Roger Federer e gli altri: i finali in bellezza di carriere celebri
di Roberto FestaGeoff Dyer non pensa che Roger Federer abbia mai letto il suo libro. "Ho sentito dire che non è un grande lettore", racconta lo scrittore inglese, dalla sua casa di Los Angeles. Del resto, Gli ultimi giorni di Roger Federer e altri finali illustri (in uscita per il Saggiatore con la traduzione di Katia Bagnoli) non è un libro su Roger Federer. "Diciamo che ho preso Roger come simbolo di quello che succede nella vita di un atleta, o di un artista, quando arriva la fine". Per lo scrittore britannico, il tramonto di Federer è stata una delle cose "esteticamente più straordinarie nella storia dello sport. Anche da perdente, è riuscito a combinare grande bellezza e perfetta efficienza".
Nel libro, Federer è semplicemente "Roger". "Penso che saremmo p…
Geoff Dyer non pensa che Roger Federer abbia mai letto il suo libro. "Ho sentito dire che non è un grande lettore", racconta lo scrittore inglese, dalla sua casa di Los Angeles. Del resto, Gli ultimi giorni di Roger Federer e altri finali illustri (in uscita per il Saggiatore con la traduzione di Katia Bagnoli) non è un libro su Roger Federer. "Diciamo che ho preso Roger come simbolo di quello che succede nella vita di un atleta, o di un artista, quando arriva la fine". Per lo scrittore britannico, il tramonto di Federer è stata una delle cose "esteticamente più straordinarie nella storia dello sport. Anche da perdente, è riuscito a combinare grande bellezza e perfetta efficienza".
Nel libro, Federer è semplicemente "Roger". "Penso che saremmo potuti diventare grandi amici", scherza Dyer, che gioca a tennis almeno due volte alla settimana sui campi "vicino all'oceano minacciato dalle microplastiche di Santa Monica". Anche se non lo ha letto, Federer ha però sicuramente saputo dell'esistenza del libro. "Attraverso il mio editore inglese, mi è arrivata la foto di Roger che firma una copia" racconta Dyer. Chissà se il campione si è mai chiesto cosa c'è dentro il libro. E di quali strazianti, rocamboleschi, dolorosi, felici tramonti l'ultima fase della sua vita di tennista sia diventata emblema.
"Non sono più chi ero"
Nella sua ormai lunga carriera di scrittore (ha pubblicato quattro romanzi e diversi volumi di non fiction), l'occhio di Geoff Dyer si è fissato su molte cose: il jazz, D.H. Lawrence, il cinema russo, lo yoga. Nel suo ultimo libro, sono appunto i finali che lo interessano, in particolare quelli di artisti e intellettuali "che arrivati alla fine si sentono costretti a produrre le loro opere migliori, ciò che possa dare un senso definitivo alla loro parabola artistica". Solo che a non tutti capita quanto successe a Beethoven, che con gli ultimi quartetti per archi scrisse qualcosa di straordinario e definitivo, "non per i contemporanei, ma per un'epoca successiva". I finali di scrittori, pittori, filosofi, calciatori, tennisti sono spesso proprio il contrario, il momento in cui le loro forze tendono ad affievolirsi. "Ma a me interessava proprio questo. La pressione che un artista sente su di sé. Lo sforzo immane cui è sottoposto. Spesso, la rinuncia finale", spiega Dyer, che ammette il carattere fortemente autobiografico di questo libro. "Ho quasi 65 anni. Il cambiamento biologico, esistenziale, riguarda anche me. Non sono più lo scrittore che ero".
Non che diminuiscano le forze o l'abilità critica: "Scrivere un libro, ancora oggi, è per me un modo per rivendicare le mie capacità cognitive". Quello che cambia è piuttosto la percezione del tempo, la capacità di lasciarsi sconvolgere dagli incontri e dalle letture, perché, come diceva Cioran, "più si invecchia, meno cose ci sono cui convertirsi". "Per esempio" racconta Dyer, "mi dovrò abituare all'idea che probabilmente non arriverò mai alla fine della Recherche di Proust. Ho fatto diversi tentativi, ma proprio non ce la faccio. La trovo noiosissima. Ovviamente non mi piace l'idea di finire in una tomba senza aver letto Proust, ma la cosa sta ormai diventando altamente probabile".
La voce stremata di Bob
Scritto per riflettere sulla fine propria e degli altri, Gli ultimi giorni di Roger Federer è in realtà un Geoff Dyer all'ennesima potenza, il libro che riassume al meglio le sue qualità di scrittore unico e originalissimo, capace di mescolare critica e vita, trascendente e quotidiano, passioni personali e felicità dello sguardo sul mondo. Nelle sue pagine si succedono una serie di "finali illustri". C'è Friedrich Nietzsche che vaga per Torino solitario, eccitato, "con le rotelle sul punto di incepparsi". C'è la voce di Bob Dylan, che David Bowie definì come "un suono di sabbia e colla": una voce sempre più stremata e corrosa dal tempo, una voce che negli ultimi concerti troviamo "terribile" e che ci dice quanto ormai il cantautore sia lontano dai suoi anni migliori; ma una voce che continuiamo ad ascoltare "con immutata meraviglia... perché è comunque incredibile che Dylan esista".
