Bronzi etruschi di San Casciano, ecco come sono dopo il restauro
di Maria Pace OttieriGROSSETO. Ha le mani alzate come un bambino che dorme la statua in bronzo di un ragazzo ritrovato nel fango caldo del Bagno Grande a San Casciano dei Bagni nell'estate dell'anno scorso. Appena intravista, adagiata sul fondo della vasca romana, è sembrata agli archeologi una statua bellissima, un efebo forse, ma estratta dall'acqua saltavano agli occhi le gambe storte e rattrappite come le dita, le braccia esili in posizione da orante, il torace scheletrico; solo la capigliatura era perfetta e molto curata. L'iscrizione sulla coscia recava una dedica in latino alla fonte calda e l'offerta di sei altre statue e sei gambe.
Su uno dei tavoli bianchi del Laboratorio della Soprintendenza di Siena, a Grosseto dove ora giace, Lucius Marcius Gravillo, traslitterazione del nome etrusco Marcni Crapilu, si rivela in tutta la sua commovente sofferenza di giovane rachitico che ringrazia per una guarigione ottenuta. Uscire dall'acqua a oltre 41 gradi, dopo duemila ann…
GROSSETO. Ha le mani alzate come un bambino che dorme la statua in bronzo di un ragazzo ritrovato nel fango caldo del Bagno Grande a San Casciano dei Bagni nell'estate dell'anno scorso. Appena intravista, adagiata sul fondo della vasca romana, è sembrata agli archeologi una statua bellissima, un efebo forse, ma estratta dall'acqua saltavano agli occhi le gambe storte e rattrappite come le dita, le braccia esili in posizione da orante, il torace scheletrico; solo la capigliatura era perfetta e molto curata. L'iscrizione sulla coscia recava una dedica in latino alla fonte calda e l'offerta di sei altre statue e sei gambe.
Su uno dei tavoli bianchi del Laboratorio della Soprintendenza di Siena, a Grosseto dove ora giace, Lucius Marcius Gravillo, traslitterazione del nome etrusco Marcni Crapilu, si rivela in tutta la sua commovente sofferenza di giovane rachitico che ringrazia per una guarigione ottenuta. Uscire dall'acqua a oltre 41 gradi, dopo duemila anni, è stata una nuova nascita traumatica. I materiali sono vivi, reagiscono ai nuovi ambienti e alla prima boccata di ossigeno il processo di deterioramento accelera. I restauratori dell'Istituto Centrale del Restauro presenti allo scavo si erano immediatamente prodigati per stabilizzare i reperti, lavarli, rimuovere i sedimenti e avvolgerli in un microclima, prima di imballarli per trasferirli al laboratorio.
Come in un caveau
Da mesi ormai, in queste due piccole stanze bianche di un edificio nel centro storico di Grosseto, circondato da polizia come il caveau di una banca, a cui si accede dopo un lungo iter di autorizzazioni, le giovani restauratrici Laura Rivaroli e Maria Giuseppina Valeri combattono giorno per giorno contro la corruzione della lega di rame, così la chiamano per ora, perché solo le indagini diranno di che tipo di bronzo si tratta. Pulitura chimica e meccanica, punte affilatissime collegate a un motorino, movimenti fluidi e continui. A furia di tenerle fra le mani ci si affeziona, si prova perfino a rifare con i propri capelli l'elaborata acconciatura di una testa di donna. Una dea? Una matrona?
"È determinante conoscere il contesto di giacitura, l'acqua calda nel nostro caso", spiega Rivaroli, "e che cosa c'era a contatto con le statue per capire gli elementi di corrosione che sono molteplici e diversi, e quali trasformazioni hanno generato sulle superfici e quindi come intervenire. Il restauro è irreversibile, bisogna tenerne sempre conto. Nell'acqua, sia calda che fredda, ci sono batteri particolari che provocano tipi di corruzione del materiale diversi. Ed è rarissimo, se non unico, poterlo ricostruire".
Le statue sono integre, nel senso che nessuno le ha più toccate, una volta immerse come oggetti votivi nella vasca, ma non intatte. Il delicato lavoro di restauro viene documentato fotograficamente in ogni momento, in 3D: quanto viene rimosso via via, il controllo numerico degli spessori, i campionamenti, per raccogliere tutti i dati che poi, insieme all'équipe degli studiosi dei vari settori, permetteranno le analisi scientifiche.
