L'atroce fine del "povero mostro"
di Carlo LucarelliC'è un colpo di scena alla fine della storia che abbiamo raccontato qui due settimane fa. Me l'hanno ricordato due lettori, Sandra e Ugo, che ringrazio vivamente.
Era la vicenda di Alessandro, un ragazzo di 15 anni, che nel 1949, a Borgo Panigale, in provincia di Bologna, aveva rapito un bambino prelevandolo dall'asilo con l'intento di chiedere un riscatto, ma le cose erano andate male e il bambino era morto. Scoperto subito, Alessandro era finito su tutti i giornali sotto l'etichetta di "mostro", era stato condannato a 29 anni di carcere e dimenticato, e anche la nostra storia finiva lì.
[[ge:rep-locali:repubblica:403539696]]Era tornato in un articolo sulla Domenica del Corriere nel 1952, quando aveva scritto a Padre Pio proponendo di donare i suoi occhi per un bambino cieco, ma anche allora la stampa aveva sollevato molti dubbi sulla sincerità dell'offerta del "mostro".
Scontata la pena, Alessandro era tornato a Borgo Panigale, dove aveva vissuto come uno spettro. Alcolizzato, si ag…
C'è un colpo di scena alla fine della storia che abbiamo raccontato qui due settimane fa. Me l'hanno ricordato due lettori, Sandra e Ugo, che ringrazio vivamente.
Era la vicenda di Alessandro, un ragazzo di 15 anni, che nel 1949, a Borgo Panigale, in provincia di Bologna, aveva rapito un bambino prelevandolo dall'asilo con l'intento di chiedere un riscatto, ma le cose erano andate male e il bambino era morto. Scoperto subito, Alessandro era finito su tutti i giornali sotto l'etichetta di "mostro", era stato condannato a 29 anni di carcere e dimenticato, e anche la nostra storia finiva lì.
[[ge:rep-locali:repubblica:403539696]]Era tornato in un articolo sulla Domenica del Corriere nel 1952, quando aveva scritto a Padre Pio proponendo di donare i suoi occhi per un bambino cieco, ma anche allora la stampa aveva sollevato molti dubbi sulla sincerità dell'offerta del "mostro".
Scontata la pena, Alessandro era tornato a Borgo Panigale, dove aveva vissuto come uno spettro. Alcolizzato, si aggirava barcollando per le vie del paese, ubriaco perso, finché non finiva per crollare a terra, e a un certo punto le suore che gestivano la Casa della Carità lo avevano accolto nella struttura, dove era rimasto per tanti anni.
Poi, nell'agosto del 2004, gli ospiti della casa protetta erano andati in vacanza sull'Appennino modenese, ma Alessandro no. Solitario e taciturno, un uomo di 70 anni con una grande barba bianca, precocemente invecchiato ma tranquillo e autosufficiente, era rimasto lì da solo.
Una mattina la cuoca arriva verso le 7 e si accorge che Alessandro non c'è. Sarà da qualche parte, pensa, si mette a lavorare per casa, come al solito, poi va in cucina, apre la cella frigorifera e lo trova riverso sul pavimento, semiassiderato. Lo portano di corsa all'ospedale ma non c'è niente da fare e dopo poco muore.
Un incidente. Alessandro aveva fame, è entrato nella cella per prendere delle pesche, si è sentito male, ha cercato disperatamente di uscire, come dimostrano i segni delle mani sulla porta, ma è rimasto chiuso dentro. Poche righe in cronaca per un evento sfortunato occorso ad un pover'uomo.
Del "mostro" che aveva ucciso il piccolo Tato non si ricordava più nessuno. E infatti la mettiamo sempre tra virgolette, quella parola, per dire che non dovremmo usarla, perché per quanto possano non piacerci, i "mostri" non sono mai tali, ma solo persone. E qualunque cosa abbia fatto Alessandro tanti anni prima, una cosa brutta, bruttissima, a pensarlo da solo a morire di freddo grattando con le unghie una porta chiusa, comunque fa un po' male.
Sul Venerdì del 23 giugno 2023