Bruno Gambarotta: "In Rai sono diventati tutti Fratelli d'Italia"
di Alberto RivaInizia tutto con un caffè. Anzi con Adriano Celentano. Insomma, con un caffè e con Celentano. Ottobre 1987, il Molleggiato è protagonista assoluto di Fantastico: nel corso della serata deve fare due telepromozioni, la seconda al caffè Splendid con annesso concorso a premi, ma spiegare il regolamento in diretta gli risulta più complicato del previsto. Perciò, dalla seconda puntata, a sobbarcarsi l'onere della spiegazione al fianco del cantante-monologhista compare un ignoto (al pubblico) funzionario Rai, aria compunta, baffo burocratico, produttore esecutivo e programmista: "Così Splendid ha dato un senso alla mia vita, fino a quel momento noiosa e grigia" racconta Bruno Gambarotta. Il suo volto non lascerà più il piccolo schermo: sarà attore, conduttore e buongustaio (suo è uno dei primi programmi tra i fornelli, Cucina Gambarotta), opinionista, ma anche scrittore, giornalista e formidabile narr…
Inizia tutto con un caffè. Anzi con Adriano Celentano. Insomma, con un caffè e con Celentano. Ottobre 1987, il Molleggiato è protagonista assoluto di Fantastico: nel corso della serata deve fare due telepromozioni, la seconda al caffè Splendid con annesso concorso a premi, ma spiegare il regolamento in diretta gli risulta più complicato del previsto. Perciò, dalla seconda puntata, a sobbarcarsi l'onere della spiegazione al fianco del cantante-monologhista compare un ignoto (al pubblico) funzionario Rai, aria compunta, baffo burocratico, produttore esecutivo e programmista: "Così Splendid ha dato un senso alla mia vita, fino a quel momento noiosa e grigia" racconta Bruno Gambarotta. Il suo volto non lascerà più il piccolo schermo: sarà attore, conduttore e buongustaio (suo è uno dei primi programmi tra i fornelli, Cucina Gambarotta), opinionista, ma anche scrittore, giornalista e formidabile narratore di memorie, sue e di altri.
L'ironia sorniona, la modestia francamente sospetta, celano in realtà un implacabile occhio per il dettaglio, il tic, la sfumatura - non a caso Gambarotta ha in tasca un diploma di "perito fotografo": "Tentai anche la maturità classica ma mi respinsero". In Fuori programma. Le mie memorie della Rai (Manni), l'ottantaseienne da Asti, figlio di un tipografo e di una pettinatrice, mette in scena un Amarcord che esala, proprio come quello felliniano, un sentimento preciso: l'inevitabile comico della vita. "Ero uno" racconta, "capitato per caso in un mondo che avevo sempre visto da fuori. Nell'arco di sei mesi ero passato da fare il cameraman in un centro di produzione della tv per i ragazzi a Torino al cuore delle scelte strategiche, il quinto piano di viale Mazzini a Roma. Ma non ho mai voluto stare sul ponte di comando, affrontavo il lavoro con lo sguardo di uno che deve portare la nave in porto, risolvere i problemi della sala macchine".
Eppure la chiamavano ammiraglio.
"Sì, la vecchia cassiera della libreria di via Ferrari, dove andavamo tutti noi della Rai, vicino al comando della Marina. Ci andava anche Andrea Camilleri sperando di essere chiamato ammiraglio pure lui, ma non accadeva. Era il suo sogno: una volta facevamo uno sceneggiato su un processo a un comandante di sommergibile, con Enzo Tarascio, che aveva la stessa corporatura di Camilleri: allora lui si fece prestare la divisa e si pavoneggiò tutto il pomeriggio tra i corridoi vestito da alto ufficiale".
Ha conosciuto chiunque alla Rai in quegli anni.
