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Gesticolare fa bene al cervello. E noi italiani siamo gli specialisti

Aiuta a ragionare, a organizzare il pensiero e anche a capire meglio gli altri. In che modo, lo spiega ora il saggio di una psicolinguista
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Se qualcuno, facendo oscillare la mano con le dita chiuse a pigna, chiede "ma perché quando parliamo gesticoliamo così tanto?",  viene spontaneo allargare le braccia con le mani ben aperte: è l'equivalente di un vago "Mah!". Psicologi e neuroscienziati, dopo decenni di esperimenti, ora sono in grado di dare la risposta: "In una conversazione, la gestualità è utile sia a chi parla che a chi ascolta. Ci aiuta a formulare il discorso, riduce l'affaticamento della mente, ci permette non solo di organizzare meglio ed esprimere efficacemente i nostri pensieri, ma anche di avere una finestra su quelli altrui, compreso, in certi casi, ciò che gli altri preferirebbero tenere nascosto" spiega una delle esperte più autorevoli in questo campo,  Susan Goldin-Meadow, docente di Psicolinguistica all'Università di Chicago e autrice del saggio Thinking with your hands: the surprising science beh…

Se qualcuno, facendo oscillare la mano con le dita chiuse a pigna, chiede "ma perché quando parliamo gesticoliamo così tanto?",  viene spontaneo allargare le braccia con le mani ben aperte: è l'equivalente di un vago "Mah!". Psicologi e neuroscienziati, dopo decenni di esperimenti, ora sono in grado di dare la risposta: "In una conversazione, la gestualità è utile sia a chi parla che a chi ascolta. Ci aiuta a formulare il discorso, riduce l'affaticamento della mente, ci permette non solo di organizzare meglio ed esprimere efficacemente i nostri pensieri, ma anche di avere una finestra su quelli altrui, compreso, in certi casi, ciò che gli altri preferirebbero tenere nascosto" spiega una delle esperte più autorevoli in questo campo,  Susan Goldin-Meadow, docente di Psicolinguistica all'Università di Chicago e autrice del saggio Thinking with your hands: the surprising science behind how gestures shape our thoughts (Pensare con le mani: la sorprendente scienza di come i gesti danno forma ai nostri pensieri, Basic Books).

Uguali per tutti

Gli studiosi distinguono diversi tipi di gesto. "Unire pollice e indice per dire Ok,  o l'indice appoggiato sulla bocca per dire "ssshhhh" sono detti emblematici. Hanno una forma e un significato standard, che non cambia con la conversazione, e voi italiani siete i campioni mondiali da questo punto di vista" spiega Goldin-Meadow. "A noi psicologi però interessa di più un altro tipo di gesti, quelli il cui significato non è fisso a priori, ma prende forma durante la conversazione. Se le dico "Sono salita in camera" e faccio un gesto a spirale, lei capirà che ho preso una scala a chiocciola. Espressioni come questa, non facendo parte di un sistema codificato, sono libere di esprimere concetti che il discorso non prevede, e quindi possono rivelare significati non espressi a parole". Saperli interpretare può trasformarci in piccoli Sherlock Holmes: "Se un uomo ci dice, aiutandosi con i gesti, che per lui non c'è alcuna differenza in termini di capacità di leadership tra uomini e donne, e però mentre pronuncia la parola "uomini" muove la mano a un'altezza superiore di quella in cui la mano si trova al pronunciare la parola "donne", questo può tradire un suo pregiudizio maschilista che non ammetterebbe mai" spiega la psicologa.


Ma l'utilità dei gesti del muovere le mani parlando è più generale: "Quando gli insegnanti lo fanno durante una lezione, gli alunni si concentrano di più, apprendono meglio e ricordano più a lungo. Sia perché, come mostrano ormai molti studi, i gesti ci aiutano ad astrarre e generalizzare, e quindi a cogliere meglio i principi essenziali della lezione ascoltata, sia perché i ricordi che incameriamo coinvolgendo attivamente più modalità sensoriali allo stesso tempo, come l'udito e la vista, si lasciano dietro più "maniglie" (per così dire) che ci consentiranno di recuperarli rapidamente dalla memoria quando ci serviranno".

Contare con le dita

Anche produrre gesti aiuta, migliorando le performance cognitive: "I bambini ad esempio riescono a contare meglio se li si lascia usare le dita. E gli adulti, se possono gesticolare, ricordano di più: in un mio studio ho mostrato a due gruppi di adulti dei video, chiedendo loro di riassumerli dopo la visione. Uno dei gruppi doveva gesticolare, l'altro tenere le mani ferme. Dopo tre settimane, il gruppo dei gesticolatori ricordava meglio quanto visto. E altri studi mostrano che quando un oratore non può aiutarsi con le mani, tende a produrre frasi più corte e meno elaborate, e con più pause, soprattutto nelle parti del discorso che descrivono informazioni visuo-spaziali".

