Hollywood Sign, il centenario della scritta di Los Angeles
di Lucia MagiLOS ANGELES. "Roma ha il Colosseo, New York la Statua della Libertà, Parigi la Torre Eiffel. Los Angeles ha queste nove lettere bianche appollaiate su una collina, nate come un cartellone pubblicitario, dovevano durare un anno e mezzo e invece nel 2023 compiono un secolo da icona universale". Jeff Zarrinnam indica la cima del Monte Lee, la scritta Hollywood immersa in un tipico tramonto rosa. È il presidente dell'Hollywood Sign Trust, la fondazione che si occupa di mantenere in salute il simbolo più riconoscibile della città degli Angeli. "Siamo i guardiani della scritta, i guardiani di un mito", scherza.
Un mito che è nato per caso, per celebrare l'altro grande motore dell'economia (e della diseguaglianza) locale oltre il cinema: il real estate. Circondato da una rete lunga chilometri, è un monumento insolito: imponente, ma praticamente inaccessibile, tutta facciata. Perfetto compendio della città in cu…
LOS ANGELES. "Roma ha il Colosseo, New York la Statua della Libertà, Parigi la Torre Eiffel. Los Angeles ha queste nove lettere bianche appollaiate su una collina, nate come un cartellone pubblicitario, dovevano durare un anno e mezzo e invece nel 2023 compiono un secolo da icona universale". Jeff Zarrinnam indica la cima del Monte Lee, la scritta Hollywood immersa in un tipico tramonto rosa. È il presidente dell'Hollywood Sign Trust, la fondazione che si occupa di mantenere in salute il simbolo più riconoscibile della città degli Angeli. "Siamo i guardiani della scritta, i guardiani di un mito", scherza.
Un mito che è nato per caso, per celebrare l'altro grande motore dell'economia (e della diseguaglianza) locale oltre il cinema: il real estate. Circondato da una rete lunga chilometri, è un monumento insolito: imponente, ma praticamente inaccessibile, tutta facciata. Perfetto compendio della città in cui "Depth Takes a Holiday", la profondità si è presa una vacanza, per prendere in prestito il titolo di una spassosa raccolta di saggi di Sandra Tsing Loh. Cinquecento metri sotto, la metropoli si estende fino al Pacifico, con la sua distesa sfuggente e ammaliante di ville con piscina, baracche di lamiera, parcheggi, tanti parcheggi, autostrade, una sottospecie di fiume (con ponti sensazionali, però), palme e giacarande in fiore, centinaia di lingue, decine di religioni, milioni di storie.
C'era una volta
La nascita della scritta è un esempio in tutta regola di quella che da queste parti chiamano serendipity. Un colpo di fortuna in un anno cruciale nella storia della città, che involontariamente ha creato quella che sarebbe diventata l'insegna più fotografata e replicata nei souvenir di tutto il mondo. "Il 1923 è stato un "Big Bang" qui", spiega Patt Morrison del Los Angeles Times. "Se altrove gli anni 20 furono ruggenti, a Los Angeles hanno ululato. L'industria cinematografica si era definitivamente installata qui, attratta dal clima che rendeva possibili le riprese tutto l'anno, gli abitanti crescevano senza sosta soffiando sulle vele di un mercato immobiliare che aveva spazi infiniti su cui espandersi, un mare di petrolio borbottava sotto terra e il mondo di sopra ne chiedeva sempre di più. Il 1923 fu l'anno in cui la città batté il record di nastri rossi tagliati", nota Morrison. In questa elettrizzante rincorsa al futuro, cinque pezzi grossi della città progettano un complesso residenziale esclusivo e appartato dal clamore e dalla folla.
Lo ricorda Leo Braudy nel suo The Hollywood Sign: Fantasy and Reality of an American Icon. "Nella pubblicità si vedeva una giovane coppia bianca che guidava una bella decappottabile fuori da una nuvola di confusione e smog, verso un assolato promontorio". Quella specie di Terra Promessa, un Olimpo prosaico e venale, si chiamava Hollywoodland
Per solleticare l'entusiasmo e i portafogli dei nuovi ricchi serviva una campagna pubblicitaria che non passasse inosservata. John D. Roche, un giovane 26enne, riceve l'incarico di disegnare un opuscolo per il lancio dell'operazione. Schizza un placido pendio baciato dal sole, con poche stradine ondulate, alberi e fiori e poi, sul fianco della collina, butta giù a matita il nome dell'insediamento, a lettere maiuscole e pulite.