"Prima o poi ci passavano tutti, era la più grande industria culturale italiana. Lavoravo con Angelo Guglielmi, che mi portava alle cene dei suoi amici romani. Vittorio Bonicelli, grande sceneggiatore, disordinatissimo: alle riunioni sedevamo un po' arretrati, io passavo i fogli. I grandi capi mi elogiavano per sfotterlo e lui rispondeva: 'Sì, Gambarotta supplisce con la diligenza!'".
Ha lavorato a lungo con Nanni Loy.
"Facevamo Viaggio in seconda classe, con lo specchio segreto. Ho girato tutte le stazioni d'Italia vestito da capotreno. Nanni era un sardo che parlava poco e pativa molto doversi alzare all'alba. Leggeva sempre prima di dormire, e metteva un segnalibro a caso. Una volta a Domodossola aveva preso un dépliant pieghevole; due settimane dopo siamo a Trapani: tra il sonno e la veglia riceve una telefonata dalla sua compagna che gli chiede dov'è, lui non lo sa, e visto che ha in mano quel libro guarda il segnalibro e risponde: siamo a Domodossola. Poi prende due caffè, in stazione vede il cartello Trapani e mi fa: mi spieghi come cazzo abbiamo fatto a venire a Trapani da Domodossola in una notte?".
Ma è vero che lei ha indossato gli occhiali di Simenon?
"Sì, ero giovane, non l'avevo neanche mai letto, andammo a Losanna a intervistarlo. Mi sono seduto alla sua scrivania, mi sono messo i suoi occhiali, ho preso in mano la sua pipa: ho tenuto anche in pugno la sfera d'oro massiccio che lui maneggiava mentre pensava ai suoi personaggi. Era uno che si metteva in scena".
Anche lei ha una certa vocazione al travestimento, mi pare.
"Certo. Quando il passaggio con Celentano mi ha aperto le porte dello spettacolo ho fatto teatro in piemontese per tre anni. Ho fatto il carabiniere, il poliziotto, l'avvocato, oltre che il capotreno. Ho fatto anche il prete, non ricordo in quale film. Sono quelle parti che in gergo si chiamano la 'tinca', un pesce d'acqua dolce che vive acquattato nel fango: sono ruoli di servizio, utili solo allo snodo narrativo. Se mi chiamano li faccio ancora".
Voleva partecipare a Lascia o raddoppia.
"Si, bendato. Mi ero proposto per riconoscere alla cieca le edizioni dei libri. Non mi presero. D'altra parte, io sapevo a memoria il catalogo Einaudi. Con Guido Davico Bonino facevamo le gare: qualche volta vinceva lui, qualche volta io. Ognuno ha le sue perversioni".
Carmelo Bene mangiava a casa sua.
"Voleva le costate di manzo e io andavo a prendergliele in una macelleria carissima: una volta, arrivato a metà, ci spense sopra il sigaro".
Un gesto può riassumere una persona?
"Qualche volta sì, quando il gesto non è controllato e risponde a un rituale. Si potrebbe fare una galleria di gesti. Come le scarpe di Pasolini".
Che scarpe?
"I mocassini in pelle di leopardo che indossava il giorno che andammo a casa sua all'Eur con una comitiva di critici cinematografici, voleva saperne di più sullo strutturalismo. Per puro caso avevo visto quelle scarpe alla mattina in una vetrina di via Condotti: costavano 220 mila lire, il mio stipendio di allora".
Come la storia della bresaola, che mi pare riassuma uno spirito generale...
"Assolutamente. Nel 1977 si insedia un nuovo direttore, Pierantonino Berté, ex-deputato Dc, il quale si presenta al bar della Rai e ordina un panino con la bresaola. Panico: i baristi non sanno neanche cos'è, poi gliela procurano. Da quel momento la bresaola va a ruba! La stessa cosa quando scoprono che Ettore Bernabei alle otto del mattino andava al Cristo Re a pregare: di colpo la chiesa a quell'ora si affolla all'inverosimile. Succede la stessa cosa alla Rai di adesso, improvvisamente son tutti Fratelli d'Italia. È come diceva Flaiano: l'italiano corre in soccorso del vincitore".
Sul Venerdì del 9 giugno 2023