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Napoli, la vera storia del murale di Largo Maradona

L'attuale versione del murale ai Quartieri Spagnoli, realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti. Foto di Laura Lezza

 
Nella città in festa per lo scudetto è diventato sacro per tifosi e turisti. Ma non tutti sanno chi fu il primo autore del disegno dedicato a Diego: si chiamava Mario Filardi e questo articolo è dedicato anche a lui. Reportage
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Napoli. Se potesse sbucare ora, dal vecchio basso dove dormivano in cinque, non riconoscerebbe nulla. Forse Mario si perderebbe nel mare di visitatori, e solo seguendoli capirebbe. Arriverebbe al murale: il suo. Perché è stato lui, Mario Filardi, ad aver fatto di Diego l'icona pop e mitologica che oggi è meta di pellegrinaggi. E mentre la sua firma resta nell'ombra, i Quartieri Spagnoli sono invasi da maxistriscioni e sculture, tavolini e B&b, bancarelle e gadget d'ogni provenienza. Commerci e sentimenti, beninteso, che sono i più lievi mai arrivati quassù, tra i vicoli seicenteschi pronti alla loro prima rivoluzione.

Un giovedì qualunque: giorno 23esimo, settimana quarta, anno domini del Terzo Scudetto del Napoli. Quanti selfie, a migliaia, su via De Deo. Trasversali per generazioni e culture. E una folla che non sa chi è Mario Filardi. Un ragazzo dimenticato, che a poco più di vent'anni plasmò il cor…

Napoli. Se potesse sbucare ora, dal vecchio basso dove dormivano in cinque, non riconoscerebbe nulla. Forse Mario si perderebbe nel mare di visitatori, e solo seguendoli capirebbe. Arriverebbe al murale: il suo. Perché è stato lui, Mario Filardi, ad aver fatto di Diego l'icona pop e mitologica che oggi è meta di pellegrinaggi. E mentre la sua firma resta nell'ombra, i Quartieri Spagnoli sono invasi da maxistriscioni e sculture, tavolini e B&b, bancarelle e gadget d'ogni provenienza. Commerci e sentimenti, beninteso, che sono i più lievi mai arrivati quassù, tra i vicoli seicenteschi pronti alla loro prima rivoluzione.

Un giovedì qualunque: giorno 23esimo, settimana quarta, anno domini del Terzo Scudetto del Napoli. Quanti selfie, a migliaia, su via De Deo. Trasversali per generazioni e culture. E una folla che non sa chi è Mario Filardi. Un ragazzo dimenticato, che a poco più di vent'anni plasmò il corpo del dio Diego Armando Maradona. Street artist, classe 1967, morto a Zurigo nel 2010, in circostanze misteriose, Mario aveva viaggiato, conosceva quattro lingue, amava l'Europa: l'approdo "più quieto", diceva, mentre eroina e violenza stavano bruciando la vita dei suoi amici d'infanzia. Cresciuto a fumetti e figurine. Innamorato di Tex e Diabolik. Chissà cosa avrebbe creato per Osimhen mascherato.

Carmela, la mamma di Mario, nel vicolo in cui ancora vive, nei Quartieri Spagnoli di Napoli con in mano la foto del figlio mentre dipinge il murale.  
"Partì per non essere sfruttato dal lavoro nero. Ha fatto il cameriere a Londra, a Madrid, a Zurigo, anche in Australia", racconta oggi al Venerdì la sorella 54enne, Teresa. "Diceva che lì c'era la dignità del lavoro, mentre qui pulivi anche i gabinetti e non ti davano garanzie. Ma il suo vero  amore, la vita sua, era il disegno, erano i colori". Memoria viva, non c'è un album. "Le sue cartelline con i bozzetti e gli schizzi sono andate perdute. A Zurigo Mario aveva curato anche grandi murales per un parco dei divertimenti, Conny Land. Ma quando recuperammo la sua salma in Svizzera, scoprimmo che avevano buttato via tutte le sue cose. Gli mancava Napoli a Mario". Sua madre, Carmela, lo partorì a 15 anni e adesso, fragile, si porta appresso la foto di lui che sta su quella sbilenca impalcatura, mentre "erigeva" l'opera. Nell'ara pagana di oggi, impossibile riconoscere quel grigio spiazzo desolato che racconta la storia di un murale in tre tempi: un unico D10s, una finestra assassina, tre diverse facce.

Cose bellissime

Tutto avviene oltre la soglia di via Toledo, nella Napoli anarchica che è più in simbiosi con Maradona e l'Argentina che col rione confinante, come aveva notato la scrittrice Fabrizia Ramondino in (Dadapolis, Einaudi, 1989). "Straniero è spesso l'abitante di un quartiere rispetto agli altri, o all'insieme cittadino. Prova ne sia lo striscione che per lo scudetto del 1987 si tende allo sbocco di un vicolo: "I Quartieri Spagnoli salutano Napoli e i Napoletani", come se facessero parte di un altro Stato e stessero per inviare in città i loro ambasciatori" .

