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Antonio Scurati: l’eredità di “M”, Meloni e il populismo

Antonio Scurati, 53 anni. (Fabrizio Villa - Getty Images)

 
Intervista all’autore della saga su Mussolini in attesa del quarto libro e della serie tv: “In tanti hanno imparato da lui. Ma interroghiamoci anche sull’antifascismo”
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Milano. «Poggi dove vuole, senza formalità. Questa è una tana». Lo studio milanese dove Antonio Scurati scrive i suoi romanzi è un luogo sobrio fino all’essenziale. Tanti libri, tavolo di lavoro, divano e un vogatore. Tutto qui. Sugli scaffali le tantissime traduzioni dei tre libri di M., sopra la scrivania la mappa di chissà quale capitolo del quarto volume in lavorazione. La storia di Benito Mussolini non è finita, bisogna attraversare la tragedia della guerra e arrivare a Piazzale Loreto, circa un chilometro da dove siamo adesso. Ma anche nel Paese la Storia continua, purtroppo. Irrisolta o rimossa da chi oggi il Paese lo governa, oppure usata come bandiera identitaria da una sinistra che non si domanda cosa può essere, oggi, l’antifascismo. Fatto sta che dall’uscita di M. Il figlio del Secolo, appena ripubblicato da Bompiani in edizione tascabile, sono passati cinque anni, e in mezzo non ci sono state solo centinaia di migliaia di copie vendute, un successo mondiale, un premio Str…

Milano. «Poggi dove vuole, senza formalità. Questa è una tana». Lo studio milanese dove Antonio Scurati scrive i suoi romanzi è un luogo sobrio fino all’essenziale. Tanti libri, tavolo di lavoro, divano e un vogatore. Tutto qui. Sugli scaffali le tantissime traduzioni dei tre libri di M., sopra la scrivania la mappa di chissà quale capitolo del quarto volume in lavorazione. La storia di Benito Mussolini non è finita, bisogna attraversare la tragedia della guerra e arrivare a Piazzale Loreto, circa un chilometro da dove siamo adesso. Ma anche nel Paese la Storia continua, purtroppo. Irrisolta o rimossa da chi oggi il Paese lo governa, oppure usata come bandiera identitaria da una sinistra che non si domanda cosa può essere, oggi, l’antifascismo. Fatto sta che dall’uscita di M. Il figlio del Secolo, appena ripubblicato da Bompiani in edizione tascabile, sono passati cinque anni, e in mezzo non ci sono state solo centinaia di migliaia di copie vendute, un successo mondiale, un premio Strega, ma anche l’avvento a Palazzo Chigi di una classe dirigente erede diretta di quella tradizione.

Nel 2018 lei disse proprio al Venerdì che aveva scritto M. per la caduta della pregiudiziale antifascista.

«Se non fosse stato così non avrei potuto immaginare di raccontare il fascismo dal punto di vista dei fascisti. E ciò che è successo dopo dimostra che sì, quella pregiudiziale è stata spazzata via».

Però s’è aperto un dibattito attorno ai rischi di un ritorno del fascismo.
«Temo sia una discussione fasulla. Intanto perché la parte politica che proviene dalla rielaborazione di quella storia rifiuta il confronto, mentre un vero dibattito può partire solo dall’assunzione di responsabilità e dalla colpa, dal riconoscimento che gli italiani sono stati fascisti».

È anche conseguenza del mito della Resistenza?
«In parte sì. Il fascismo è stato narrato dal punto di vista delle vittime, cosa giusta e necessaria, ma è innegabile che ciò abbia intralciato un processo di “superamento del passato” come quello che c’è stato in Germania».

Siamo tutti figli del fascismo, come dice La Russa?
«Lui lo dice dando alla frase un significato odioso e sbagliato, ma dice una cosa vera, da cui la Destra dovrebbe trarre le necessarie conseguenze».

I dibattiti però si fanno almeno in due. E gli antifascisti?
«Mi pare che in molti abbiano un’attitudine narcisistica, che punta a quello che Foucault chiamava il “beneficio del locutore”: assumere posizioni estreme per ragioni autoreferenziali».

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Il fascismo non torna, insomma.
«No. Ed è argomento fuorviante. Il Duce è stato il fondatore del Fascismo ma anche l’inventore del populismo, vera cifra contemporanea. È questo che dovrebbe inquietarci. Il ritorno, mutatis mutandis, del populismo di Mussolini. La caratteristica di questi movimenti non è la violenza. Guardiamo a Trump, Orban e simili. Non discendono da una cultura politica fascista, ma quando analizziamo le loro mosse ci rendiamo conto che esse riproducono il dispositivo populista di Mussolini».

L’anima populista di Benito vive in Meloni e Trump allo stesso modo, ergo.
«Sì e ovunque si rafforzi l’idea di leadership fondata sul lodo “io sono il popolo e il popolo sono io”, schiacciando su posizioni antipopolari e antinazionali chi non si identifica. Si torna a dire “o con me o contro di me”, sostituendo la speranza con la paura. Come Mussolini che dal Sol dell’Avvenire passò, appunto, alla scommessa della paura».

