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La destra e la cultura: dal Dante di Sangiuliano al Salone di Torino

Nell’illustrazione, con rimandi al Futurismo e al Ventennio, alcuni scrittori del passato oggi apprezzati dalla nuova destra: Guareschi, D’Annunzio, Tomasi di Lampedusa (Beatrice Caciotti) 
"L'egemonia di sinistra ci ha emarginati per anni, ora tocca a noi". Lo proclama il ministro, lo ripetono decine di intellettuali. Ecco chi sono e dove vogliono arrivare
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Si potrebbe cominciare con una specie di barzelletta. C'è Dante Alighieri che incontra Antonio Gramsci in paradiso: "Non indovinerai mai cosa dice di me il nuovo governo italiano". "Che sei di destra". "E tu come fai a saperlo?". "Eh...".

Di Dante il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha detto che è stato "il fondatore del pensiero di destra italiano" (suscitando qualche perplessità quanto meno su quale possa essere la sinistra cui si opponeva il Sommo Poeta: papa Bonifacio VIII?). Gramsci - fondatore del Pci, perseguitato dal fascismo, morto in prigionia, faro teorico per decenni del comunismo italiano e non solo - è stato più volte citato e lodato dal ministro (in tv da Fazio, per esempio), dai suoi colleghi di partito, dai suoi collaboratori. Come quel Francesco Giubilei, giovane consulente del ministero e star socialtelevisiva della nuova destra, che con la sua casa editrice, Histor…

Si potrebbe cominciare con una specie di barzelletta. C'è Dante Alighieri che incontra Antonio Gramsci in paradiso: "Non indovinerai mai cosa dice di me il nuovo governo italiano". "Che sei di destra". "E tu come fai a saperlo?". "Eh...".

Di Dante il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha detto che è stato "il fondatore del pensiero di destra italiano" (suscitando qualche perplessità quanto meno su quale possa essere la sinistra cui si opponeva il Sommo Poeta: papa Bonifacio VIII?). Gramsci - fondatore del Pci, perseguitato dal fascismo, morto in prigionia, faro teorico per decenni del comunismo italiano e non solo - è stato più volte citato e lodato dal ministro (in tv da Fazio, per esempio), dai suoi colleghi di partito, dai suoi collaboratori. Come quel Francesco Giubilei, giovane consulente del ministero e star socialtelevisiva della nuova destra, che con la sua casa editrice, Historica, ha pubblicato una selezione dei Quaderni dal carcere dal titolo L'egemonia culturale.  

Senza addentrarci in quasi un secolo di studi, citiamo dalla quarta di copertina per chiarire che cosa - secondo la lettura giubileiana del pensiero gramsciano - sarebbe l'egemonia culturale: "dominio frutto di assenso, persuasione e vicinanza da parte degli intellettuali organici al popolo-nazione". Un linguaggio antico, che nel centrosinistra del 2023 ben pochi si sentirebbero di adottare - da quelle parti, "intellettuale organico" è un insulto da almeno un cinquantennio - ma che, come si vede, il centrodestra dell'era Meloni rispolvera con un nemmeno troppo celato gusto della provocazione. Ed ecco che dai testi sacri del pensiero politico, o dai dibattiti nei convegni e sulle riviste, il concetto di egemonia culturale tracima nei titoli dei giornali, nei comizi, nei talk show, nei commenti a Sanremo o al concertone di San Giovanni. La premessa è sempre la stessa: finora l'egemonia è stata in mano "loro", adesso tocca a "noi" conquistarla.

Sul fronte di Torino

Un primo campo di battaglia doveva essere la più importante manifestazione culturale italiana: il Salone del libro di Torino, che si apre la prossima settimana con la settima e ultima edizione curata da Nicola Lagioia, scrittore "di sinistra" ma universalmente apprezzato per gli ottimi risultati raggiunti. Per sostituirlo a partire dal 2024, era stata varata una selezione pubblica da cui era emerso il nome di Paolo Giordano. Ma alla nuova maggioranza l'autore di Tasmania doveva sembrare troppo schierato, visto che sono subito circolate voci - mai smentite - di pressioni per affiancargli la scrittrice e traduttrice Elena Loewenthal, direttrice del Circolo dei Lettori di Torino, nonché un comitato direttivo composto anche da intellettuali più palesemente di parte (destra), come Giordano Bruno Guerri e Pietrangelo Buttafuoco. Alla fine Giordano ha rinunciato, denunciando i tentativi di "commissariamento". Oggi Loewenthal, che non ha certo un passato di militanza di destra, si dice spiazzata dalle polemiche sul suo nome ma grata a chi lo aveva proposto: "Nella mia ingenuità penso che apprezzassero il mio lavoro. Per la tradizione ebraica da cui provengo la cultura è sempre confronto di idee, nulla di più lontano dallo scontro militare per l'egemonia". E anche lei apprezza la soluzione trovata - nel sollievo generale - per la direzione del Salone dal 2024: Annalena Benini, giornalista e scrittrice non troppo incasellabile politicamente, sbucata fuori a sorpresa dall'accordo tra Comune di Torino (di centrosinistra), Regione Piemonte (di centrodestra) e Associazione Torino Città del Libro. Prova che i combattenti della guerra per l'egemonia sanno anche agire con sottigliezza che qualcuno ha definito democristiana.