E quale ambasciatore, più in alto del Pibe? "Mario disegnò Diego a mano libera, tutto da solo" riprende Teresa. "Fin da piccolo, accanto a me, sull'unico tavolo dell'unica stanza, nel basso, stava ore a mostrarmi ciò che faceva. E da grande, a me e alle mie amiche, ci dipingeva jeans, giubbotti, cose bellissime. Aveva gusto, creatività. Era avanti: parlava di ambiente, faceva sport ogni giorno, lo prendevano in giro". Era il 1990, pochi giorni prima del secondo scudetto. A "commissionare" il lavoro è il capo della frangia ultrà Teste Matte, Antonio Esposito detto Bostik. Parte una raccolta fondi: un milione di vecchie lire, dicono. "Forse Mario ne ebbe la metà, ma oggi che importa più", sospira la sorella. Il muro prescelto si trova in via Emanuele De Deo - ma chi lo conosce l'aristocratico studente giustiziato dai Borbone per simpatie con la Rivoluzione Francese? Per tutti gli altri è "lo Sfravecato", spazio diroccato in mezzo al tufo. Oggi, anche per Booking e Tripadvisor, è Largo Maradona.

la prima versione del murales di Maradona, dipinta nel 1990 da Mario Filardi (1967-2010). archivio famiglia Mario Filardi 

 

Del gruppo faceva parte all'epoca anche Sasà Striano, allora inserito in dinamiche criminali, oggi stimato attore di cinema d'autore, per i fratelli Taviani, per Martone, Di Costanzo. "Ormai vivo altrove, ma vedo con gioia i Quartieri trasformati, persino la casa abbandonata dei miei genitori adesso vive di turismo" ci racconta. "Io ci portavo i ladri là sopra, oggi arrivano viaggiatori colti da tutto il mondo. Dobbiamo molto a Mario: era generoso, e aveva talento". Così, da quel basso di vico Caricatoio, dove in 30 metri quadrati vivevano madre, padre e tre figli, lo chiamano, gli mettono pure fretta: "Spicciati, stiamo per vincere". Bostik e Mario scelgono la foto, poi Mario calcola il bozzetto in scala ed eccola la prima faccia del D10s: un eroe uscito dagli amati fumetti, vento tra i capelli, sguardo fiero e malinconico. Il precario cantiere Filardi sarebbe un'immagine affascinante da esporre oggi alla folla, lo fecero grandi fotografi come Riccardo e Sergio Siano, che ai Quartieri sono di casa, o come Gianni Fiorito, che poi avrebbe scelto il cinema. Ma vive solo nei negativi, gli smartphone non avevano ancora modificato vite e mestieri. Quanti ragazzini col naso all'insù, si vedono: tutti a seguire le mani di Mario.

"E ora come lo apparo?"

Secondo tempo, anno 2006. Il Napoli è crollato, il disamore avanza, il tempo si mangia il disegno, più abusi edilizi sfondano il muro del murale. Una finestra devasta l'opera bucando totalmente il volto di Diego. Mario Filardi torna dall'estero, facile immaginare lo choc. Sua madre ricorda: "Si prese collera. Per quel murale aveva rischiato la vita: lo so io il terrore di vederlo cadere. Per tre giorni e due notti: lui seduto su due semplici assi, le gambe penzoloni, a dodici metri. E io giù, ferma, a sorvegliare". Sua sorella Teresa: "Me lo ricordo, lui che non si arrabbiava mai, con le mani nei capelli. "Ma proprio la faccia dovevano distruggere? E ora come lo apparo?"". Non potrà aggiustare nulla, difatti. Il recupero comincia dieci anni dopo, nel 2016, ma Mario non c'è già più. Un artigiano e attivista sociale, Salvatore Iodice, apre un'altra colletta. Realizza degli scuri in legno, tappa la finestra - complice l'incolpevole inquilino, Ciro - e ci dipinge sopra: chiedendo il "permesso" a mamma Carmela. L'intenzione è lodevole, l'esecuzione meno: la seconda faccia il quartiere non la gradisce, non c'è il Filardi touch, troppo fredda, diversa. "Ma io non ho pretese d'artista", giustamente spiegava Iodice - sebbene oggi, nell'euforia dello scudetto, reciti più parti: falegname, salvatore, autore del murale.

La versione ritoccata nel 2016 dall’artigiano Salvatore
CESARE ABBATE / ansa

 

30 metri quadrati

La svolta arriva un anno dopo: l'artista argentino Francisco Bosoletti è a Napoli e si insedia ai Quartieri. Disegna Iside sull'enorme parete di fronte a Diego: è la Pudicizia velata, la stessa scolpita dal Corradini nella potente Cappella di San Severo. Poi, passa a Maradona: armonizza la figura, addolcisce i tratti, anche Iodice acconsente. È la terza faccia di Diego. Gli occhi più sfumati, i capelli che scendono giù dalla fronte, è un volto diverso da quello iniziale di Mario ma a cui guarderanno tutti quando, dall'Argentina, arriva la notizia che ferisce un popolo. Diego muore. D10s vive ai Quartieri.

Il vento oggi è cambiato. A correre ci sono i ragazzi di Spalletti. Capitan Di Lorenzo, Victor lo Tsunami, Il Muro Kim, il trascinatore Kvara. Che stacco, con le altre squadre. Ridateci i sogni, cantavano le ballate di Peppe Lanzetta. "Ho aspettato tanto la via del Ritorno", scrive lo stesso autore nella prefazione di Un Messico Napoletano, che l'editore Nicolucci riporta ora in libreria. Per inciso: un romanzo che Paolo Sorrentino, in apertura, sigilla con una consacrazione per Lanzetta: che "si occupa di bellezza e disperazione. Riuscendo a trovare una dentro l'altra". Materie che restano intrecciate anche qui, anche nei Quartieri Spagnoli, dove c'è aria nuova. Bostik ha un'avviata bottega, fa gli onori di casa, mentre il mondo sfila. Tutto è cambiato. Tranne il basso dei Filardi: 30 metri quadri, ancora umido, per sua madre e un fratello. Ma se solo Mario potesse godersi lo spettacolo.

Sul Venerdì del 26 maggio 2023