Fenomeno Gay Bar: perché stanno sparendo?
di Marco RomaniSuperata Torre dei Capocci e Torre dei Graziani, due pezzi di medioevo romano salvati dalla furia del piazzapulita urbanistico barocco, si arrivava alla porta nera di via in Selci. Appena si apriva, alla cassa c’era John, un americano che dopo decenni in città parlava ancora un italiano maccheronico, e poi una seconda porta nera.
Passata anche quella, si entrava all’Hangar, uno dei gay bar più famosi di Roma, frequentato da turisti di mezzo mondo, da ragazzi e da uomini palestratissimi che ragazzi lo erano stati parecchio tempo prima. Un corridoio scuro, qualche sgabello per appoggiarsi aspettando di rimorchiare qualcuno, musica decente, l’odore di sigarette, una piccola dark room, volantini su come non beccarsi l’Aids. E poi c’era Alessandra, altissima e biondissima, addetta alle tessere, l’unica donna biologica (e pure etero) tra quelle mura. Le serate potevano finire in tanti modi diversi, il più delle volte a chiacchierare …
Superata Torre dei Capocci e Torre dei Graziani, due pezzi di medioevo romano salvati dalla furia del piazzapulita urbanistico barocco, si arrivava alla porta nera di via in Selci. Appena si apriva, alla cassa c’era John, un americano che dopo decenni in città parlava ancora un italiano maccheronico, e poi una seconda porta nera.
Passata anche quella, si entrava all’Hangar, uno dei gay bar più famosi di Roma, frequentato da turisti di mezzo mondo, da ragazzi e da uomini palestratissimi che ragazzi lo erano stati parecchio tempo prima. Un corridoio scuro, qualche sgabello per appoggiarsi aspettando di rimorchiare qualcuno, musica decente, l’odore di sigarette, una piccola dark room, volantini su come non beccarsi l’Aids. E poi c’era Alessandra, altissima e biondissima, addetta alle tessere, l’unica donna biologica (e pure etero) tra quelle mura. Le serate potevano finire in tanti modi diversi, il più delle volte a chiacchierare con qualche amico incontrato per caso.
Nel 1984, quando Gianni e John lo avevano inaugurato, nella Roma vaticana non c'erano i bar sulla strada in cui, come adesso al Coming Out, un omosessuale poteva stare all'aria aperta a bersi un gin tonic. Poi John è morto, i clienti erano sempre di meno e l'Hangar nel 2016 ha chiuso definitivamente entrambe le porte nere. Di bar così a Roma non ce ne sono più, sono rimasti i cruising come il K o Il diavolo dentro, ma chi ci va non pensa certo a bere un cocktail.
Ai bordi della Stazione Centrale di Milano resiste invece l'After Line, su quella via Sammartini che nel 1993 era stata ribattezzata Gay Street. Da un mese all'entrata ci sono due palloncini d'argento con i numeri tre e zero per celebrare l'anniversario ma l'atmosfera non è certo da festa di compleanno.
Gli altri locali della strada hanno tirato giù le serrande e qui si rifugiano ormai i pochi nostalgici dei gay bar anni Novanta e qualche ragazzo in cerca di "rose" (che altro non sono che euro veloci). La movida gay milanese è a Porta Venezia dove anche le banchine della metropolitana hanno i colori dell'arcobaleno. Via Lecco la sera è la passerella preferita di tutte le identità più fluide, che sfilano tra il Leccomilano e il Mono. E che a una notte di sesso (per quello ci sono le app, o l'Illumined e l'Hot Dog) preferiscono accumulare buoni contatti.
Una storia, puntualissima, della trasformazione di questi locali in Gran Bretagna e negli Stati Uniti l'ha scritta Jeremy Atherton Lin in Gay Bar. Perché uscivamo la notte, appena uscito per minimum fax, che Lin presenterà il 21 maggio al Salone del Libro di Torino (poi il 22 al Cassero di Bologna, il 23 alla Libreria Malaparte di Firenze, il 25 a Roma e il 26 a Milano, Scighera). Un libro che è al tempo stesso un memoir erotico (dettagliatissimo), una raccolta di aneddoti (come quello di Lady Diana che accompagna Freddie Mercury in un postaccio di Vauxhall a Londra) e una ricostruzione del movimento omosessuale, dalla notte gloriosa del '69 allo Stonewall di New York, alle ingloriose cacce all'effeminato che si combattevano in molti gay bar fino a pochi anni fa.