Oggi che nessuno vuole più espropriare i mezzi di produzione, si scommette sui migranti?
«Lo schema del gioco è lo stesso. La complessità della vita moderna viene ridotta a un unico problema, quel problema a un nemico, quel nemico a straniero invasore. Anche allora i socialisti erano presentati come “stranieri” invasori, portatori della“peste asiatica” perché fautori della rivoluzione russa».

Nel processo di connessione con le masse, il corpo del leader è decisivo.
«Mussolini fu il primo a mettere il corpo del leader al centro della scena politica. Il primo di tanti».

E il corpo di Meloni, sostenuto dal brand “Io sono Giorgia, io sono una madre”?
«Quella è appunto la scena madre. Per quanto il suo corpo sia minuto, è assolutamente centrale e per questa via comunica con il popolo attraverso fattori emozionali che innescano processi di identificazione».

Il progressismo fatica a capire l’importanza di tutto questo.
«Su questi temi l’atteggiamento di sufficienza è una stupidità. L’errore è ragionare “esteticamente”, mentre il corpo di queste leadership non vince perché “bello” o “elegante”, vince perché è centrale».

Predappio (Forlì-Cesena): una donna mostra un busto di Benito Mussolini nel negozio di souvenir dell’epoca fascista e nazista (Getty Images)

 

E dopo aver vinto vuole l’egemonia culturale.
«Se parliamo di cultura in senso antropologico, l’egemonia dagli anni 80 ce l’ha il berlusconismo. Se intendiamo invece la cultura intellettuale, letteraria, artistica, allora la volontà di imporre “per decreto” un’egemonia è un tratto autoritario ma anche velleitario. L’egemonia matura all’interno della sfera culturale, non si conquista facendone obiettivo politico. L’arte non è priva di ideologia ma con l’ideologia si fa arte scadente».

Ci torniamo subito. Ma intanto mi dica cosa pensa dell’operazione lutto nazionale per l’addio, appunto, a Berlusconi.
«Si è trattato di un provvedimento tipicamente autoritario. Il governo ha deciso di ignorare il fatto che per metà degli italiani Berlusconi non è stato un grande uomo di Stato ma un trasgressore abituale delle sue leggi. Celebrando Berlusconi con una propaganda da regime autoritario, impermeabile a ogni critica e alla realtà stessa, ha detto a milioni di italiani: voi non esistete, non meritate nessuna considerazione, nessuna rappresentanza sulla scena pubblica».

Giordano Bruno Guerri dice che nelle retrovie è pronto un esercito di intellettuali e artisti di destra.
«La volpe e l’uva. Quando avverti il bisogno di fare annunci simili vuol dire che questo esercito non c’è. Non esiste al momento una generazione di intellettuali e artisti di destra riconosciuta dal pubblico e dal mondo».

Elly Schlein non parla di fascismo, concentra la sua polemica anti-autoritaria sul tema dei diritti. Fa bene?
«Io penso che se una politica progressista dà centralità alla battaglia pur sacrosanta sui diritti individuali, si condanna ad essere marginale. La tutela delle minoranze è il sale della democrazia, ma se ti dimentichi delle maggioranze sei finito».

La sento pessimista assai.
«Sì. Non sta arrivando il fascismo ma il degrado populista delle democrazie è destinato a durare».

Da quando c’è Meloni al governo, cosa le chiedono i giornalisti stranieri?
«Vogliono sapere se gli italiani sono nostalgici del fascismo e se rimpiangono Mussolini…».

Che tristezza. Parliamo di una gioia, allora. Come va la serie tv tratta da M.?
«Arriverà nel 2024 ed è molto promettente. Credo che sarà un prodotto di alto livello artistico».

Rieccoci alla querelle sull’egemonia…
«Appunto. Noi che l’abbiamo realizzata siamo antifascisti, ma soprattutto siamo degli artisti. Altri da questa parte avrebbero potuto farla, ma di là?».

Con i libri ha entusiasmato e formato tanti lettori, ma ora il pubblico si allargherà di molto.
«Io credo nell’arte popolare. I miei romanzi, forma popolare, adesso arrivano ad una forma ancora più popolare, il cinema. Era una mia grande aspirazione. Le confesso che vedendo le scenografie a Cinecittà mi sono incantato come un bambino. Ma prima di chiudere mi faccia dire una cosa».

Prego.
«Più che sulla parola fascismo mi piacerebbe che ci interrogassimo sulla parola antifascismo. Voglio dire: dobbiamo farci eredi dell’antifascismo novecentesco coinvolgendo e accogliendo sotto le bandiere della cultura compiutamente democratica anche chi è di destra. Questo è il compito che abbiamo davanti per non continuare, come spesso facciamo, a predicare ai convertiti».

Sul Venerdì del 30 giugno 2023

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