Con Gravillo, sui letti bianchi di queste stanze che sembrano un piccolo ospedale da campo, ci sono i compagni e le compagne dell'inaspettato risveglio: il giovane togato, la mano al petto che precede l'allocuzione; la testa maschile, pupille incise e rughe sulla fronte con iscrizione etrusca sul collo; la giovane orante con chitone e mantello, bocca sinuosa, capigliatura bipartita con lunghe trecce, orecchini, bracciali; la donna con patera e serpente attorcigliato all'avambraccio sinistro e dedica ad Havens, la Fonte, una divinità etrusca che si incontra qui per la prima volta (alla radice della stessa parola Aventino), Apollo nel gesto di tirare l'arco in una posizione piuttosto instabile, con i piedi sollevati.
Una piccola parte
Le ventiquattro statue (intere e in parti) ritrovate nello scavo del Bagno Grande, la principale delle 40 sorgenti della zona, tutte di provenienza etrusca e databili dal secondo secolo a.C. all'inizio del primo secolo d.C., costituiscono uno dei più importanti depositi di statue del mondo antico mai ritrovato in Italia perché l'unico di cui si possa ricostruire interamente il contesto. Per quanto sorprendente sia stato il ritrovamento, nel 1972, dei Bronzi di Riace, a cui questa scoperta viene spesso paragonata per importanza, ritrovati sul fondo del mare, isolati e avulsi, sono un caso del tutto diverso.
A San Casciano ciò che è emerso è solo la millesima parte del vasto complesso dedicato alle acque terapeutiche che riposa sotto terra, un sistema esteso per quarantamila metri quadrati, come hanno rivelato le indagini geofisiche del 2018, di cui ad oggi si è scavato solo un assaggio di duecento metri quadri.
I bronzi, rarissimi in questo periodo storico in cui il bronzo viene rifuso e di cui restano solo manufatti di terracotta, erano adagiati ordinatamente sul fondo di una vasca lunga dieci metri e profonda quattro, a forma allungata di osso, con un foro d'uscita dell'acqua segnalato dal bassorilievo di un toro. Era il cuore pulsante di un grande santuario termale etrusco-romano con una storia ininterrotta dal III secolo a.C. al V d.C. quando, forse in un ultimo atto di pietas, il luogo viene ordinatamente smontato, e gli altari, le statue, gli ex voto, sono sepolti e sigillati sotto venti tonnellate di colonne e lastre di marmo calate nella vasca.
Che a decretare la fine della vita del santuario sia stato l'eco dell'editto di Teodosio sui luoghi di culto pagani giunto fino a queste estreme propaggini, oppure l'occlusione di un canale di scolo, o ancora la fatica di una lotta spossante e quotidiana con la forza delle acque che sgorgano al ritmo di 25 litri al secondo, non stupisce che il santuario abbia cessato la sua lunga vita intorno al 400 d.C.
Quello che ci parla della sua unicità è però che i cristiani (forse assieme ai pagani) lo abbiano risparmiato dalla distruzione in nome della sua eccezionalità di luogo di incontro e di convivenza.
Nel periodo cruciale delle guerre sociali e civili, tra il secondo e il primo secolo a.C., in piena e violenta espansione romana, infatti, qui Etruschi e Romani pregano e si votano insieme alle stesse divinità salutifere per chiedere la grazia della guarigione: Fortuna Primigenia, Iside, Apollo, Igea, Esculapio - e la Fonte, appunto.
A sud il santuario doveva avere un propileo di cui restano due colonne, l'ingresso al recinto sacro della grande vasca, dedicata non alle abluzioni ma alle offerte votive e circondata da un portico con sei colonne, di cui restano sparsi basi e fusti adagiati sul bordo.
"Qui si tocca l'essenza della spiritualità umana, la salute e la devozione", ci dicono Emanuele Mariotti, direttore degli scavi, e Ada Salvi, funzionaria della Soprintendenza di Siena, Arezzo e Grosseto, che insieme all'archeologo Jacopo Tabolli, coordinatore scientifico del progetto e docente all'Università per Stranieri di Siena, seguono quotidianamente gli scavi e gli studi deireperti fin dal primo giorno. "I temi evocati sono attuali: salute pubblica, incontro-scontro tra popoli, il ruolo importante delle donne. E si può ricostruire lo stato della medicina di allora".
