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Erik Gandini: "Ho visto un futuro senza lavoro. E ne ho fatto un film: After Work"

Un impiegato in un ufficio di Tokyo continua a lavorare durante la pausa. (Getty images) 
Il regista italiano, già autore di Videocracy, indaga il nostro rapporto con la produttività: "Sempre più persone saranno disoccupate. Va pensata una nuova etica"
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Sono troppo indaffarato. Sono così indaffarato che non hai idea. Ho troppo lavoro, sono strapieno". Un consulente del lavoro scimmiotta quello che è il mantra dell'americano medio all'inizio di After Work, il nuovo documentario di Erik Gandini al cinema dal 15 giugno dopo la prémiere al festival Cph:Dox di Copenaghen, che esplora la relazione delle persone col lavoro a varie latitudini. Un rapporto con un'attività che è un diritto non riconosciuto a tutti, ma per la maggioranza delle persone è un dovere talmente assillante da sovrastare tutto il resto.

"Come tutti gli occidentali",  spiega Gandini, italiano che vive in Svezia e autore di altri apprezzati documentari come Videocracy, "anche io sono stato un padre assente con i miei figli e mi sono avvicinato al burnout da stress per il troppo lavoro. Ho iniziato a chiedermi perché e mi ha incuriosito l'affermazione del sociologo svedese Roland Pa…

Sono troppo indaffarato. Sono così indaffarato che non hai idea. Ho troppo lavoro, sono strapieno". Un consulente del lavoro scimmiotta quello che è il mantra dell'americano medio all'inizio di After Work, il nuovo documentario di Erik Gandini al cinema dal 15 giugno dopo la prémiere al festival Cph:Dox di Copenaghen, che esplora la relazione delle persone col lavoro a varie latitudini. Un rapporto con un'attività che è un diritto non riconosciuto a tutti, ma per la maggioranza delle persone è un dovere talmente assillante da sovrastare tutto il resto.

"Come tutti gli occidentali",  spiega Gandini, italiano che vive in Svezia e autore di altri apprezzati documentari come Videocracy, "anche io sono stato un padre assente con i miei figli e mi sono avvicinato al burnout da stress per il troppo lavoro. Ho iniziato a chiedermi perché e mi ha incuriosito l'affermazione del sociologo svedese Roland Paulsen, che parla dell'ideologia del lavoro come un sistema di valori e paure che ci costringono a continuare a lavorare sempre più a prescindere da quanto siamo produttivi".

Erik Gandini, autore del documentario After Work (Jens Lasthein) 

Negli Usa l'ossessione porta gli americani ogni anno a rinunciare a oltre 500 milioni di ore di vacanza, ma come racconta il film non sono gli unici ad avere questi problemi: in Corea del Sud il superlavoro è talmente endemico che il governo deve fare pubblicità per suggerire ai cittadini come usare il tempo libero e ha introdotto lo spegnimento centralizzato dei computer a una certa ora per costringerli a lasciare l'ufficio. Poi però After Work ci fa volare in Kuwait, dove il diritto al lavoro si scontra con la mancanza di un'occupazione per tutti, ma la ricchezza del Paese è talmente alta, grazie al petrolio, che i giovani vengono impiegati in uffici governativi dove passano le giornate senza fare nulla, sprofondando nella depressione.

"Kuwait e Corea sembrano lontani", dice il regista, "ma i loro problemi sono figli della stessa ideologia, quella di non riuscire a immaginare un modo alternativo di occupare il tempo se non quello di lavorare". Ma da dove nasce questo insopprimibile desiderio di essere produttivi? "L'etica del lavoro così come la conosciamo è nata 350 anni fa all'inizio della rivoluzione industriale", spiega Gandini, "ed era l'idea perfetta per la necessità dell'epoca di mettere in moto l'apparato gigantesco dell'industrializzazione del mondo occidentale: tutti lavoravano da mattina a sera, compresi i bambini, e la necessità di farlo era tale che, nell'ideale calvinista, la produttività apriva le porte del paradiso. Il mio film però vuole mostrare che forse oggi questo sistema di valori rischia di essere anacronistico, non soltanto per il presente, ma soprattutto per il futuro".

Dopo ChatGpt

Attraverso una serie di dichiarazioni di personaggi come Elon Musk, Noam Chomsky, Yanis Varoufakis e Yuval Noah Harari, After Work lancia uno sguardo verso la società di domani dominata dall'intelligenza artificiale generativa.

"Prima di ChatGpt c'era l'idea che ad essere in pericolo fossero solo i lavori ripetitivi, mentre ora anche quelli creativi sembrano a rischio. Harari prevede che moltissimi individui non saranno più schiavizzati come accade oggi, ma diventeranno addirittura inutili. Penso che ci sarà un risparmio di tempo enorme per miliardi di persone e anche se nel mondo occidentale si potrà ovviare a questo nuovo scenario con politiche di welfare, esiste il rischio culturale di creare una nuova categoria di paria, perché nella nostra società essere disoccupati è uno stigma pesante che crea frustrazione, e genera anche confusione politica e populismo. Probabilmente bisognerà riconsiderare il centro della nostra vita, magari considerando che non si può essere produttivi per la maggior parte della giornata o dell'esistenza. Magari si stravolgerà l'idea per cui si va in pensione soltanto quando si è più vicini alla fine della vita, e si potranno prendere pause dal lavoro in più giovane età. Ma tutto questo richiede una fiducia negli esseri umani che oggi non esiste, come dimostra l'esperienza del Kuwait: si preferisce fare andare in ufficio a far nulla persone che potrebbero stare fuori a fare altro".

Un'immagini del documentario After Work che sarà 
in anteprima al Biografilm Festival di Bologna  da oggi al 19 giugno 

A lezione dalla contessa

Per provare a formulare un'ipotesi di come si possa riempire una giornata che non è più scandita dagli orari di ufficio, il regista è venuto in Italia. "Volevo capire se c'era qualcuno che dall'inizio della propria esistenza non ha mai dovuto lavorare e ha avuto la possibilità di decidere come impiegare il proprio tempo e così mi sono imbattuto nella contessa Rory Marzotto. Nei documentari c'è l'idea che i ricchi siano cattivi, ma per una volta mi sono detto, che forse è da una come lei che dobbiamo imparare come usare tutto il tempo che ci avanza".

In un'intervista al sociologo Luca Ricolfi si fa anche accenno al fenomeno dei Neet, i giovani italiani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, studiano o sono in training, la cui percentuale è vicina al 30 per cento, la più alta d'Europa.

"Il greco Varoufakis dice che in futuro ci sarà bisogno di un reddito di base per tutti, anche per chi trascorre la propria giornata a fare surf", dice Gandini, "e naturalmente c'è chi come il compagno della Marzotto, l'uomo d'affari Ferdinando Businaro, rinforza il pregiudizio per cui non si può retribuire chi è improduttivo. Ma forse sono proprio i Neet il germoglio della ricerca di un modello fuori dalla logica dell'etica del lavoro. Francamente non ho soluzioni, ma molte domande, a cui tutti dovremo rispondere collettivamente. Penso però che non possiamo più rimanere ancorati ai due motti che ricordo scritti all'entrata della mia vecchia scuola superiore in Italia: l'ozio è il padre dei vizi e il lavoro nobilita l'uomo. Oggi mi sembrano superati".

Sul Venerdì del 9 giugno 2023