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"Un giorno chiederemo conto a Putin ma anche ai russi rimasti in silenzio": intervista alla Nobel per la Pace Oleksandra Matviychuk

Oleksandra Matviychuk, 39 anni: alle spalle la medaglia del Nobel per la Pace di cui è stata insignita nel 2022 per il suo Centro per le Libertà Civili di Kiev insieme all’ong russa Memorial e al dissidente bielorusso Ales Bjaljatski (Getty images) 
Dalla tragedia di Mariupol, agli amici torturati, alle famiglie costrette a vivere per mesi nei sotterranei. Il racconto della fondatrice del Centro per le libertà civili di Kiev: "Non deve accadere mai più"
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Non importa quante volte abbia guardato in faccia l'orrore. Oleksandra Matviychuk non riesce a trattenere la commozione quando racconta della città ucraina di Mariupol spianata dai bombardamenti. Di una sua amica, un'operatrice sanitaria, "imprigionata, torturata e rinchiusa in un buco per mesi" prima di essere rilasciata in uno scambio di prigionieri. Delle famiglie costrette a vivere nei sotterranei "senza acqua, elettricità o accesso a cure mediche". E di una madre che ha stretto a sé per ore il corpo senza vita del figlio neonato, ferito mortalmente alla testa nell'ennesimo raid. "Sedeva raggomitolata su se stessa, paralizzata, senza lasciare avvicinare nessuno".


Mentre descrive quest'immagine, come fosse una Pietà, Matviychuk abbassa gli occhi azzurri, la voce le trema. È proprio nell'empatia la forza di quest'attivista ucraina che in 39 anni di vita ha vissuto il crollo dell'Urss, due …

Non importa quante volte abbia guardato in faccia l'orrore. Oleksandra Matviychuk non riesce a trattenere la commozione quando racconta della città ucraina di Mariupol spianata dai bombardamenti. Di una sua amica, un'operatrice sanitaria, "imprigionata, torturata e rinchiusa in un buco per mesi" prima di essere rilasciata in uno scambio di prigionieri. Delle famiglie costrette a vivere nei sotterranei "senza acqua, elettricità o accesso a cure mediche". E di una madre che ha stretto a sé per ore il corpo senza vita del figlio neonato, ferito mortalmente alla testa nell'ennesimo raid. "Sedeva raggomitolata su se stessa, paralizzata, senza lasciare avvicinare nessuno".


Mentre descrive quest'immagine, come fosse una Pietà, Matviychuk abbassa gli occhi azzurri, la voce le trema. È proprio nell'empatia la forza di quest'attivista ucraina che in 39 anni di vita ha vissuto il crollo dell'Urss, due rivoluzioni e una guerra, ma non si è mai data per vinta.  È la stessa forza che nel 2007 l'ha portata a fondare a Kiev il Centro per le Libertà Civili premiato l'anno scorso col Nobel per la Pace insieme all'ong russa Memorial e al dissidente bielorusso in carcere  Ales Bjaljatski. "Raccolgo queste orribili storie di atrocità russe" spiega in videocollegamento da Kiev "non solo per gli annali di storia, ma perché prima o poi Putin, i vertici politici e militari e i russi che hanno commesso materialmente questi crimini siano processati. Lotto per la giustizia, non solo per l'Ucraina. Lotto perché non accada mai più".


Una ragazza contro

La sua lotta per la giustizia è iniziata quando, da giovane studentessa, ha cominciato a studiare la storia e la letteratura del suo Paese. Quando ha scoperto che il poeta ucraino Vasyl Stus era morto in un Gulag, lei aveva tre anni, ha capito che i soprusi della dittatura sovietica non erano relegati in un passato remoto, ma facevano parte del suo presente. Come l'imposizione della lingua russa. Perciò ha iniziato a parlare in ucraino. La sola a farlo in famiglia e in tutta la sua cittadina alle porte di Kiev, Bojarka.

 

Da allora Matviychuk è sempre stata sulle barricate. Durante la Rivoluzione arancione del 2004 o la Rivolta di Majdan del 2014. È stato in quegli anni che ha fondato il Centro per le Libertà Civili per combattere la corruzione e, in seguito, il progetto Euromajdan Sos per denunciare le violazioni dei diritti umani commesse durante la rivolta filoeuropea culminate nell'uccisione di cento manifestanti tra il 18 e il 19 febbraio 2014.


Dopo che la Russia ha unilateralmente annesso la Crimea e scatenato il conflitto nel Donbass, il Centro per le Libertà Civili ha iniziato a documentare gli abusi dei diritti umani commessi dai russi nella penisola e nell'Est dell'Ucraina. Perciò il 24 febbraio 2022, quando i carri armati di Putin hanno sfondato i confini con l'Ucraina, Matviychuk non è rimasta sorpresa. "Sono decenni che la Russia usa la guerra come mezzo per raggiungere i suoi interessi geopolitici. Basti pensare che commemora l'orrore della Seconda Guerra Mondiale con il motto "Moshem povtorit", "Possiamo ripetere", invece che "Mai più". E ora lo ha ripetuto. Me lo aspettavo, ma non ero preparata a questo livello di atrocità disumane. Nessuno poteva esserlo".