E ancora, nel libro c'è la luce degli ultimi dipinti di William Turner, che dissolve forme e cose, che tende a farsi macchia bianca, incandescente, presagio del nulla verso cui precipita l'esistenza. Ma tra i "finali illustri" non mancano gli ultimi, dolorosissimi anni della vita di Jack Kerouac, alle prese con il proprio mito, con la difficoltà di padroneggiare paranoia, collasso alcolico e una "prosa spontanea" che lui stesso ormai sentiva come stantia. Nel 1967, due anni prima della morte, Kerouac confessò: "non riesco a battere a macchina come una volta e temo di non riuscire nemmeno a scrivere come una volta".
"Peggio Trump del Covid"
Dyer ha finito di scrivere Gli ultimi giorni di Roger Federer proprio nelle settimane in cui sul mondo si allargava la minaccia del Covid e dice di trovare "molto appropriato aver pensato un'opera sulla fine nel momento in cui il mondo come lo conoscevamo arrivava alla sua fine". Il libro gli ha del resto permesso di superare i mesi peggiori della pandemia in uno stato di strana felicità. "Come tutti avevo paura della malattia e della morte, ma avevo anche qualcosa cui pensare, qualcosa che dava un senso alle mie giornate". In realtà, aggiunge, la pandemia non è stata la cosa peggiore da affrontare. Molto peggio "il rumore" degli ultimi rutilanti, sconvolgenti giorni di Donald Trump, attaccato al potere, in preda a un delirio di onnipotenza capace di far affondare la democrazia americana. "Scrivere mi ha permesso di isolarmi da tutto ciò che succedeva, o non succedeva, nel mondo".
Gli ultimi giorni di Roger Federer consente a Dyer anche di riepilogare i momenti essenziali della sua biografia. La nascita in una famiglia della working class di Cheltenham, un mondo, scrive, "di lavori mal pagati, spesso sgradevoli e poco gratificanti - in cui il pensionamento era un traguardo che i miei parenti attendevano con impazienza, sorprendentemente, fin da giovanissimi. Come una promozione, un'ambizione, in pratica". Poi gli studi al Corpus Christi College di Oxford, in un ambiente "basato sull'esclusione, sulla convinzione che la qualità al suo interno venga esaltata da ciò che viene tenuto fuori". Ancora, gli anni Ottanta a Brixton, sud di Londra, quelli dei reading di poesia, dei concerti, dei film, ma anche delle bevute, dell'odio per il coprifuoco nei pub alle undici di sera, in cui "una delle gioie di andare a Parigi era poter rimanere nei bar fino a quando si voleva, a bere e parlare". Infine, la consacrazione a scrittore capace, nelle parole del New Yorker, di produrre "libri che sono unici, come delle chiavi". "È il miglior prosatore in lingua inglese oggi", ha detto di lui il critico e scrittore americano Tom Bissell.
La terra della gloria
Da dieci anni Dyer si è trasferito con la moglie Rebecca Wilson, una curatrice d'arte, proprio negli Stati Uniti, a Los Angeles, che compare in questo ultimo libro come "la terra della gloria, uno degli ultimi posti sulla Terra dove la gloria tramonta ogni giorno, dove tutto splende, dove il cielo blu... non è da nessuna parte ed è infinito".
Una delle ragioni della felicità letteraria di Gli ultimi giorni di Roger Federer sta comunque nell'ormai completa padronanza che Dyer rivela dei suoi mezzi di scrittore. "Con gli anni" dice, " penso di essere diventato particolarmente divertente. Ma c'è voluto del tempo. Da giovane vivevo nella venerazione di John Berger, che è grandissimo ma per nulla divertente. Ho dovuto liberarmi della sua influenza per essere veramente me stesso". Nel libro c'è anche una struttura libera, quasi danzante, capace di far coesistere mondi lontani, come in un loop, un cerchio di storie e uomini che continuano a sparire e riapparire nell'eterno ritorno della narrazione (e, del resto, proprio Nietzsche e la Gaia scienza sono il suo autore e il suo libro di riferimento). "Sono ossessionato dalla struttura. Ci sono critici che ritengono che i miei libri non abbiano una vera struttura. È l'esatto contrario".
Proprio questa libertà creativa è ciò che non fa rimpiangere a Dyer il romanzo: "Ne ho scritti quattro, ma non penso di essere un vero narratore, alla John Updike o Anita Brookner. Mi manca il gusto della trama, delle storie. Comunque non ho mai pensato che il romanzo sia la forma più alta di scrittura. Nella mia non fiction c'è una presenza creatrice dell'autore che è simile a quella del romanziere".
"Niente di meglio da fare"
Con la moglie Rebecca, Dyer pensa di tornare presto in Inghilterra. "Siamo venuti qui attratti dal mito della terra delle opportunità, ma ci manca l'Europa". Anche se, aggiunge, "forse non è il momento migliore per tornare. Senza Europa, gli inglesi non hanno davanti a sé giorni felici". Dice di lavorare già a un altro libro: "Dopo questo su Federer, mi sembrava di non avere più voglia di scrivere. Non è stato così". Del resto, racconta, continuare a scrivere è l'unico modo per ritardare il momento in cui non si scriverà più.
"E questo è in fondo ciò che so fare meglio. Da giovane ho tentato di costruirmi un altro tipo di carriera. Non ha funzionato e mi sono messo a scrivere, cosa che ha dato una direzione alla mia vita". Lo dice del resto molto chiaramente, senza alcuna enfasi o retorica, proprio in Gli ultimi giorni di Roger Federer: "Sicuramente si cambia, invecchiando. In questo momento, non ho però voglia di fare niente di diverso che starmene seduto a scrivere - o meglio, a rivedere, questo libro".
Sul Venerdì del 26 maggio 2023