenti, i medici hanno messo i neonati nei respiratori artificiali...". Era una buona idea, ma non perfetta. Perché quello, pur in una città occupata e sotto i bombardamenti, rimane un ospedale attrezzato. E in garage c'era un'ambulanza dotata dei macchinari adatti al trasporto d'urgenza dei pazienti.

Il collaborazionista

"Si potrebbe usare quella", ha suggerito il vice direttore sanitario, passato dall'altra parte: da collaborazionista dei russi (ora è imputato per tradimento) stava indicando ai soldati come portare a termine il compito assegnatogli dal Cremlino.
"Nell'ospedale si era subito sparsa la voce che stavano rubando i bambini", prosegue la testimonianza di Inna Holodnyak. "Cercavano solo gli orfani, perché sapevano che senza padri né madri a proteggerli sarebbe stato più semplice. È stato allora che l'autista dell'ambulanza è corso in garage e ha sgonfiato tutte e quattro le ruote. Poi ha estratto dal motore la batteria e l'ha nascosta, rendendo il mezzo inservibile. Il personale dell'ospedale è poi riuscito a convincere i russi che non ci fosse modo di spostare i quattordici piccoli. Ed è stato così che li hanno salvati dal rapimento".
Come in una favola, quasi. Perché nell'Ucraina della guerra arrivare al lieto fine, come vedremo, è sempre complicato.
Inna Holodnyak ha 56 anni e da sette dirige l'ospedale. Ha un figlio che studia medicina. Quando i russi sono entrati a Kherson, pochi giorni dopo il 24 febbraio 2022, tre ufficiali dei servizi segreti di Mosca e alcuni soldati hanno bussato alla sua porta. L'ospedale in quel momento ospitava 400 bambini e 300 sanitari. "Chiesi di non andare in giro per i reparti con i fucili, perché avrebbero spaventato pazienti e genitori. Come risposta piazzarono cinque mitragliatori vicino al mio ufficio e mi chiesero di collaborare. Non l'ho fatto, e per sette mesi ho potuto lavorare solo da remoto. Fino alla liberazione dell'11 novembre".
Tanti ucraini, nelle regioni occupate, hanno avuto la coerenza e il coraggio di Inna. Viktor Burdovitsyn non è tra questi. Era il direttore della Casa dei bambini di Kherson, una struttura di assistenza sociale per orfani e abbandonati. Due piccoli, di sei e nove mesi, provenivano dalla Casa e si trovavano nell'ospedale di Inna per una banale bronchite. Burdovitsyn (sotto processo anche lui) ha indicato ai russi che almeno quei due, nel gruppo dei quattordici, erano sani.
Le ultime tracce che Inna ha di loro li localizzano a Sinferopoli, in Crimea. Ma era mesi fa. "Da allora non ne ho più saputo niente". A Capodanno l'ospedale è stato colpito da sette missili russi, però funziona ancora. I medici non sono più 300 ma 70. I bambini salvati sono ora sotto la custodia delle autorità ucraine. Ma non passa giorno in cui la direttrice non pensi a quei due neonati che sono da qualche parte in Russia.

Sul Venerdì del 28 aprile 2023