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Russell Crowe: "In realtà sono una rockstar"

Russell Crowe in versione Russ Le Roq nel 1981. Rykenberg Photography/ Auckland Libraries Heritage Collections 
Molto prima di vincere l’Oscar per "Il Gladiatore" si faceva chiamare Russ Le Roq e sognava la fama come cantante. Ora arriva in Italia in tour con il suo gruppo. Intervista
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Ben prima di sussurrare l'epico "scatenate l'inferno" nel Gladiatore, ben prima di Oscar e Golden Globe e di una filmografia scintillante, Russell Crowe si faceva chiamare Russ Le Roq.  Era un cantautore con il ciuffo tenuto a bada dal gel e lo sguardo spavaldo, un punk di Auckland, Nuova Zelanda. Il suo primo singolo aveva un titolo un po' profetico e certamente stravagante per un ragazzo di neanche vent'anni: I Want to Be Like Marlon Brando, voglio essere come Marlon Brando. Purtroppo per lui, ma forse fortunatamente per il cinema, il percorso di Russ Le Roq non fu esplosivo. Però Russell non abbandona la musica, anzi. Dagli anni Ottanta ad oggi non ha mai smesso di formare band, rivelandosi sempre molto fantasioso nella scelta dei nomi: i Roman Antix, che poi si evolvono nei 30 Odd Foot of Grunts (si riferisce all'altezza cumulativa, 9 metri, dei membri della band) per poi diventare The Ordinary Fear of God (La consueta paura di Dio).

Dal …

Ben prima di sussurrare l'epico "scatenate l'inferno" nel Gladiatore, ben prima di Oscar e Golden Globe e di una filmografia scintillante, Russell Crowe si faceva chiamare Russ Le Roq.  Era un cantautore con il ciuffo tenuto a bada dal gel e lo sguardo spavaldo, un punk di Auckland, Nuova Zelanda. Il suo primo singolo aveva un titolo un po' profetico e certamente stravagante per un ragazzo di neanche vent'anni: I Want to Be Like Marlon Brando, voglio essere come Marlon Brando. Purtroppo per lui, ma forse fortunatamente per il cinema, il percorso di Russ Le Roq non fu esplosivo. Però Russell non abbandona la musica, anzi. Dagli anni Ottanta ad oggi non ha mai smesso di formare band, rivelandosi sempre molto fantasioso nella scelta dei nomi: i Roman Antix, che poi si evolvono nei 30 Odd Foot of Grunts (si riferisce all'altezza cumulativa, 9 metri, dei membri della band) per poi diventare The Ordinary Fear of God (La consueta paura di Dio).

Dal 2017 il gruppo si chiama Indoor Garden Party (Garden Party al coperto). Sono cambiate più volte le formazioni, nel corso del tempo. Dell'ultima fa parte anche la cantante irlandese Lorraine O'Reilly, ma in mezzo alla scena, voce e chitarra, c'è sempre Russell che è anche co-autore di gran parte di un repertorio che, però, nei concerti si mischia anche a qualche cover. Gli Indoor Garden Party sono in tour: dopo l'Australia, da dove Crowe rilascia questa intervista via Zoom, faranno qualche data in Europa ma soprattutto verranno in Italia. Debuttano a Catanzaro il 20 giugno, al teatro Politeama, un evento speciale che celebra anche il ventennale del Magna Grecia Film Festival. Seguiranno date a Taranto, Roma (a Cinecittà, gratis) e a Bologna al Comunale Nouveau. L'intero incasso di quest'ultima serata sarà donato ai comuni dell'Emilia Romagna colpiti dall'alluvione.

La sua carriera come musicista e autore è quasi più lunga di quella come attore. Come si sono formati i suoi gusti musicali?
"Uh, che domandona. Se devo dire chi mi influenza e mi piace è quasi impossibile. Sono un eclettico, sempre stato".

Ma da teenager, negli anni fondamentali, che cosa ascoltava?
"Mi piaceva Jim Croce e amavo in generale i cantautori perché rappresentavano quello che sognavo di diventare. Ma la vera svolta per me è l'avvento del punk. Ero parecchio arrogante e avevo preso posizione contro il progressive rock che ascoltavano i miei amici. Classica mentalità ribelle, voglia di andare controcorrente. Inoltre, a quei tempi già suonavo la chitarra ma il punk rendeva il tutto molto più semplice. Per riprodurre un pezzo bastava conoscere tre accordi, quattro al massimo".

