Benvenuti nei primi paradossi dell'economia dell'intelligenza artificiale. La gratuita ChatGPT, rivela il sito Insider, costerebbe sui 700 mila dollari al giorno per funzionare. È il prezzo per tenere accesi gli immensi server che ne costituiscono il motore. Già addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni (Large language model) è caro, nell'ordine delle decine di milioni di dollari. Ma i costi operativi, detti anche "costi di inferenza" (ovvero i metodi con cui gli algoritmi cercano di ricavare lezioni generali a partire da informazioni ricavate da un campione ristretto), sono decisamente superiori. Che sia la richiesta di spiegare la teoria delle stringhe in un modo comprensibile a un seienne o quella di comporre un sonetto goliardico alla maniera di Cecco Angiolieri, ogni richiesta sollecita le macchine e quindi consuma energia, dunque denaro.
Per correre parzialmente ai ripari OpenAI ha infatti introdotto una versione a pagamento, sui venti dollari al mese se ricordo bene, ma non conosco nemmeno una persona che l'abbia sottoscritto contro legioni che si trastullano con quella free. Per risolvere il problema alla radice Microsoft, in quanto importante azionista di OpenAI, avrebbe messo 300 persone a lavorare su un chip ottimizzato per l'intelligenza artificiale, nome in codice Athena, che potrebbe tagliare significativamente la bolletta. Nell'attesa, nonostante che sin qui la protagonista principale del settore sia praticamente una startup (e non sia neppure la sola), l'ulteriore paradosso, segnalato nelle settimane scorse da uno studio di ricercatori dell'AI Now Institute è che, dal momento che solo Big Tech ha una potenza di calcolo cloud adeguata (Amazon, Google, Microsoft), anche la rivoluzione dell'Ia rischia di concentrare ulteriormente il potere nelle loro mani gigacapitalistiche.
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