Sciascia, Berlusconi e l’etica all’italiana
di Michele SerraScrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, Leonardo Sciascia, in una lettera a Elio Vittorini del novembre 1957, così si esprimeva: «Io sono convinto che quella specie di giansenismo antifascista del Partito d’Azione poteva salvare l’Italia dalla corruzione. Avrebbe portato un po’ di “religione” nella vita italiana così profondamente irreligiosa. Ma, ne convengo, il mio è un rimpianto ozioso». A dispetto del rimpianto ozioso di Sciascia, l’eredità del discorso etico-politico del Partito d’Azione resiste e riaffiora di continuo nell’Italia difficile di oggi. Ultimo in ordine di tempo a richiamarlo è stato lo scrittore cinquantenne Nicola Lagioia, che di recente, alla domanda di un giornalista: «Lei è un uomo di partito?» ha risposto: «Sì, di un partito che non esiste più da settant’anni: il Partito d’Azione. Mi hanno messo una casacca, ma io sono solo uno scrittore».
Lorenzo Catania
Caro Catania, mi scusi se ho molto tagli…
Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, Leonardo Sciascia, in una lettera a Elio Vittorini del novembre 1957, così si esprimeva: «Io sono convinto che quella specie di giansenismo antifascista del Partito d’Azione poteva salvare l’Italia dalla corruzione. Avrebbe portato un po’ di “religione” nella vita italiana così profondamente irreligiosa. Ma, ne convengo, il mio è un rimpianto ozioso». A dispetto del rimpianto ozioso di Sciascia, l’eredità del discorso etico-politico del Partito d’Azione resiste e riaffiora di continuo nell’Italia difficile di oggi. Ultimo in ordine di tempo a richiamarlo è stato lo scrittore cinquantenne Nicola Lagioia, che di recente, alla domanda di un giornalista: «Lei è un uomo di partito?» ha risposto: «Sì, di un partito che non esiste più da settant’anni: il Partito d’Azione. Mi hanno messo una casacca, ma io sono solo uno scrittore».
Lorenzo Catania
Caro Catania, mi scusi se ho molto tagliato la sua lettera, che conteneva anche riferimenti al poeta Emilio Sereni e alla sua tremenda invettiva («porca Patria...»). Nonché a Ferruccio Parri, che come «grande delusione della sua vita» indicò il popolo italiano. Negli ultimi tempi (soprattutto per reazione al mortificante coro di elogi per Berlusconi) è riemerso l’antico discorso sulla anti-italianità delle élite democratiche e di molti intellettuali: non solo “di sinistra”, anche conservatori. Ovvero sulla disperata presa d’atto che la comunità nazionale sia irriformabile perché esisterebbe una “italianità” profonda e incurabile – diciamo così – contro la quale ogni slancio etico, ogni istanza civile, ogni volontà di cambiare sono destinati a infrangersi.
Mi colpisce che Sciascia definisse «irreligiosa» la vita nazionale; e «religioso», per contro, il «giansenismo antifascista» di quello che fu il più laico dei partiti. Si riferiva, ovviamente, alla religione civile, alla capacità di valutare i propri comportamenti e le proprie scelte sulla base di uno spirito pubblico che è presente, oggi come allora, solo in modica quantità. La rapida estinzione degli azionisti (che oggi i polemisti faciloni definirebbero senza pensarci un attimo “radical chic”) fu una specie di prova provata della scarsa presa che i temi etici esercitano sulle grandi masse. Si usciva dalla guerra, bisognava mettere qualcosa nel piatto, altre urgenze erano assai meno avvertite. In seguito il solo partito di massa che, sia pure con schematismo, e con forte rischio moralistico, fece delle questioni etiche un punto fermo, fu il Partito comunista. Che scomparve per altre ragioni (il quadro politico internazionale) ma di buono ha lasciato l’idea che non possa esistere progresso civile senza onestà e sobrietà. L’austerità di Berlinguer.
ll discorso, ovviamente, è lungo e complicato. Possiamo limitarci a dire due cose, certi di non sbagliare. La prima è che l’antifascismo ha perso. Non è una ragione che possa fare seriamente breccia nel grosso dell’elettorato, indifferente a quel tema. La seconda è che le élite, ieri come allora, sono seriamente disconnesse dagli umori popolari; e per altro gli umori popolari non sono generalmente sensibili a temi etico-politici che possano mettere a repentaglio i propri comodi. Per esempio: l’impopolarità delle tasse è direttamente proporzionale all’impopolarità dello Stato. Gridate per le strade “meno tasse”, e sarete votati. Che aggiungere? Che le élite democratiche, da Parri a oggi, hanno la puzza sotto il naso? Oppure che il compito delle élite è dire, senza farsi troppe domande sul proprio ruolo, che la misurazione della puzza è questione oggettiva, basta possedere un naso? Ognuno risponde secondo la propria opinione e la propria coscienza.
Sul Venerdì del 30 giugno 2023