Intanto al Salone di quest'anno l'assessore regionale Maurizio Marrone (Fratelli d'Italia) organizza una serie d'incontri con intellettuali d'area: lo stesso Guerri, la ministra della Famiglia Eugenia Roccella, il solito Giubilei a colloquio con il fondatore della Nouvelle Droite francese, l'ottantaduenne Alain De Benoist. Altri intellettuali di riferimento, organici o meno, si sono ritrovati agli "Stati generali della cultura nazionale" il 6 aprile scorso a Roma: oltre ai citati, il filosofo Marcello Veneziani, lo storico Alessandro Campi, il neopresidente del Maxxi Alessandro Giuli, lo scrittore dandy e ultracattolico Camillo Langone, giornalisti del Giornale, Libero, La Verità, Il Tempo, varie testate Rai, con la partecipazione straordinaria di Pippo Franco e del patron del Bagaglino Pierfrancesco Pingitore. Sono tanti, sono pochi? Soprattutto: sono davvero voci fuori dal coro che solo ora riescono a farsi sentire, visto che molti di loro sono pubblicati da grandi case editrici e hanno posti fissi nei talk show televisivi? Non sarà che, come ha scritto Luigi Manconi su Repubblica, la cultura di destra grida alla persecuzione perché soffre di un annoso complesso di inferiorità?

"Diecimila milionari"

"Ma è l'esatto contrario" si infervora Buttafuoco, un altro che al convegno ha partecipato ("ma è servito solo a darvi un elenco di nomi da prendere per il culo!" dice arruolando l'intervistatore nel calderone del "mainstream"). "All'egemonia culturale della sinistra non ho mai creduto, perché c'è stata sempre una profonda e forte vena popolare che è riuscita a emergere nonostante l'ostracismo degli ottimati. Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ha venduto milioni di copie mentre Vittorini che l'aveva rifiutato è relegato nei dipartimenti di italianistica (però a pubblicare il romanzo di Tomasi fu Feltrinelli, eretico ma pur sempre comunista, ndr). Lo stesso è successo a Giovannino Guareschi, o a Burri nell'arte contemporanea. Il fatto è che in Italia continua a esserci una classe di 10 mila milionari da Ztl, di professoresse con il cerchietto, di spettatori di La7, che si sente depositaria del Bene e della legittimazione culturale. Una chiesa. Che adesso teme di essere scalzata via".  

Nelle file degli "ottimati" Buttafuoco con ogni probabilità iscriverebbe Marino Sinibaldi, giornalista e critico, un passato in Lotta continua che, con i suoi anni da conduttore e poi direttore - fino alla pensione - di Radio 3 Rai, può facilmente essere disegnato con l'uniforme di sommo sacerdote dell'egemonia di sinistra. Lui però respinge l'accusa: "Per Gramsci l'egemonia non era conquista degli spazi, ma costruzione di argomenti che abbiano capacità di convinzione. In questo Paese, almeno dagli anni 80 il centrodestra di Silvio Berlusconi ha avuto in mano la tv privata, spesso la tv pubblica, e una tra le maggiori case editrici del Paese. Chi ha avuto più possibilità di plasmare la cultura degli italiani? La destra ha costruito la sua fortuna elettorale sulla paura e il mancato confronto con l'altro, con il diverso. Ma su queste basi è impossibile costruire grande arte, grande letteratura. Del resto la democrazia è competizione sul libero mercato delle idee: se il Berlusconi editore pubblica autori di sinistra, è segno che ci guadagna...".

Gli ribatte idealmente Davide Rondoni, poeta, drammaturgo, "cristiano anarchico di rito romagnolo", già criticato per un abbraccio a Salvini e la partecipazione a un libro curato da Simone Pillon. "Come si misurano i consumi culturali? Con le copie vendute, i biglietti staccati, il numero di follower? Attenzione al fascismo del numero, diceva Pasolini. I quattro milioni di persone che assistono alla festa di Sant'Agata di Catania, non sono forse consumatori di cultura?"