Quando Roche porta lo schizzo a uno degli imprenditori, l'onnipotente proprietario del Los Angeles Times, Harry Chandler, questi capisce che proprio in quell'insegna sta la chiave del successo dell'operazione immobiliare: la vuole grande e splendente, in modo che gli automobilisti possano ammirarla dal Wilshire Boulevard a due miglia di distanza. Il ragazzo si mette al lavoro. Progetta 13 lettere bianche alte 14 metri da erigere su dei pali del telefono a circa 4 metri di altezza. La scritta viene alzata da un centinaio di lavoratori messicani, che salgono e scendono con i muli e scavano buche nel terreno roccioso. Costo complessivo: 21.000 dollari. Si accende per la prima volta l'8 dicembre del 1923. "Si illuminava in sequenza: prima "HOLLY", poi "WOOD", poi "LAND" e infine, dopo una pausa, tutta intera "HOLLYWOODLAND"", dice Zarrinnam.
Una fantasmagoria così stravagante e dispendiosa che un tale, Albert Kothe, viene assunto solo per cambiare le lampadine che si bruciano costantemente. La mitologia del posto vuole che vivesse in una baracca dietro la prima L. Nelle nuove ville vanno a vivere attori come Humphrey Bogart e Bela Lugosi o il mafioso Bugsy Siegel.
Angeli caduti
Nove anni dopo, un'attrice senza ingaggi apre la prima crepa nella pace scintillante di Hollywoodland. Si chiama Millicent Lillian Entwistle, ma si fa chiamare Peg. Ha 24 anni e un solido curriculum teatrale (ha recitato con il giovane Bogart). A Los Angeles arriva dopo un doloroso divorzio, con la speranza di replicare sul grande schermo il successo sul palcoscenico. Ma i provini vanno a vuoto, alcune scene girate vengono tagliate. Peg non riesce a pagarsi l'affitto e va a vivere dagli zii proprio a Beachwood Drive, sotto la scritta. La sera del 16 settembre 1932 esce di casa con una scusa, arriva in cima alla collina, prende la scala di Kothe, sale sulla H e si lascia cadere. La leggenda vuole che il giorno dopo la sua morte, lo zio trovò nella buchetta della posta una lettera che le offriva un ruolo in un film su una donna che si suicida.
"È difficile separare la verità dal mito. È saltata o è caduta? Qual era la sua motivazione?", si chiede Zarrinnam. "La scritta rappresentava ancora un sogno immobiliare, non la promessa di sfondare nel cinema". Un'inesattezza storica molto suggestiva. Perché la "ragazza dell'Hollywood sign" da allora è l'angelo caduto che ammonisce tutti i nuovi arrivati nella città dei sogni. Si dice che nella brezza della sera, lassù, si senta ancora il suo profumo preferito, la gardenia. Nel 1939, sette anni dopo la sua morte, la scritta è ormai un rottame. L'agenzia immobiliare ha chiuso e la manutenzione è stata sospesa. Un temporale fa cadere la H. Nell'aprile 1949, la Camera di commercio di Hollywood si fa avanti come custode, ma a un patto: che si eliminino le ultime 4 lettere."Il sogno immobiliare è esaurito. Comincia ufficialmente quello dell'industria dello spettacolo più famosa, ricca e prolifica al mondo", riassume Zarrinnam. "Quei nove ragazzi lassù - li chiama proprio così, come fossero vecchi compagni di scuola - cominciano a parlare al mondo: "Qui c'è un posto in cui i sogni si realizzano, qui c'è una vita migliore", dicono".
Un canto delle sirene che ha attratto anche i genitori di questo 59enne americano di seconda generazione. "Mia madre è tedesca e mio padre iraniano. Hanno vissuto la loro infanzia nel mito dell'America, una terra di libertà e possibilità. Finché, ormai giovani adulti, sono riusciti a salire su una nave e ad arrivare qui".
Negli anni 70 la scritta è di nuovo in abbandono. Nel 1978 parte una campagna per salvarla. Servono 250 mila dollari per costruire lettere più robuste e durature. Una crociata che ha per paladino Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, che organizza mirabolanti conferenze stampa - e festini - per sponsorizzare l'impresa. Arrivano altri otto cavalieri, uno per ogni lettera, tra cui il cantante Alice Cooper e la Warner Bros. "C'è anche un donatore italiano: si chiama Giovanni Mazza, produttore e regista. Tra i nomi più altisonanti è passato quasi inosservato, ma voglio cogliere l'occasione per ringraziarlo di tutto cuore", dice Zarrinnam: "È anche grazie a lui che quei nove ragazzi continuano a parlare al mondo".