Le due placche poliviscerali, primi e unici esempi esistenti in bronzo, raffigurano con esattezza gli organi interni di una persona sottoposta ad autopsia: trachea, polmoni, cuore, diaframma, fegato, milza, intestino, perfino un accenno di costole ai lati.
In età tiberiana, intorno al 20 d.C., la vasca etrusca più antica viene chiusa, coperta con uno strato di tegole, per costruire la vasca imperiale venuta oggi alla luce: è il momento di massimo splendore e di trasformazione monumentale del santuario. Statue ed ex voto cedono il passo a grandi quantità di monete, in argento, oricalco e bronzo. Delle seimila ritrovate colpisce che una parte cospicua fossero fior di conio, appena uscite dalla zecca di Roma, ancora lucenti e senza patina, donazioni al santuario di famiglie agiate e colte.
Nelle iscrizioni in etrusco, con lettere redatte con cura dagli artigiani che le incidevano nella cera persa, si leggono i nomi di potenti famiglie dell'Etruria interna, i Velimna di Perugia, i Marcni, noti nell'agro chiusino e senese. In quelle latine le famiglie senatorie romane tessono le laude delle aquae calidae, le fonti calde, terapeutiche e taumaturgiche che i Romani tenevano in gran conto. Ma tra le dediche compare anche quella di Atimetus, un nome di origine greca, schiavo di Pomponia Triaria, proprietaria terriera dell'aristocrazia chiusina che dedica una grazia ricevuta ad Apollo.
Mammelle, falli, bimbi in fasce
Moltissimi sono i bronzi di bambini in fasce, uteri e mammelle, falli, maternità e fertilità dovevano essere al centro dei poteri delle acque, le vere protagoniste del luogo. Ma si sono ritrovati anche in quantità ex voto di parti del corpo, braccia, gambe, orecchie così come sono ricchissimi gli esempi di offerte vegetali.
Qualcosa dell'aura, delle buone vibrazioni si direbbe oggi, del santuario deve aver aleggiato in vista della sua emersione tra gli artefici di questa fortunata impresa. Lo si coglie nell'entusiasmo e nell'affiatamento virtuoso tra enti, istituzioni, imprese, persone.È forse la prima volta che si assiste a una piena collaborazione tra un Comune, quello coraggioso di San Casciano che ha dato l'avvio finanziando la Carta Archeologica, le indagini successive e la prima campagna di scavo, le undici università italiane e straniere (Cipro e Dublino), dietro la capofila, l'Università per Stranieri di Siena, la Soprintendenza di Siena, Arezzo e Grosseto, il ministero della Cultura, le imprese, le fondazioni Vasetti e Friends of Florence, gli sponsor privati. Tutti guidati dal gruppo dei già citati archeologi (e amici) Tabolli, Mariotti e Salvi, che seguono il lavoro sul campo di cinquanta studenti e studentesse venuti da tutto il mondo e di una squadra multidisciplinare di sessanta studiosi: linguisti, idrogeologi, archeobotanici, numismatici, restauratori...
Dal fango al Colle
L'Italia vista dagli scavi di San Casciano è un paese nuovo e sano, che funziona al meglio. A pochi mesi dalla fine dell'ultima campagna di scavo, il convegno Dentro il sacro tenutosi all'Università per Stranieri di Siena il 25 e 26 gennaio scorso ha già proposto una messe di dati diversi, di ipotesi, di enigmi. Proprio oggi pomeriggio, poi, gli atti di quel convegno saranno presentati a Roma, alla Sapienza, con i risultati dei primi studi.
Resta oggetto di divinazione come si concilierà la cronica mancanza di personale delle Soprintendenze (quattro funzionari archeologi per 180 istanze al giorno solo in tre province) con l'apertura di un nuovo Museo archeologico per i reperti del santuario, nel palazzo dell'Arcipretura di San Casciano appena acquistato dallo Stato, la realizzazione di un parco archeologico termale e di un hub di ricerca universitaria internazionale.
Intanto le commoventi statue si mostreranno di passaggio il 22 giugno al Quirinale e gli scavi riprenderanno nell'estate. E quanto a lungo andranno avanti? Anni, ma gli archeologi parlano di un limite etico al disturbo recato al millenario scorrere delle acque e al rischio che si interrompa per sempre.
Sul Venerdì del 19 maggio 2023