Rondoni è appena stato nominato da Sangiuliano nel nuovo Consiglio superiore dello Spettacolo, presieduto dall'étoile della danza Eleonora Abbagnato e composto, tra gli altri, da Enrico Ruggeri, Edoardo Bennato, Uto Ughi, Federico Rampini... una specie di contraltare ministeriale alla cena - molto più riservata - che Claudio Baglioni ha di recente organizzato a casa sua per presentare Elly Schlein a Sorrentino, Muccino e Verdone. "Ma è solo un organo consultivo" precisa il poeta "a decidere l'assegnazione dei fondi è sempre un apparato che rispecchia l'ideologia del potere politico. Io, da anarchico, farei decidere alla gente: istituiamo una specie di 5 x 1000 culturale, vediamo se i cittadini vogliono destinare le loro tasse agli enti lirici o, per dire, alle orchestre giovanili...".

Il nuovo Pantheon

Sì, ma le idee, il dibattito sui valori? Facile notare che in un Paese che è stato tra gli ultimi in Europa a istituire le unioni civili, che boccia sistematicamente adozioni gay, ius soli ed eutanasia, che vede crollare il potere d'acquisto dei salari e crescere le diseguaglianze, questa presunta egemonia culturale della sinistra sembra abbia prodotto ben pochi risultati pratici. Del resto, che la sinistra sia in crisi perenne è pronto a dirlo qualsiasi militante di sinistra. Il che non impedisce a tante voci di destra, da Sangiuliano in giù, di denunciare un giorno sì e l'altro pure la "cappa" di conformismo, la "dittatura del politically correct,"  il "pensiero unico" globalista, immigrazionista, genderfluid, mangiainsetti e imbrattamonumenti che soffocherebbe il dibattito pubblico.

Respinte al mittente senza troppi imbarazzi le accuse di razzismo o antisemitismo (ma "l'unico Paese che ha inserito una clausola "razziale" nel suo ordinamento costituzionale è Israele che si definisce 'Stato nazionale e sovrano del popolo ebraico'", ha scritto ancora di recente il pur stimatissimo Marcello Veneziani); relegata a qualche frase buttata lì negli editoriali la storica antipatia per l'Occidente capitalista e l'Europa senza radici; limitati in pubblico i contatti con le galassie nere, rossobrune, antivax, senza rinunciare a qualche strizzata d'occhio; archiviati in fretta i flirt con il populismo trumpiano e il tradizionalismo putiniano (ma i rapporti con Orbán o con gli spagnoli di Vox sono sempre belli solidi), la destra culturale prova a solidificare la sua posizione nel mainstream agitando - assieme del resto a parecchi esponenti della sinistra o ex tale - il pericolo dell'ondata di woke e cancel culture proveniente dal mai troppo amato mondo anglosassone (ancora Buttafuoco: "Possibile che prima di un vecchio cartone Disney debba vedere un cartello che mi mette in guardia dagli stereotipi di genere e razziali, come gli avvisi sui pacchetti di sigarette?").

Quanto a Giorgia Meloni, nel suo libro e nel suo discorso d'insediamento ha citato come faro culturale Roger Scruton, filosofo conservatore britannico scomparso nel 2020: un conservatore cristiano, con venature di tradizionalismo ecologista, lontanissimo da qualsiasi sospetto di nostalgia per il fascismo. Il succo è un'orgogliosa rivalutazione della triade Dio-Patria-Famiglia, su cui anche un intellettuale non considerato d'area come Ernesto Galli della Loggia invita i conservatori a puntare per "cambiare la narrazione del presente" sottraendola "al pensiero progressista egemone" (scrivere da trent'anni in prima pagina sul quotidiano più venduto d'Italia a quanto pare non assicura ruoli egemonici).  

Dal suo ufficio nel Museo d'arte contemporanea progettato da Zaha Hadid, il presidente del Maxxi, Alessandro Giuli, già militante di Meridiano Zero, già fustigatore della svolta di Fini, già firma del Foglio (come Benini, Buttafuoco, Langone...), sembra voler incarnare l'anima più serenamente ecumenica della nuova destra culturale. Dice che "non si tratta di scardinare un'egemonia esistente, ma di far emergere un orizzonte culturale rimasto sommerso e che solo adesso si affaccia alla vita pubblica. Io mi riconosco in un'anima più laica e libertaria, altri hanno altre sensibilità. Dopo di che penso che la destra debba fare anche un po' la sinistra: o è sociale o non è. E non provo nessuna difficoltà a confrontarmi con un mondo dell'arte che è molto meno ideologizzato di quanto si pensi. Sa che il 17 maggio il Maxxi celebrerà la giornata contro l'omotransfobia? L'ho voluto io".

Tra le opere esposte ci saranno le storiche fotografie dei travestiti genovesi di Lisetta Carmi e un lavoro di Franco Summa, una gigantesca scritta policroma - Amare Progettare Essere - nata in contrapposizione alla mussoliniana Credere Obbedire Combattere. Anche da questi - apparenti - paradossi passa la strada verso l'egemonia culturale.

Sul Venerdì del 12 maggio 2023