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Minigonna a Piccadilly Circus: è la Londra anni sessanta (Gamma-Keystone via Getty Images)

 

È sempre London ma non è più nostra

In principio fu la Swinging, poi la Calling, mete obbligate per i ragazzi dell’Europa prima di decidere che cosa fare da grandi. E oggi che per venirci bisogna avere il visto?
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Londra. Negli anni di Cool Britannia, cioè della Gran Bretagna trendy e vincente del primo governo di Tony Blair, fra il 1997 e il 2001, una canzone in realtà di due decenni prima riassumeva l’attrattiva del modello anglosassone: London Calling. «Londra chiama le città lontane», recitava la prima strofa, esprimendo, al di là del significato originale del brano dei Clash, il fascino che la capitale britannica era tornata a esercitare sul resto dell’Europa dopo un periodo di declino. Beninteso, la metropoli sulle rive del Tamigi aveva richiamato attenzione anche prima, per esempio negli anni Sessanta dei Beatles e della minigonna, l’epoca della Swinging London. E da sempre è stata un faro per il continente: «Chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire», secondo il noto aforisma coniato da Samuel Johnson nel lontano 1777. «Per questo» affermava il padre del primo dizionario inglese «non troverete nessun uomo, men che meno un inte…

Londra. Negli anni di Cool Britannia, cioè della Gran Bretagna trendy e vincente del primo governo di Tony Blair, fra il 1997 e il 2001, una canzone in realtà di due decenni prima riassumeva l’attrattiva del modello anglosassone: London Calling. «Londra chiama le città lontane», recitava la prima strofa, esprimendo, al di là del significato originale del brano dei Clash, il fascino che la capitale britannica era tornata a esercitare sul resto dell’Europa dopo un periodo di declino. Beninteso, la metropoli sulle rive del Tamigi aveva richiamato attenzione anche prima, per esempio negli anni Sessanta dei Beatles e della minigonna, l’epoca della Swinging London. E da sempre è stata un faro per il continente: «Chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire», secondo il noto aforisma coniato da Samuel Johnson nel lontano 1777. «Per questo» affermava il padre del primo dizionario inglese «non troverete nessun uomo, men che meno un intellettuale, disposto ad andarsene da Londra».

Dopo il diluvio

È ancora così? Sette anni dopo la Brexit, Londra esercita ancora un richiamo sulle città e sui popoli dall’altra parte della Manica? Oppure la traumatica uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha cambiato l’atmosfera anche all’ombra del Big Ben? Intellettuale o meno, qualcuno disposto ad andarsene c’è stato. Nel 2021 la popolazione della capitale è calata di 300 mila persone, per la prima volta dal 1988, anche se nel 2022 ha ripreso a crescere, seppure a ritmo meno sostenuto di prima: attualmente Londra sfiora i nove milioni di abitanti, che diventano quasi dodici contando l’intera area metropolitana. Sono comunque tanti, che ne fanno la città più popolosa, oltre che più estesa come superficie (è grande più di Parigi, Roma e Vienna messe insieme), di tutta l’Europa geografica (non calcolando Mosca). Fra questi milioni di londinesi ci sono circa 350 mila italiani, rimasti a vivere qui (sottoscritto compreso) dopo la Brexit grazie al settled status, il permesso di residenza a tempo indeterminato concesso ai cittadini europei che risiedevano in Gran Bretagna prima del referendum sulla Ue del 2016, nell’ambito degli accordi di “divorzio” raggiunti con Bruxelles.

Ma se siamo rimasti noi che c’eravamo già, ora non possono più venire a Londra gli italiani – e i cittadini degli altri 26 paesi membri della Ue – che ci venivano per un anno, due, tre, poi si vedrà, in cerca di un lavoro, di un’esperienza, per imparare la lingua o un mestiere: a meno di avere, prima di partire, un contratto da almeno 25.600 sterline l’anno (più di 29 mila euro). In breve, non si può più fare la valigia e venire a Londra per restarci quanto si vuole: al massimo tre mesi, con visto turistico, che dal 2024 bisognerà ottenere online pagando una decina di euro – come per andare in America. Per questo adesso i caffè, le pizzerie e i ristoranti italiani di Londra, che ci tengono ad avere personale italiano, sono in difficoltà a reperirlo.

Hello, goodbye

Ma non è soltanto questione di camerieri o commessi. La Brexit ha danneggiato Londra da molti punti di vista. La City non è più il solitario primo centro finanziario globale del pianeta (l’ha raggiunta, alla pari, Wall Street). Meno società straniere la scelgono come sede europea. Di conseguenza il prezzo delle case, a lungo una miniera d’oro per il settore dell’indotto che va dalle agenzie immobiliari alle imprese edili, è sceso del 10 per cento.

La fine del programma Erasmus e il costo triplicato per iscriversi a un’università inglese (dalle 9 alle 27 mila sterline l’anno, senza più prestiti agevolati) spinge i giovani italiani ed europei verso altre mete. Poiché le carte di identità non sono più valide per entrare in Inghilterra, è tramontata pure la classica gita scolastica a Londra.

Lo scandalo degli abusi di Scotland Yard e l’aumento della criminalità ha offuscato il mito della leggendaria polizia londinese. Anche la stella di Sadiq Khan, il sindaco laburista, musulmano, figlio di un autista di bus pachistano, si è un po’ appannata (ma lui intende ricandidarsi per la terza volta nel 2024), sebbene gli venga riconosciuto di avere reso più pulita l’aria della capitale: «Nonostante i problemi causati dalla Brexit» dice «io vedo il bicchiere di Londra mezzo pieno, non mezzo vuoto». Come non bastasse, tuttavia, alla Brexit si è aggiunto il Covid, contribuendo a dimezzare il numero annuale di visitatori, da 22 a 11 milioni.

«Londra si è sgonfiata?» domanda in conclusione il Financial Times, senza fornire una risposta precisa. Sarebbe sbagliato, rovesciando la canzone dei Clash, affermare che la città più globalizzata e multietnica d’Europa ha esaurito il suo richiamo. Metà della popolazione di Londra è nata all’estero. Una larga maggioranza dei suoi abitanti sono filoeuropei: il 70 per cento dei londinesi votò contro la Brexit nel referendum, fra le percentuali più alte della Gran Bretagna. Arte, musica, teatro, cinema, continuano a rappresentare il meglio di quello che si produce in tutto il continente. E per quello che può significare una testimonianza personale, nei viaggi che, tramontata la pandemia, ho ripreso a fare ogni mese tra Italia e Londra, gli aerei sono sempre pieni, in buona parte di italiani.

La capitale britannica, insomma, continua ad avere “tutto ciò che la vita può offrire”: rimane una destinazione dinamica, alla moda, fonte di innovazione e tendenze. Del resto, nessun’altra città europea ne ha preso il posto nell’immaginario collettivo: attraggono Parigi, Berlino, Amsterdam, Milano, ma dal 2016 a oggi non sono diventate la “nuova Londra”. La differenza fondamentale è che, dopo la Brexit, non possiamo più sentire Londra come “nostra”. Era la capitale morale dell’Unione Europea, l’equivalente di New York per gli Stati Uniti. Adesso, come New York, è uno splendido posto dove andare in vacanza o per lavoro. A patto di avere un visto che autorizzi ad andarci.

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