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Harry Belafonte, un martello contro il razzismo

La copertina dell’album Swing Dat Hammer (1960) di Harry Belafonte 
SENTI QUESTA La canzone della settimana è "Swing Dat Hammer" cantata da Harry Belafonte
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Questa è una voce evocativa, suggestiva, nuda. Swing Dat Hammer non accarezza, accusa. Non indulge, protesta. Dovette arrivare come una frustata ai signori del Grammy; non era un evento musicale che potesse passare sotto silenzio: alla cerimonia (il 3 aprile 1961) premiarono l’Lp di Harry Belafonte (1927-2023) che portava quel titolo come miglior album folk dell’anno 1960 (l’artista era in uno stato di grazia, ebbe varie nomination anche per il live Belafonte Returns to Carnegie Hall; nel microsolco che avrebbe registrato da lì a poco, Midnight Special, c’era anche un certo Bob Dylan all’armonica).

Il re del calypso, che aveva trionfato nelle classifiche con canzoni più innocenti e commerciali come Matilda e Banana Boat Song, era al decimo album, e già da qualche tempo picchiava duro – per lui non c’erano confini tra pop e politica: fin dagli esordi si rifiutò di esibirsi negli stati segregazionisti, f…

Questa è una voce evocativa, suggestiva, nuda. Swing Dat Hammer non accarezza, accusa. Non indulge, protesta. Dovette arrivare come una frustata ai signori del Grammy; non era un evento musicale che potesse passare sotto silenzio: alla cerimonia (il 3 aprile 1961) premiarono l’Lp di Harry Belafonte (1927-2023) che portava quel titolo come miglior album folk dell’anno 1960 (l’artista era in uno stato di grazia, ebbe varie nomination anche per il live Belafonte Returns to Carnegie Hall; nel microsolco che avrebbe registrato da lì a poco, Midnight Special, c’era anche un certo Bob Dylan all’armonica).

Il re del calypso, che aveva trionfato nelle classifiche con canzoni più innocenti e commerciali come Matilda e Banana Boat Song, era al decimo album, e già da qualche tempo picchiava duro – per lui non c’erano confini tra pop e politica: fin dagli esordi si rifiutò di esibirsi negli stati segregazionisti, fu un carismatico attivista del movimento per i diritti civili, confidente di Martin Luther King e protagonista, nel 1963, della Marcia su Washington.

Swing Dat Hammer è un canto di lavoro (work song) nato nei campi di prigionia dove i detenuti, in maggioranza neri, incatenati uno all’altro (chain gang), svolgevano turni massacranti in condizioni disumane (le ultime squadre furono smantellate nel 1955) – unici strumenti di accompagnamento, gli arnesi da lavoro (il martello in questo caso): le voci si rincorrevano nella tipica forma a-domanda-e-risposta degli spiritual – era un modo per non crollare, sfogando rabbia e dolore nell’unico lamento che era loro concesso. Belafonte non vi apporta modifiche, casomai ne accentua drammaticità e solennità: la voce a-cappella e il coro (The Belafonte Folk Singers) ammoniscono severamente l’America: lo schiavismo è passato prossimo, la segregazione appena dietro l’angolo, il razzismo mai estirpato.