Possiamo quindi essere fieri della nostra propensione nazionale ad agitare le braccia. Del resto abbiamo un'antica tradizione. Già Cicerone nel I secolo a.C. parlava di eloquentia corporis. E nel 1435 Leon Battista Alberti nel suo trattato Della pittura esortava a raffigurare la mano impegnata in gesti simbolici (come si vede, ad esempio, nella Vergine delle rocce o nell'Ultima cena di Leonardo): "E piacemi sia nella storia chi ammonisca e insegni a noi quello che ivi si facci, o chiami con la mano a vedere".

Ma soprattutto è nostrano il primo approccio simil-scientifico allo studio della materia, quello di Andrea De Jorio: La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano (1832), dove vengono descritti i gesti emblematici più popolari (con ben trenta pagine dedicate all'analisi delle corna). Nel testo si descrive anche la "mano a borsa" (ovvero la "mano a pigna") gesto ormai sinonimo di italianità, che però è stato ufficializzato tra le emoticon internazionali dei social media solo nel 2020.

La prima ricerca vera e propria a puntare il dito (è il caso di dirlo) verso il nostro Paese è quello dell'antropologo David Efron: "Nel 1972 confrontò il modo di esprimersi degli immigrati siciliani ed ebrei dell'Est Europa a New York. Gli italiani usavano di più entrambe le braccia, avevano bisogno di più spazio per smanacciare e usavano più gesti: simbolici, pittografici (il disegno di figure nell'aria) e chinetografici (che mostrano azioni del corpo)" spiega Goldin-Meadow. "Queste grandi differenze, però, quasi scomparivano quando Efron confrontò gruppi più assimilati di immigrati, che ormai parlavano la stessa lingua, l'inglese". Quanto più le  differenze di cultura e linguaggio si ampliano, tanto più divergono i gesti. Un esempio è il modo, opposto al nostro, con cui il popolo Aymara delle Ande boliviane gesticola riguardo al tempo. Per indicare il passato loro fanno un gesto in avanti. Infatti il passato, essendo noto, è  per gli Aymara ciò che hanno davanti agli occhi. Mentre il futuro è ciò che hanno alle spalle, perché non possono vederlo.

Eredità preistorica

Non sarà che la tentazione a gesticolare è così irresistibile perché profondamente connaturata alla nostra specie, o per meglio dire: è venuta prima la comunicazione a gesti o il linguaggio? Per il neuroscienziato Michael Corballis il linguaggio negli ominidi è apparso dapprima in modalità manuale. E solo dopo un lungo periodo di comunicazione a gesti è emersa quella parlata. Un indizio che corrobora la tesi, sia per Corballis che per il primatologo Frans de Waal, è il fatto che le scimmie ci rassomigliano di più nei gesti che nei richiami vocali, nel senso che il loro repertorio di versi è piuttosto ristretto, ed è fortemente connesso a contesti emotivi, mentre il repertorio gestuale è più ricco (la primatologa Cat Hobaiter ha contato, negli scimpanzé, 66 gesti con cui comunicano intenzionalmente 19 significati) e flessibile. Inoltre, nota de Waal, le scimmie preferiscono usare la mano destra per comunicare, che è controllata dall'emisfero sinistro del cervello, lo stesso preposto, nell'uomo, al controllo del linguaggio.

Concorda il neuroscienziato Michael Arbib: per lui gli ominidi, grazie ai neuroni specchio (quelli che si attivano sia quando si compie un'azione motoria, sia quando si osserva qualcun altro compierla), hanno potuto apprendere e riprodurre rapidamente azioni importanti per la sopravvivenza, come afferrare e maneggiare oggetti. E sarebbe stata questa prima attività tutta gestuale a predisporre il cervello al salto di qualità del linguaggio. Una prova, per Arbib, è che l'area F5 nella corteccia premotoria dei macachi, che contiene i neuroni specchio, è l'omologa dell'area di Broca nel cervello umano, che è connessa all'esprimersi sia a parole che col linguaggio dei segni. Una fortuna, quindi, che quando i nostri antenati preistorici smanacciavano nell'aria emettendo grugniti nessuno abbia potuto rimproverarli: "Fermi con quelle mani!". Non erano scomposti, stavano solo annunciando Homo sapiens.

Sul Venerdì del 5 maggio 2023