Il panettiere di Papa Francesco: "Da 80 anni portiamo in Vaticano il pane quotidiano"
di Iacopo ScaramuzziROMA. Assediato da ristoranti turistici, selve di tavolini, cartelli col menù fisso, Angelo Arrigoni, quasi 80 anni, tiene aperto un panificio che dagli anni Trenta fornisce discretamente il pane al cliente più ambito, il Papa. "Mio padre faceva il panettiere a Milano, ma si era innamorato di una ragazza che si era trasferita a Roma: una zia molto religiosa gli prestò i soldi a patto che comprasse forno e casa vicino a San Pietro, dove lei avrebbe trascorso i suoi ultimi anni", racconta il panettiere dei Papi. Il padre mise su un moderno forno a vapore e sbaragliò facilmente la concorrenza con la panetteria che fino agli anni Sessanta c'era dentro il Vaticano. Non doveva essere un granché: "Nessuno comprava il pane lì", chiosa Arrigoni, "né i cardinali né i Santi Padri...". Tutti venivano invece qui, a Borgo Pio 126, in questo locale che - insegna minimale, bancone all'antica, un ampio salone…
ROMA. Assediato da ristoranti turistici, selve di tavolini, cartelli col menù fisso, Angelo Arrigoni, quasi 80 anni, tiene aperto un panificio che dagli anni Trenta fornisce discretamente il pane al cliente più ambito, il Papa. "Mio padre faceva il panettiere a Milano, ma si era innamorato di una ragazza che si era trasferita a Roma: una zia molto religiosa gli prestò i soldi a patto che comprasse forno e casa vicino a San Pietro, dove lei avrebbe trascorso i suoi ultimi anni", racconta il panettiere dei Papi. Il padre mise su un moderno forno a vapore e sbaragliò facilmente la concorrenza con la panetteria che fino agli anni Sessanta c'era dentro il Vaticano. Non doveva essere un granché: "Nessuno comprava il pane lì", chiosa Arrigoni, "né i cardinali né i Santi Padri...". Tutti venivano invece qui, a Borgo Pio 126, in questo locale che - insegna minimale, bancone all'antica, un ampio salone sul retro - sembra rimasto fermo nel tempo.
A prova di veleno
Un tempo che risale fino a Pio XI (1922-1939), il primo sovrano del nuovo Stato vaticano nato dal concordato con Benito Mussolini. Temeva di essere avvelenato e così la consegna del pane seguiva una procedura rigorosissima: il nonno di Arrigoni, che nel frattempo aveva raggiunto il figlio a Roma, "aveva una chiave che teneva alla cinta anche quando dormiva: un uomo di fiducia del Papa veniva con un forziere, mio nonno lo apriva, metteva il pane e lo mandava all'appartamento papale, dove avevano l'altra chiave", racconta il nipote.
I tempi sono cambiati, alcune accortezze sono rimaste: già con Pio XII (1939-1958) il forziere fu sostituito da buste che, però, dovevano essere sigillate. Se non era un messo pontificio a venire, era il fornaio o qualcuno di sua fiducia che doveva consegnare il pane direttamente al Papa. Ad Angelo Arrigoni è accaduto da bambino quando c'era Giovanni XXIII (1958-1963): "Mi chiamò mio padre, "sbrigati che io devo rimanere al Forno". Vado di corsa. Un gendarme mi chiede di consegnargli la busta, ma io rifiuto. Arrivo all'appartamento e mentre do il pane alla suora passa il Papa che mi vuole conoscere. Mi ha fatto molte domande, ma ero così emozionato che non ricordo cosa gli ho risposto. Quando torno mio padre quasi mi sgrida, "quanto ci hai messo? Sbrigati che devi andare a scuola!"". Ancora oggi la consegna del pane avviene sulla base della fiducia personale, ma quando si prova a domandare qualche dettaglio, il panettiere del Papa, fedele a quella fiducia, si chiude nel riserbo più assoluto.
Ciriola o all'olio?
Pio XI mangiava il panino viennese, un tipo di rosetta più raffinato delle ciriole; Pio XII, nobile romano, scelse i panini all'olio, all'epoca una rarità; rosettine per Giovanni XXIII (1958-1963 e Paolo VI (1963-1978). Le sorprese iniziarono con i Papi "stranieri".
Giovanni Paolo II (1978-2005) "ci fece sapere che voleva il pane che mangiavano i suoi operai: rimasi un po' in dubbio" racconta Arrigoni "perché gli operai mangiavano sia la ciriola che il bigné vuoto... e mo' che je manno? Gli mandai tutti e due, e gli è andato benissimo per tutto il pontificato".
Con Benedetto XVI (2005-2013) è stato più facile: Ratzinger frequentava il Forno già da cardinale. "Pensavo fosse un semplice monsignore finché un cliente vedendolo non gli disse: "Emineeenza", con tutto uno scappellamento", racconta ridendo il fornaio. Comprava formaggio biologico e pane con farina integrale e senza lievito. "Quando è diventato Papa, per educazione telefonai comunque in appartamento per sapere cosa desiderava. La suora, un po' imbarazzata, mi disse che purtroppo il Santo Padre aveva già il suo fornaio: "Ma sorella", gli ho detto, "sono io!"". Angelo Arrigoni ha intuito prima degli altri che Benedetto XVI non stava bene, alla fine dell'anno scorso: "Già da qualche giorno non mangiava più pane... e quando non mangi più pane significa che stai vicino alla fine...".
Quanto a papa Francesco, che ha mandato un biglietto di ringraziamento, "ero disposto a fare il pane argentino" racconta Arrigoni "ma ci ha fatto sapere che gli andava bene tutto, di mandargli quello che rimaneva: non voleva assolutamente un pane fatto apposta per lui".
Bocconi di storia
Angelo Arrigoni, che da venti anni è aiutato da Teresa Araia-Berhe, dalla sua bottega ha visto un pezzo di storia di Roma: la Seconda guerra mondiale, quando il padre faceva uno strappo alla regola e dava alla gente affamata più pane di quello calmierato; il Concilio vaticano II; la morte di Giovanni Paolo I dopo poco più di un mese ("Vengo ad aprire il negozio, guardo verso Sant'Anna e vedo il portone chiuso: mi sembrava impossibile..."), l'attentato a Wojtyla. Ha vissuto un'epoca in cui Borgo era un quartiere rosso, abitatissimo, pieno di botteghe ("doratori, corniciai, marmisti, falegnami, stampatori, fabbri... e la fabbrica delle campane, dal 1400, dove andavamo da bambini a vedere le campane interrate, una cosa meravigliosa"), trattorie dove la sera venivano i romani.
Oggi il quartiere è spopolato e turistico, il comune di Roma non aiuta le botteghe storiche a sopravvivere, la pandemia e il caro-energia rischiano di essere fatali anche al panettiere dei Papi. Angelo Arrigoni guarda fuori dal negozio: "Più che la trasformazione della strada, io la vedo morire", dice. "Abbiamo dato tanto al quartiere, ora contano solo i soldi e il business... Ma quando poi al posto di un panificio storico gli arriverà una cineseria" mormora "allora se la vedranno loro...".
Sul Venerdì del 9 giugno 2023