Abituarsi è difficile

Quel 24 febbraio, racconta, la sua vita e quella di tutti gli ucraini ha smesso di essere "normale". "Viviamo nella totale incertezza. Non possiamo pianificare non tanto le nostre giornate, quanto le prossime ore. Perché non sai mai quando scatteranno gli allarmi antiaerei o quando la connessione a internet salterà. Non abbiamo più alcun controllo sulla nostra vita. Non sai mai se avrai ancora un domani, neppure se vivi nelle retrovie, perché non c'è un posto al sicuro dai missili russi. Vivi nella paura costante. Per te, la tua famiglia, i tuoi cari, la tua squadra e il tuo Paese in generale". 


Anche il lavoro del Centro per le Libertà Civili è stato travolto dal conflitto. "Ci siamo dovuti confrontare con un livello senza precedenti di crimini di guerra, ossia con un livello senza precedenti di dolore umano. Perché quando parliamo di crimini di guerra, parliamo di bombe su case, scuole, chiese, ospedali e corridoi umanitari. Parliamo di deportazioni forzate, omicidi, torture, stupri e rapimenti. Parliamo di dolore umano. Noi documentiamo questo dolore ed è molto difficile abituarcisi".

 


Un tribunale speciale

Oleksandra però continua a scavare nell'orrore con un obiettivo: l'istituzione di un tribunale speciale per colmare quello che definisce "il vuoto di responsabilità". Non le basta che il Tribunale penale internazionale dell'Aja abbia incriminato il presidente russo Vladimir Putin per crimini di guerra legati alla deportazione dei bambini ucraini. Vuole di più. Vuole che venga perseguito per la sua "decisione di avviare e pianificare questa guerra di aggressione. Sfortunatamente il crimine d'aggressione non rientra nella giurisdizione dell'Aja. Dobbiamo quindi colmare questa lacuna. E dobbiamo farlo adesso. Senza aspettare che la guerra finisca. Non possiamo continuare a guardare il mondo attraverso il prisma dei processi di Norimberga", insiste. "Soltanto così potremo spezzare il ciclo di impunità della Russia. Ha già commesso orribili crimini in Cecenia, Georgia, Siria e Libia, e lo ha fatto senza mai essere punita".


Non c'è più traccia di commozione, ha ceduto il passo alla caparbietà. Matviychuk è così. Fragile e forte allo stesso tempo. Per lei in gioco non c'è soltanto il futuro dell'Ucraina, ma della democrazia. "Se non fermeremo Putin in Ucraina, lui ci riproverà. Non so quale potrebbe essere il suo prossimo obiettivo. Ma so che ha una logica imperialistica. E che l'Impero ha un centro ma non ha confini".


La logica imperialistica è ciò che Oleksandra rimprovera al popolo russo. "Prima o poi dovrà assumersi la responsabilità di questa pagina vergognosa della sua storia e del suo tentativo di restaurare l'Impero. Perché Putin ha governato il suo Paese, non soltanto con la repressione e la censura, ma anche con un contratto sociale che si basa sulla "gloria russa". E il problema è che sfortunatamente, tutt'oggi, la maggior parte dei russi vede la "gloria russa" nella restaurazione dell'Impero".


Secondo Oleksandra, è questo il motivo per cui l'assegnazione del Nobel per la pace non solo al Centro per i diritti civili ucraino, ma anche a un'ong russa e a un dissidente bielorusso è stata accolta da numerose critiche a Kiev. "Quando metti sullo stesso piano Russia, Bielorussia e Ucraina, rievochi la vecchia narrativa sovietica sulle "nazioni sorelle". E tutti sanno che questa è una bugia: non esistono nazioni sorelle, c'è soltanto una nazione dominante, una lingua dominante, una cultura dominante". Lei però prende le distanze dalle polemiche. "Questo Nobel per la pace non è stato assegnato ai Paesi, ma alle persone. Persone che hanno speso la loro vita per difendere la dignità e la libertà umana. Se vogliamo fare un parallelo con l'epoca sovietica, possiamo semmai ricordare quel movimento trasversale di dissidenti uniti dal motto "Per la nostra e vostra libertà"".


Che cosa vuol dire occupazione

È soltanto su questa base che, secondo Matviychuk, si può costruire una futura convivenza pacifica e una pace sostenibile. Ma una pace sostenibile, avverte, è impossibile senza giustizia. "E abbiamo bisogno di pace, non di occupazione", aggiunge. "C'è chi confonde questi due termini. Parla di pace, ma vorrebbe che noi ucraini rinunciassimo ai nostri territori per soddisfare gli appetiti imperialistici russi. Documento oramai da nove anni i crimini di guerra nei territori occupati. E vivere nei territori occupati significa torture, rapimenti, stupri, omicidi, fosse comuni, campi di filtraggio, deportazione forzata, negazione dell'identità. Non è pace, è occupazione. Ed è solo un'altra forma di guerra".

Sul Venerdì del 2 giugno 2023