La sanità in Italia e gli immigrati: se gli infermieri sono tutti indiani
dal nostro inviato Michele Boccial centro, con il camice verde, la direttrice Marinella Geremia. foto di Fabio Bussalino
Finale ligure (Savona). Si chiama Bibi ma è grande e grosso come un giocatore di rugby. Entra spedito al terzo piano e inizia a salutare, chiamando qualcuno per nome e qualcuno per cognome. Sorride, accarezza mani e volti, chiede come è andata la notte, si sporge in avanti per farsi sentire meglio. Gli anziani, dai divanetti o dalle sedie a rotelle sistemati nell'area comune dell'ospedale riadattato a Rsa, lo guardano rapiti. Sono contenti di vederlo, vogliono parlargli. Bibi viene da lontano, da una città del Kerala, Stato del sud ovest dell'India, che si chiama Kottayam, ma non c'è niente di esotico nella sua presenza tra le stanze della Ruffini di Finale Ligure. Quasi tutti gli infermieri in servizio infatti sono indiani, addirittura originari della sua stessa città. Solo la caposala è di Genova. Bisogna venire qui, in provincia di Savona, per gettare lo sguardo sul probabile futuro della sanità italiana. Qui gli immi…
Finale ligure (Savona). Si chiama Bibi ma è grande e grosso come un giocatore di rugby. Entra spedito al terzo piano e inizia a salutare, chiamando qualcuno per nome e qualcuno per cognome. Sorride, accarezza mani e volti, chiede come è andata la notte, si sporge in avanti per farsi sentire meglio. Gli anziani, dai divanetti o dalle sedie a rotelle sistemati nell'area comune dell'ospedale riadattato a Rsa, lo guardano rapiti. Sono contenti di vederlo, vogliono parlargli. Bibi viene da lontano, da una città del Kerala, Stato del sud ovest dell'India, che si chiama Kottayam, ma non c'è niente di esotico nella sua presenza tra le stanze della Ruffini di Finale Ligure. Quasi tutti gli infermieri in servizio infatti sono indiani, addirittura originari della sua stessa città. Solo la caposala è di Genova. Bisogna venire qui, in provincia di Savona, per gettare lo sguardo sul probabile futuro della sanità italiana. Qui gli immigrati sono fondamentali per mandare avanti alcune strutture, per adesso soprattutto quelle dedicate agli anziani. Presto però toccherà a tutti gli ospedali supplire alle carenze aumentando la quota di lavoratori in arrivo da fuori. Anche da lontanissimo, come gli indiani della Liguria.
Gavetta da badante
La signora Santina ha 105 anni. "Tutto il resto ormai non va bene quasi niente, ma qui dentro le cose funzionano ancora", dice indicandosi la fronte. Parla con Bibi, gli dice come sta, lui racconta di quando per il suo compleanno sono arrivati anche i giornalisti. Nel turno di 7 ore, l'infermiere deve occuparsi di due piani della grande Rsa, 88 letti su 4 livelli, è necessario essere svelti. Somministra i farmaci prescritti dal medico, controlla le piaghe da decubito, interviene di corsa in caso di problemi ("Per due volte ha salvato ospiti che si stavano strozzando"). Il lavoro gli piace. "Sono arrivato in Italia nel 2008" racconta "mi avevano chiamato dei cugini che avevano un impiego qui perché un anziano cercava un badante. Avevo studiato da infermiere ma non parlavo una sola parola di italiano. Ho provato comunque. All'inizio non capivo niente, è stato lui, il nonno a cui badavo, a insegnarmi tante cose della vostra lingua. Quando è morto ho fatto l'esame per il riconoscimento del titolo e ho iniziato a lavorare nelle Rsa".
Ha due figli gemelli di 5 anni e in questi giorni è particolarmente contento: "Sono venuti anche i miei genitori a vivere qui". Alla Ruffini su nove infermieri otto sono indiani. "Senza di loro non ce la faremmo", racconta Marinella Geremia, direttrice della struttura. "Abbiamo anche molti Oss, gli operatori socio sanitari, che sono un po' di tutte le nazionalità". Descrive i professionisti asiatici come "molto rispettosi dei pazienti, sempre attenti e premurosi, grandi lavoratori". Non tutto fila sempre liscio però. Uno dei punti critici può essere proprio la lingua. "Qualcuno parla l'italiano meglio e qualcun altro peggio", dice Geremia. "Non è un problema per l'assistenza. È però successo che di notte, quando è stato necessario dare notizie alle famiglie su decessi o trasferimenti al pronto soccorso, l'infermiere di turno sia stato poco chiaro e qualcuno si è lamentato. Da allora chi fa la notte chiama sempre prima noi della direzione, che poi contattiamo i familiari e spieghiamo cosa è successo".
