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Robert Rodriguez: il mistero è il mio mestiere

Ben Affleck e Alice Braga nel film Hypnotic

 
«Mi sono ispirato a Hitchcock, ma io preferisco la dimensione fantastica», spiega il regista. Che ci ha messo venti anni per portare a termine Hypnotic
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Quando nel 2002 è uscito di nuovo al cinema Vertigo (La donna che visse due volte, ndr), mi sono reso conto di quanto amassi Alfred Hitchcock e quei suoi titoli di una sola parola così evocativi: Frenzy, Spellbound (Io ti salverò, ndr), Psycho, Marnie, Notorious e così via. E quasi per gioco mi sono detto: quale potrebbe essere il titolo di un nuovo film di Hitchcock? All’improvviso tra i tanti tentativi è uscito Hypnotic. Aveva qualcosa di affascinante e mi sono chiesto che cosa avrebbe potuto raccontare».

Robert Rodriguez, 55 anni, regista di successi come Dal tramonto all’alba, Sin City e Alita - Angelo della battaglia, spiega come, quasi per gioco, quasi 20 anni fa, è nata la sceneggiatura di Hypnotic, la sua nuova pellicola presentata al festival di Cannes e in uscita al cinema dal 5 luglio. «Ho pensato alla storia di un tizio inafferrabile, in grado di sottrarti tutto semplicemente con uno sguardo. Qualcuno con poteri che superano la semplice ipnosi. Ho scritto un trattamento, m…

Quando nel 2002 è uscito di nuovo al cinema Vertigo (La donna che visse due volte, ndr), mi sono reso conto di quanto amassi Alfred Hitchcock e quei suoi titoli di una sola parola così evocativi: Frenzy, Spellbound (Io ti salverò, ndr), Psycho, Marnie, Notorious e così via. E quasi per gioco mi sono detto: quale potrebbe essere il titolo di un nuovo film di Hitchcock? All’improvviso tra i tanti tentativi è uscito Hypnotic. Aveva qualcosa di affascinante e mi sono chiesto che cosa avrebbe potuto raccontare».

Robert Rodriguez, 55 anni, regista di successi come Dal tramonto all’alba, Sin City e Alita - Angelo della battaglia, spiega come, quasi per gioco, quasi 20 anni fa, è nata la sceneggiatura di Hypnotic, la sua nuova pellicola presentata al festival di Cannes e in uscita al cinema dal 5 luglio. «Ho pensato alla storia di un tizio inafferrabile, in grado di sottrarti tutto semplicemente con uno sguardo. Qualcuno con poteri che superano la semplice ipnosi. Ho scritto un trattamento, ma poi a causa di altri progetti è rimasto nel cassetto per moltissimo tempo».

Protagonista di Hypnotic è Danny Rourke (Ben Affleck), un poliziotto ossessionato dal rapimento della figlioletta. Ritornato in servizio, mentre si occupa di una rapina, si imbatte in un criminale (William Fichtner) in grado di far compiere alle persone qualunque azione usando solo poche parole e un’occhiata. Rourke scoprirà che è legato alla sparizione della bambina, anche grazie all’aiuto di una presunta medium (Alice Braga) che sa molto più di quanto non dica.

Che cosa le piace di Hitchcock?

«La suspense e i colpi di scena, ma anche il modo di narrare per immagini, quel mettere in scena trucchi visivi utilizzando soprattutto l’ottica della macchina da presa, come l’effetto delle vertigini in Vertigo, o il montaggio, come per le pugnalate di Psycho. Con un effetto davvero ipnotico. È qualcosa che ho sempre cercato di copiare, anche se il mio è un cinema molto distante dal suo».

Perché?

«Hitchcock è il maestro riconosciuto del brivido, le sue sono sceneggiature a orologeria, soprattutto quando si tratta di spiegare i passaggi logici della trama. El Mariachi, con cui ho debuttato, era un po’ hitchcockiano, perché come Intrigo internazionale parlava di un uomo erroneamente coinvolto in qualcosa più grande di lui. Però a me della logica non è mai importato granché, mi interessa di più la dimensione fantastica, perché ho cominciato come fumettista. Quando in Planet Terror ho creato un personaggio con una mitragliatrice al posto della gamba non mi interessava sapere che poteva sparare non più di un certo numero di proiettili prima di ricaricare. Per me poteva sparare e basta. Così come in Spy Kids non devo spiegare perché dei ragazzini sono i migliori agenti segreti del mondo».

Le piacciono i thriller?

«Li amo ma hanno un limite: difficilmente, una volta che conosci come vanno a finire, li guardi più volte. Come accade invece con i miei film che il pubblico vede e rivede».

Quindi come si è trovato a girare questo?

«Ho cercato di essere più rigoroso nella scrittura, perché gli spettatori si aspettano il rispetto di certe regole narrative. Ho fatto leggere la sceneggiatura ad alcuni detective, per capire se il personaggio di Danny potesse comportarsi o meno in un certo modo. Ma siccome la storia ha a che fare con la percezione della realtà, mi sono potuto prendere diverse licenze creative».

Ho letto che a causa del Covid ha dovuto ripensare totalmente il film.

«Dovevamo girarlo in location in 55 giorni, ma per la pandemia rischiava di saltare tutto. Così ho proposto ai produttori di spostare le riprese nei miei teatri di posa a Austin in Texas. Ho riscritto la sceneggiatura e lo abbiamo girato in 34 giorni, arrangiandoci come potevamo: nella scena del confine messicano abbiamo usato la facciata del mio ufficio, con cartelli del posto di polizia. E riutilizzato le scenografie di C’era una volta in Messico».

Come ha reagito Affleck?

«Benissimo, perché è un regista come me, abituato al cinema indipendente, quello in cui se hai pochi mezzi diventi molto creativo. È questa libertà che negli anni ha attratto grandi nomi nei miei film».

In che senso?

«Avere gli studios mi permette di risparmiare e sottrarmi al controllo degli executive che, giustamente, quando investono sul tuo film vogliono recuperare i propri soldi. Quando ho lavorato per loro, ho avuto piena libertà creativa. Ma mi è anche capitato di proporre un attore per un ruolo e sentirmi dire di no, perché chi decideva non aveva mai visto quella star interpretare quel tipo di personaggio. Ma è proprio questo il bello per me, sovvertire le regole: anche gli attori così si divertono di più. De Niro è venuto da me, consigliato da George Clooney, felice di girare Machete. L’ho fatto lavorare per soli quattro giorni e appare in tutto il film. Gli ho detto: non dovrai neanche lasciare il tuo hotel, perché trasformerò una stanza in un ospedale. Quando sovverti le aspettative c’è un vantaggio: interpretando ruoli inusuali, si conquistano fette di pubblico nuovo, come accaduto a Danny Trejo che dopo Machete è diventato un idolo dei ragazzini con Spy Kids».

Ha lavorato con attori notissimi, cosa ha imparato di loro?

«Sono tutti diversi, ma hanno una cosa in comune: crederesti che se la cavino da soli, soprattutto le grandi star, ma vogliono essere diretti. Penso che sia perché non vogliono ripetersi e cercano nel regista uno sguardo, un’intenzione, un ruolo diverso. Ecco perché ogni tanto qualcuno viene qui. Perché sanno che con me possono rischiare».

Sul Venerdì del 23 giugno 2023

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