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La copertina dell’album di Chabuca Granda Voz y vena de Chabuca Granda (1965) 

 

Chabuca Granda, la cantante dal filo di perle

SENTI QUESTA La canzone della settimana sono due: “Fina estampa” e "La flor de la canela”
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Queste due sono amori al primo ascolto. Non avrei mai scoperto la cantautrice peruviana Chabuca Granda (1920-1983) senza la mediazione di Caetano Veloso (la sua versione di Fina estampa ha del soprannaturale), della spagnola María Dolores Pradera (nessun altro è riuscito a cantare La flor de la canela con quella grazia) e di David Byrne (che ha curato un cd di musica afro-peruviana con due capolavori di Chabuca: Lando e Una larga noche).

Negli anni 50, quando il valzer creolo impazzava in America Latina, e non solo (La foule di Edith Piaf viene da lì, il titolo originale era Que nadie sepa mi sufrir), Chabuca ne dedicò uno – Fina estampa (1956) – al suo elegantissimo papà, ingegnere minerario. Era già una famosa compositrice, nel 1950 aveva scritto La flor de la canela (portata al successo dai Los Chamas), ispirata a Victoria Angulo, una lavandaia afro-peruviana di Lima – Chabuca per molti anni non avrebbe interpretato le sue canzoni, convinta che la voce, a causa di un problema…

Queste due sono amori al primo ascolto. Non avrei mai scoperto la cantautrice peruviana Chabuca Granda (1920-1983) senza la mediazione di Caetano Veloso (la sua versione di Fina estampa ha del soprannaturale), della spagnola María Dolores Pradera (nessun altro è riuscito a cantare La flor de la canela con quella grazia) e di David Byrne (che ha curato un cd di musica afro-peruviana con due capolavori di Chabuca: Lando e Una larga noche).

Negli anni 50, quando il valzer creolo impazzava in America Latina, e non solo (La foule di Edith Piaf viene da lì, il titolo originale era Que nadie sepa mi sufrir), Chabuca ne dedicò uno – Fina estampa (1956) – al suo elegantissimo papà, ingegnere minerario. Era già una famosa compositrice, nel 1950 aveva scritto La flor de la canela (portata al successo dai Los Chamas), ispirata a Victoria Angulo, una lavandaia afro-peruviana di Lima – Chabuca per molti anni non avrebbe interpretato le sue canzoni, convinta che la voce, a causa di un problema alla laringe, non fosse all’altezza.

Elegante, raffinata, colta, stregata dalla cultura popolare, lavorò incessantemente per esaltarne e nobilitarne la forma. L’odissea della sua voce assomiglia a quella di Joni Mitchell, dal soprano purissimo al timbro roco da fumatrice (quello delle ultime incisioni, che personalmente preferisco).

È sorprendente ascoltare Fina estampa e La flor de la canela reincise attraverso due decenni, con inflessioni più folk, più jazz o più afro. Non smise mai di essere la cantante del popolo, per tutti era “la signora dal filo di perle”: quando ebbe il primo infarto, nel 1980, si stava esibendo davanti a 15.000 persone a Bogotà. Tre anni dopo, per l’ultimo saluto, arrivò a Lima un fiume di gente. Come ai funerali di Oum Kalthoum al Cairo e Amália Rodrigues a Lisbona.

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