La comunità di Villapiana
Villapiana è il quartiere operaio di Savona. Grandi palazzi dei primi del Novecento ospitano oggi tanti immigrati, come raccontano dall'attivissima sezione del Pd della zona. Tra questi ci sono 70 famiglie di indiani del Kerala. Praticamente 140 infermieri, visto che di solito marito e moglie fanno lo stesso lavoro. Roma e Milano a parte, in Italia non esistono altre comunità così grandi di professionisti della sanità indiani. "Abitiamo quasi tutti qui, le case costano poco, circa 500 euro al mese e per noi vanno bene", dice Joseph, un altro infermiere della Ruffini.
Nella comunità si conoscono tutti e per le festività si cerca di stare insieme. "La storia è simile per molte famiglie. Magari arriva prima il marito, poi chiama la moglie e dopo parenti o amici. Si tratta di persone che hanno studiato in India. Purtroppo, adesso è un po' più difficile arrivare, a causa dei flussi", dice ancora Joseph. Ovviamente la comunità non è statica. "Capita che qualcuno vada via, scelga di andare in Inghilterra, dove pagano meglio e ci sono tantissimi connazionali. Però qui si sta meglio, a partire dal clima". Joseph ha quattro figli che vivono a Kottayam. "Eh, sì, hanno deciso così dopo aver fatto un po' di scuole qui. Hanno dagli 11 ai 17 anni". Il futuro della sua famiglia è quindi in Kerala. Ha una storia diversa Binny. "Io invece resterò. I miei tre figli vanno a scuola a Savona e sono contenti, con mio marito abbiamo pure comprato casa. Ci piace vivere qui".
In principio fu Antony
Il primo è stato Antony. Tutti lo conoscono, tutti lo indicano come il "capostipite" degli indiani di Savona. Ha 55 anni ed è arrivato nel 1991. "Sono venuto per studiare da infermiere a Genova, dove avevo due amici. Però alla scuola non c'era posto e mi sono spostato a Savona". Dopo il diploma è andato per un po' a lavorare al San Raffaele di Milano. "Ma non mi piaceva stare là e sono tornato", racconta. "All'inizio è stata molto dura. A quei tempi non c'erano telefonini, i contatti da un continente all'altro erano difficilissimi.
Mica come oggi che se vuoi chiamare qualcuno, e pure vederlo, in due secondi ti risponde". Antony ha iniziato a lavorare nelle Rsa della provincia e dal 2002 è un caposala, l'unico della comunità di Villapiana, alla Casa dei Tigli di Millesimo, paese alle spalle di Savona. "Siamo sette infermieri, sei indiani e un albanese. Il futuro? Difficile per me non tornare in India, là ho tutta la famiglia. Certo che qui ormai sto benissimo, per il clima, le persone e anche la cucina. Ormai preferisco la pasta al pesto ai piatti di curry". I figli di Antony studiano in Italia e non hanno intenzione di andarsene. Il più grande, 20 anni, è iscritto al secondo anno di Medicina a Genova. Intanto, comunque, c'è da pensare al presente, ad esempio all'incarico di vice presidente dell'Ordine provinciale degli infermieri. "Circa un quarto dei nostri iscritti sono stranieri".
Ne servono ancora di più
Senza immigrati le Rsa non reggerebbero. Michele Assandri, presidente della sezione piemontese dell'associazione di proprietari, Anaste, e responsabile per la Liguria per la cooperativa che gestisce anche l'Rsa Ruffini, la Punto Service, spiega: "I nostri dati a livello nazionale dicono che il 50 per cento dei lavoratori delle residenze per anziani provengono dall'estero. Non solo da Paesi europei e asiatici ma anche dal Sud America". Nei prossimi anni lo stesso fenomeno potrebbe investire le strutture pubbliche. Oggi le Rsa non trovano personale italiano perché i professionisti cercano l'assunzione negli ospedali, dove già adesso però ci sono problemi di personale. Per questo ci vorranno ancora più immigrati. "Se i flussi fossero più larghi sarebbe meglio, e poi abbiamo bisogno che ce ne siano di specifici dedicati al sistema sanitario e sociosanitario, sia per avere più infermieri che Oss". Con la carenza di personale stanno nascendo molte agenzie che reclutano professionisti in altri Paesi. "Ma noi non le usiamo" dice ancora Assandri "preferiamo rivolgerci ai nostri lavoratori e sentire se hanno parenti o conoscenti infermieri disposti a venire. A chi si sposta offriamo sei mesi di alloggio gratuito".
Sul Venerdì del 26 maggio 2023