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Libri: il ritorno della Baronessa di Carini

Vittoria Puccini e Luca Argentero nel secondo sceneggiato dedicato alla storia della Baronessa di Carini (2007) (Webphoto) 
Un femminicidio siciliano del Cinquecento ha ispirato leggende, ballate e ben due serie di culto in tv. Ora in un romanzo Costanza DiQuattro riprende quel fattaccio.
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Forse era predestinata a risolvere il più famoso giallo siciliano di tutti i tempi. Costanza DiQuattro, ragusana, classe 1986, è cresciuta nella casa del commissario Montalbano. O meglio, in quella che è stata scelta dalla serie tv per farne la dimora del detective di Andrea Camilleri, a Punta Secca, un tiro di schioppo da Ragusa. Proprio a quella abitazione sul mare, oggi meta di pellegrinaggio per appassionati, l'autrice aveva dedicato il suo esordio (La mia casa di Montalbano). Ora, dopo altri tre sicilianissimi libri, DiQuattro scrive La baronessa di Carini. Gita in Sicilia (Gallucci) nel quale scioglie l'enigma della mano insanguinata, che appare dal 1563 nelle mura del castello dove venne assassinata la nobildonna Laura Lanza. Delitto d'onore, si è creduto. Macché: segui i soldi e scoprirai un'altra verità.

Cinque secoli dopo il giallo non era affatto chiuso. Niente male per un cold case che rinnova la sua nera suggestio…

Forse era predestinata a risolvere il più famoso giallo siciliano di tutti i tempi. Costanza DiQuattro, ragusana, classe 1986, è cresciuta nella casa del commissario Montalbano. O meglio, in quella che è stata scelta dalla serie tv per farne la dimora del detective di Andrea Camilleri, a Punta Secca, un tiro di schioppo da Ragusa. Proprio a quella abitazione sul mare, oggi meta di pellegrinaggio per appassionati, l'autrice aveva dedicato il suo esordio (La mia casa di Montalbano). Ora, dopo altri tre sicilianissimi libri, DiQuattro scrive La baronessa di Carini. Gita in Sicilia (Gallucci) nel quale scioglie l'enigma della mano insanguinata, che appare dal 1563 nelle mura del castello dove venne assassinata la nobildonna Laura Lanza. Delitto d'onore, si è creduto. Macché: segui i soldi e scoprirai un'altra verità.

Cinque secoli dopo il giallo non era affatto chiuso. Niente male per un cold case che rinnova la sua nera suggestione ogni 4 aprile. In quella data, si dice, sulle pietre del maniero - posto lungo l'itinerario da Palermo al suo aeroporto - appare l'impronta di sangue della baronessa che vi fu uccisa. Una oltretombale visione, poi potenziata dalla fiction tv del 1975, diretta da Daniele D'Anza con un super cast: Janet Agren, Ugo Pagliai, Paolo Stoppa, Adolfo Celi, Enrica Bonaccorti, Arturo Dominici, Vittorio Mezzogiorno. Un successo replicato anche da una seconda versione del 2007 di Umberto Marino, con Vittoria Puccini, Luca Argentero, Enrico Lo Verso, Lando Buzzanca. In entrambe, lo spettrale messaggio delle rosse dita del fantasma ha sempre fatto il suo effetto, per altro con la complicità dello stesso Camilleri, che fu consulente del primo adattamento televisivo.

La storia è diventata un archetipo dei complicati e futuri enigmi siciliani, oltre che una parabola alla Poe degna di Stephen King. Anzitutto, chi venne uccisa realmente? E chi fu l'assassino? Per secoli non è stato chiaro. L'etnologo e medico Salvatore Salomone-Marino si era impegnato a fine Ottocento di battere i sentieri dei paesi siciliani, al fine di raccogliere migliaia di testi dedicati alla vicenda. Alla fine ne aveva scelti trecento, per stendere un poema che, però, accreditava la tesi di una giovane baronessa, Caterina, uccisa dal padre Vincenzo La Grua, perché sorpresa con l'amante Ludovico Vernagallo. Anche Luigi Natoli, il re siciliano del feuilleton, sposò questa versione. Anni dopo, però, l'autore dei Beati Paoli corresse il suo libro. Nuovi documenti, reperiti negli archivi prima di Madrid e poi di Palermo, avevano fatto definitiva luce sulla dinamica. La vera vittima fu la baronessa Laura, moglie del La Grua e sorella di Caterina. E non fu affatto La Grua il principale assassino, bensì il padre della vittima, Cesare Lanza. Il genero La Grua, però, avrebbe a sua volta eliminato l'amante della moglie, di cui era anche cugino, autoaccusandosi del gesto. Come mai?

Costanza DiQuattro (Roberto Gandola / Rosebud2) 

Costanza DiQuattro – che presenta il suo libro oggi, 22 maggio, al Salone di Torino – offre una versione che fa combaciare le tessere del puzzle: "La baronessa fu costretta a sposarsi a tredici anni. Ebbe poi una relazione extraconiugale, durata vent'anni. Il marito l'aveva tollerata a lungo. Il delitto venne pianificato a un certo punto perché, in virtù delle nuove leggi vigenti, non solo un uomo era legittimato a uccidere per motivi d'onore, ma per risarcimento gli sarebbero spettati di diritto anche i beni dell'amante eliminato. Dunque, non è vero che il marito e suo suocero sorpresero gli amanti, infierendo su di loro per un impeto. Al contrario, si trattò di un duplice delitto preparato al fine di appropriarsi dei beni del Vernagallo, le cui terre confinavano con quelle dei Lanza. Non fu solo un odioso femminicidio, e un orribile gesto di un padre sulla figlia, ma anche un duplice assassinio dettato da volgari interessi".

Non bastava sbrogliare il mito, però, per mettere in piedi una moderna storia "gotica". Occorreva un altro tocco. Così l'autrice ha creato una vicenda parallela: quattro giovani vanno in gita scolastica a visitare il castello di Carini. E alla fine, infatuati dalla leggenda, come fossero davanti a un palcoscenico (l'autrice è anche direttrice artistica del ragusano teatro Donnafugata, il più piccolo d'Italia, ereditato dal nonno) rivivranno l'ultima terribile notte di Laura. "Stu casu pri lu regnu batti l'ali" (questo caso per il regno batte le ali) aveva annotato Leonardo Sciascia, citando in La corda pazza una delle antiche ballate sulla mano insanguinata. Il caso batteva le sue ali anche quando Sciascia ne scrisse, nel 1965, dopo ben quattro secoli. E le batte ancora oggi. Costanza DiQuattro ne trae una lezione: "I luoghi comuni, in questo caso il classico delitto d'onore, raramente sono veri. Bisogna sempre ritornare su quelle tesi che ci vengono propinate come dogmi".