I gay bar erano quindi locali razzisti?
"Quando ero giovane era piuttosto comune sentire uomini bianchi gay dire: 'No grassi, no femmine, no asiatici'. Questo atteggiamento è stato superato, ma ci sono voluti anni. Nella Londra degli anni Quaranta e Cinquanta i pub tenevano fuori i gay più effeminati per evitare di avere problemi con la polizia. Negli anni Settanta, poi, la cultura del 'clone' mirava a ridefinire la sessualità gay come estremamente virile. Per rispondere alla sua domanda: sì, molti bar e club gay sono stati ostili a coloro che non si adattavano a un ideale maschile canonico".
Stiamo vivendo l'era del post gay bar?
"Già prima della pandemia nel Regno Unito più della metà dei locali ha chiuso e la spiegazione che molti si sono dati è che una vita sociale integrata, almeno nelle aree metropolitane, rendeva inutili i luoghi di auto-segregazione. Ora, dopo le iniziative legislative contro gay e trans negli Stati Uniti, si torna a sentire la necessità di spazi in cui ritrovarsi come comunità. I gay bar hanno assunto negli anni molte forme diverse - il club oscuro dove fare sesso, il bar nell'atrio di un teatro, il cabaret - e penso che continueranno a evolversi e a sorprenderci".
Le cause delle chiusure? Le app di incontri? O uno stile di vita che nel libro definisce "da gay pantofolaio"?
"Gli incassi dei gay bar hanno risentito di tutti questi fattori e poi è arrivato il Covid a dare il colpo di grazia. Ma, certo, la cultura del nido familiare, accelerata dai matrimoni tra persone dello stesso sesso, non era mai stata tanto forte all'interno della comunità Lgbtq+".
Perché tanti uomini e donne etero frequentano i gay bar?
"Le giovani donne spesso vanno nei gay bar per essere al riparo dalle molestie. Il problema è che a volte le persone etero arrivano nei locali sentendosi padroni, come se i gay fossero lì solo per intrattenerli. Di recente sono andato in un bar gay nella piccola città di mare in cui vivo e sono stato rimproverato da un ragazzo etero perché lo avevo guardato. Sosteneva di venire là per sentirsi a suo agio e la mia presenza lo stava turbando".
Il termine queer ha definitivamente cancellato il termine gay?
"Nata come dispregiativo, la parola queer è stata reclamata dai movimenti perché appare più inclusiva rispetto alle diverse identità di genere. Ora però nel Regno Unito e negli Stati Uniti è diventato un termine istituzionale, un baluardo del politicamente corretto, usato per le grandi mostre e per i bandi delle borse di studio. Le parole sono al passo dei mutamenti sociali, quindi non sono mai definitive".
Bar oscuri e nascosti e bar su strada con grandi vetrine. Quale tipo sopravviverà?
"Nel libro mi soffermo parecchio sulla differenza tra i locali aperti e trasparenti - che riflettono un senso di orgoglio ma che puntano anche a preservare un'immagine sana e desessualizzata agli occhi del quartiere - e quelli più riservati, persino poco raccomandabili. A me piacciono entrambi anche se amo molto i luoghi più dark perché sono quelli in cui l'intimità delle persone viene fuori senza censure. Ma non sono in grado di prevedere quale delle due tipologie avrà un futuro".
La Prep, la profilassi di massa, con la riduzione drastica del contagio da Hiv, farà rinascere i club a più alto tasso di eros?
"Lo vedremo nei prossimi anni. Quello che è certo è che durante i Novanta anche l'architettura dei bar rifletteva la paura del contagio: i locali volevano apparire sterili, facili da pulire. Anche quelli più estremi facevano in modo di non sembrare sporchi".
Nel libro racconta che lei, da ragazzo, sentiva i gay bar come casa. È ancora così?
"No, no. In tanti locali gay avrei preferito non aver mai messo piede, così come ci sono un sacco di posti 'non gay' che trovo molto ospitali. Ogni volta che un locale chiude, per gli affitti alle stelle o per qualunque altro motivo, io penso a tutte quelle persone che in quel luogo hanno trovato una 'casa lontano da casa', uno spazio in cui ripararsi dall'esclusione sociale e dal disagio. Ai giovani se chiude un locale importa poco, troveranno un altro posto in cui fare festa, ma per una persona anziana il discorso è diverso. Spero che da qualche altra parte troveranno uno sgabello su cui sedersi ancora".