Il punk andava forte in Nuova Zelanda, dove lei viveva?
"Fortissimo. C'era una scena notturna fatta di locali underground, band, situazioni incredibili. Io andavo ovunque, anche se per entrare in questi posti, e quindi per bere, bisognava avere 21 anni. Io ne avevo 17. Non mi hanno mai chiesto i documenti".

Come faceva?
"Ci andavo con la divisa scolastica di mio fratello, un blazer con le insegne di una scuola di un'altra città. Al locale pensavano fossi un tipo spiritoso, ironico. Un vero studente non si sarebbe mai presentato in divisa, doveva essere un look provocatorio per forza".

E lei a scuola ci andava?
"Appena finite le superiori, ho iniziato a lavorare nei locali come dj e fondato la prima band. Suonavo, cantavo, in posti che si chiamavano The Crypt o Kid Creoles. In uno di questi locali passava solo musica anni 50, è stato il mio dottorato in blues".

Questa, in un certo senso, era già la sua seconda vita. In Australia, dove avete vissuto per alcuni anni, lei aveva debuttato attore bambino perché la sua famiglia lavorava nel cinema e nella televisione. Non avrebbe voluto fare l'attore?
"Recitare per me non era già più un incantesimo, a sei anni sapevo già che quando su un set si apre una porta, dietro non c'è niente, di solito un muro. A 21 anni nella musica avevo già fatto un sacco di cose, compresi i primi dischi".

Il famoso I Want To Be Like Marlon Brando.
"Un disco francamente orribile (ride, ndr). Quello che ha cominciato a farmi pensare che potevo tornare a recitare sono stati i musical. Mi hanno preso per Grease, interpretavo Roger, quello che si diverte a tirarsi giù i pantaloni e far vedere le chiappe a tutti. Un grande ruolo, da subito (ride, ndr). Però lì è iniziato un cambiamento dentro di me. A fine 1986 sono andato in tournée con una produzione di Rocky Horror Show, facevo Eddie e il dottor Scott. Nella versione teatrale, di solito chi fa Eddie, quello che esce dal frigo, torna in scena un po' dopo sulla sedia a rotelle del dottor Scott. Già questa idea di poter fare nella stessa sera due ruoli mi esaltava. Facemmo più di 400 repliche in Australia".

Lì ha messo la recitazione al primo posto.
"Però non guadagnavo ancora abbastanza, anzi. Per un bel po' ho fatto provini ma mi sono mantenuto suonando per strada, come busker. Oggi è il contrario, in un certo senso. Dal punto di vista degli affari, la musica è molto difficile, quindi continua ad avere un posto importante nella mia vita ma è un piacere, non una responsabilità".

Pensa mai come sarebbe stata la sua vita se avesse scelto di dedicarsi solo alla musica?
"Un mio ex amico ai tempi mi disse: "Hai la possibilità di diventare davvero un buon attore oppure puoi finire a fare l'imitatore di Elvis nei locali della Gold Coast". Questa cattiveria è in parte la ragione per cui io e lui non siamo più amici, però, al tempo stesso, mi conficcò una vocina nella testa in una certa direzione".

Lei viene spesso in Italia: è mai stato a Catanzaro, da dove inizia il tour?
"A Catanzaro mai, ma sono stato a Tropea, una vita fa. Credo fosse il 1992, non mi conosceva nessuno, ero stato messo sotto contratto per un film. La protagonista era Jennifer Beals. Il titolo? Non me lo ricordo, c'era la parola sangue da qualche parte. La produzione va a gambe all'aria dopo pochi giorni di lavorazione. Io e Jennifer abbiamo preso una macchina e siamo andati verso Roma. Ricordo il nostro arrivo in piazza Navona, che meraviglia. La seconda volta a Roma è stata cinque anni dopo: venni per la promozione di L.A. Confidential. Ai tempi del Gladiatore ormai conoscevo benissimo la città. A Roma mi trattano come se fossi uno zio, nel senso buono. Mi offrono da bere, da sedermi, mi vogliono bene".

Con la band, una volta, lei è anche andato al Festival di Sanremo.
"Come no! Indimenticabile. Non ho mai visto un tale livello di disorganizzazione. Ci avevano messi a dormire a Monaco. Siamo stati bloccati su un pulmino diverse ore prima di arrivare. Dopo il cartello "benvenuti a Sanremo", abbiamo continuato a girare in tondo, l'autista non sapeva cosa dirci, noi non capivamo che cosa stesse succedendo e ci domandavamo: "Oh, ma quanto è grande questa Sanremo?"".

Prima di salutarci, vorrei parlare del fatto che l'anno prossimo compirà sessant'anni.
"Come le viene in mente di parlare di questo? Perché, perché? (in italiano, fingendosi disperato, ndr)".