Roma, riapre la sala da musica di Borromini
di Carlo Alberto BucciRoma. Teli scuri alle finestre per fare buio dentro la sala da musica di Francesco Borromini. E trasformarla così in refettorio, secondo le esigenze di scena della conversione del giovane ebreo Edgardo Mortara nella Roma di Pio IX raccontata da Marco Bellocchio in Rapito. Accadeva a inizio dell'anno, ma adesso che il regista ha smontato le tende e mandato il film in sala, ("sembra di vedere un direttore d'orchestra in azione", disse il sindaco Roberto Gualtieri, padrone di casa, andandolo a trovare sul set), materassi, coperte, bottiglie e buste di clochard e punkabbestia tornano ad ostruire ciclicamente, dopo ogni mini-sgombero da parte dei vigili della capitale, il portone della sala Borromini su piazza della Chiesa Nuova.
Eppure il degrado ha i mesi contati davanti all'Oratorio dei Filippini. Perché ci sono 2 milioni e 230 mila euro del piano Caput Mundi (uno dei 125 progetti su Roma finanziati dal Pnrr). E sono destinati a restaurare l'unic…
Roma. Teli scuri alle finestre per fare buio dentro la sala da musica di Francesco Borromini. E trasformarla così in refettorio, secondo le esigenze di scena della conversione del giovane ebreo Edgardo Mortara nella Roma di Pio IX raccontata da Marco Bellocchio in Rapito. Accadeva a inizio dell'anno, ma adesso che il regista ha smontato le tende e mandato il film in sala, ("sembra di vedere un direttore d'orchestra in azione", disse il sindaco Roberto Gualtieri, padrone di casa, andandolo a trovare sul set), materassi, coperte, bottiglie e buste di clochard e punkabbestia tornano ad ostruire ciclicamente, dopo ogni mini-sgombero da parte dei vigili della capitale, il portone della sala Borromini su piazza della Chiesa Nuova.
Eppure il degrado ha i mesi contati davanti all'Oratorio dei Filippini. Perché ci sono 2 milioni e 230 mila euro del piano Caput Mundi (uno dei 125 progetti su Roma finanziati dal Pnrr). E sono destinati a restaurare l'unico ambiente off limits di questa sorta di Beaubourg barocca nel cuore della Città Eterna. La cui facciata, scriveva l'autore stesso, orgoglioso del suo capolavoro, è "la gemma preziosa dello anello della Congregazione". E la riapertura definitiva del monumentale portone spazzerà via - se lo augurano in molti - il ricordo dei bivacchi, dei falò e degli skateboard lanciati a scheggiare i gradini in marmo di Borromini.
L'outsider ticinese vinse il concorso pubblico per la casa dei Filippini nel 1637, pur "non essendo mai raccomandato da Cardinale né Principe alcuno", certificò fra' Giovanni da San Bonaventura. E sotto la spinta dei seguaci di San Filippo Neri - il cui corpo riposa sotto un altare dell'annessa chiesa cinquecentesca di Santa Maria in Vallicella, una delle poche parrocchie ancora presenti nel centro storico di Roma - Borromini per trent'anni lavorò alla realizzazione di "un convento in forma di palazzo", sottolinea Alberto Bianco, l'archivista che gestisce il fondo degli Oratoriani. Ma quella religiosa è solo una delle realtà che si snodano tra saloni, cortili, stanze, cappelle, sacrestie e celle della monumentale, e al tempo stesso razionale, dimora: ai piani alti c'è infatti la spettacolare biblioteca gestita dallo Stato; al piano di sotto, l'Archivio storico capitolino; su piazza dell'Orologio, infine, sotto la torre omonima, il Comune fa vivere, tra reading e mostre, la sua Casa delle letterature.
E se ci pensano gli Oratoriani a mantenere alto l'interesse sulla storia del culto del santo fiorentino, morto nel 1595 nella Roma della quale era diventato "secondo apostolo" per l'impegno profuso nell'educazione dei ragazzi di strada e per il sostegno ai poveri, sta al Campidoglio risollevare ora l'unica luce spenta del diadema architettonico di Francesco Borromini, uno dei protagonisti (con Pietro da Cortona e Gian Lorenzo Bernini) della veste barocca dell'Urbe papalina. Dietro la facciata dell'Oratorio che, per volere del Maestro, mima il busto e le braccia di un corpo teso in un abbraccio alla città, dei derelitti di ieri e dei clochard di oggi, è dal 2000 che non risuonano più canti sacri. Eppure è proprio la sala da concerto che ha visto, sotto la magnifica volta barocca, la nascita del genere dell'oratorio musicale.
Dopo le note cantate per il Giubileo di 23 anni fa è caduto infatti il silenzio tra le pareti e l'altare progettato, insieme con gli altri ambienti, dal maestro ticinese che, morto il 2 agosto 1667 dopo essersi infilzato con una spada in un attacco d'ira, riposa in San Giovanni dei Fiorentini, non lontano dall'Oratorio. Ma ora che l'Anno Santo del 2025 è alle porte, Federica Pirani, la storica dell'arte responsabile dell'Archivio storico capitolino, spera che il recupero della sala da concerto corra veloce. "Ci auguriamo, anche prima del passaggio dei pellegrini, di aver terminato i lavori di messa a norma: vogliamo riaprire il prima possibile".
Segni del tempo
Il cantiere nell'unico ambiente chiuso al pubblico del maestoso complesso dei Filippini non è complicato. Si tratta di trovare una soluzione alle uscite di sicurezza e agli accessi ai disabili. Le pareti, le paraste, le nervature, insomma la pelle, priva di orpelli, che riveste l'interno del salone, non necessita di particolari restauri: basta una spolveratura. Di una pulitura netta ha bisogno invece il pavimento lapideo che ripete ancora geometrie e cromie originali, tranne per il fatto che, in un punto, il colore è alterato. "Esattamente dove poggiava il palco dei giudici quando l'Oratorio fu trasformato da sala da musica in aula di tribunale", ricordano Rosarita Digregorio e Monica Capalbi, anime dell'Archivio, mentre ci portano a spasso nei saloni e nei corridoi che conservano i documenti originali di Roma dal 1300 al 1625. "Le carte successive sono state depositate in Sant'Ivo alla Sapienza, l'antica università, altro capolavoro di Borromini su corso Rinascimento" spiega Digregorio, orgogliosa del fatto che, complice il Piano casa, non solo squadre di studiosi ma anche frotte di geometri consultano fascicoli e faldoni sui tavolacci dell'Archivio storico capitolino. La cui vocazione è sì amministrativa, ma soprattutto culturale, come testimoniano le conferenze che si tengono nella magnifica sala ovale borrominiana, al piano di sopra rispetto a quella da musica.
"L'aula dell'Oratorio ha un'acustica speciale, le ridaremo questa funzione coinvolgendo anche il cortile interno che sorge qui accanto", annuncia l'assessore alla Cultura Miguel Gotor.
Sacro e profano, note e parole, avranno insomma un nuovo palcoscenico sull'ottocentesco corso Vittorio Emanuele. Uno spazio adatto anche agli appuntamenti dell'Estate romana, manifestazione nata negli anni Settanta dalla mente creativa e organizzativa di Renato Nicolini, morto nel 2012. E l'archivio dell'architetto e assessore delle giunte di sinistra Argan-Petroselli-Vetere è ora confluito proprio all'Archivio storico capitolino, da 101 anni nuovo cuore dell'Oratorio dei Filippini.
Sul Venerdì del 26 maggio 2023