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Indiana Jones, l’ultimo eroe del Novecento. Senza eredi

Contrariamente ad altri miti del cinema (vedi James Bond) l’archeologo non potrebbe avere altro volto se non quello di Harrison Ford. Ritratto di una maschera che ha saputo invecchiare
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L’ultimo eroe del Novecento affronta la soglia del 2023. Ci prova ancora, Indiana Jones. È invecchiato, ha ormai l’età del padre nell’Ultima crociata (terzo film della serie), ma non si arrende. Con lui morirebbe il secolo crudele, senza aver dato definitiva sepoltura ai nemici che lo hanno infestato: tedeschi e russi, nelle loro diverse incarnazioni. Torna, sempre interpretato dall’ottantenne Harrison Ford che altrove, in 1923, guarda caso un secolo fa, recita da ferito per non dover camminare. Non è mai uscito dalla fantasia popolare globale. Basta vedere un cappello fedora marrone, sentire una musichetta trionfale, alludere a un mistero sepolto e rinasce ogni volta dalla polvere.

Perché è stato ed è tanto amato? Perché, se le sue avventure sono fumettoni da un certo punto implausibili? Perché, se qualcuno ha addirittura messo in dubbio (lo fa una protagonista femminile della serie Big Bang Theory) che la sua esistenza serva a determinare il finale della trama e sia dunque superflua…

L’ultimo eroe del Novecento affronta la soglia del 2023. Ci prova ancora, Indiana Jones. È invecchiato, ha ormai l’età del padre nell’Ultima crociata (terzo film della serie), ma non si arrende. Con lui morirebbe il secolo crudele, senza aver dato definitiva sepoltura ai nemici che lo hanno infestato: tedeschi e russi, nelle loro diverse incarnazioni. Torna, sempre interpretato dall’ottantenne Harrison Ford che altrove, in 1923, guarda caso un secolo fa, recita da ferito per non dover camminare. Non è mai uscito dalla fantasia popolare globale. Basta vedere un cappello fedora marrone, sentire una musichetta trionfale, alludere a un mistero sepolto e rinasce ogni volta dalla polvere.

Perché è stato ed è tanto amato? Perché, se le sue avventure sono fumettoni da un certo punto implausibili? Perché, se qualcuno ha addirittura messo in dubbio (lo fa una protagonista femminile della serie Big Bang Theory) che la sua esistenza serva a determinare il finale della trama e sia dunque superflua? Che cosa ci si trova? Almeno 4 cose.

1

Indiana Jones è un doppio campione: ha intelligenza e fisico. Il professor Langdon (interpretato da Tom Hanks nel Codice Da Vinci e in Angeli e demoni) ha soltanto la prima. I vari John Wick, Neo (il prescelto di Matrix) per non parlare di tutte le incarnazioni di Bruce Willis, Sylvester Stallone o (per non esser soltanto yankee) del Machete di Danny Trejo, eccellono nella lotta e nell’uso delle armi, ma non passerebbero un solo esame universitario.

Invece Indy (l’abbreviativo, va detto, è terribile) insegna, ha una cattedra, da cui si assenta per salvare la specie umana. Se Clint Eastwood aveva due espressioni (con o senza il cappello), quelle di Harrison Ford sono altrettante, ma con l’abito di tweed e il papillon o con il giubbotto di pelle e, appunto, il cappello. Se Indiana (all’anagrafe Henry jr., Indiana era il suo cane) praticasse uno sport sarebbe il chess-boxing, la specialità che mischia scacchi e pugilato, astuzia e forza, capacità di pianificare e predisposizione per le soluzioni istantanee come un colpo da ko. Risolve enigmi (chiamali, se vuoi, indovinelli) e usa la frusta. Sa quasi tutto e può menare chiunque. E in più…

2

È ironico/iconico. Molti eroi sono avvolti in un bozzolo di malinconia. Quando conosciamo John Wick è rimasto vedovo. L’ultima volta in cui abbiamo visto Indiana Jones si era appena sposato, con l’amore del primo film. Harrison Ford non digrigna, come Clint Eastwood, prima di entrare in azione. Accenna una smorfia, che potrebbe perfino spacciarsi per un sorriso. Quando mai l’attore lo aveva fatto, prima di questo ruolo? Ne è uscito contagiato. A una cerimonia, accolto con la consueta musichetta, ha detto dal podio: «Mi perseguita. L’hanno messa anche prima di praticarmi una colonscopia».

(reuters)

Non era altrettanto spiritoso l’altro eroe occidentale novecentesco, l’altro difensore del mondo libero: James Bond (che a sposarsi non avrebbe pensato mai). È l’allegra chiusura di un cerchio il fatto che l’attore supremo nella parte di 007, Sean Connery, interpreti Henry Jones senior. E pure che come arma letale per abbattere un aereo nemico utilizzi un ombrello aizzandogli contro uno stormo d’anatre. Per evocare Indiana Jones basta un gesto (lo sparo dopo il lavorìo di spada), ma anche meno. Basta proiettare sulla caverna (platonica) l’ombra del suo profilo, ovviamente quando indossa il fedora.

Così nasce un’icona, così si determina uno stile, costringendo gli archeologi di tutto il mondo ad abbandonare il casco per quest’altro copricapo. Anche a costo di rendersi un po’ ridicoli, come Zahi Hawass, il più noto fra gli egittologi, ex ministro delle antichità, noto per gli eccezionali ritrovamenti nei sottoscala del Museo al Cairo, autoproclamatosi (senza cogliere la beffa) Indiana Jones d’Egitto, sempre con il cappello, sempre un po’ impolverato. Sempre mancante di qualcosa, che Indiana Jones possiede, anzi, impersona.

3

Lui è la storia, la geografia, ma soprattutto è la psicanalisi. Ci porta a spasso nel tempo: ogni passato è presente. Avvera l’illusione che il primo possa spiegare il secondo. A spasso per il mondo: nessun luogo è lontano. È la guida turistica per luoghi che non avevamo mai sentito nominare. Quel che più conta è però la direzione inevitabile che a un certo punto le sue avventure prendono: scendono verso l’interno. Han Solo si proiettava in una galassia lontana lontana. Indiana Jones finisce sempre in una grotta. E qui trova. Che cosa? Lo scrigno della conoscenza, si risponde. Certo, ma perché è sepolto? Perché è protetto da strati, codici, passaggi rischiosi? Perché il vero obiettivo è l’inconscio.

Tutte le risposte ci sono già, basta svelarle. In questo ha ragione Amy, la fisica di Big Bang Theory: Indiana Jones non crea niente che già non ci sia. Se è per quello neppure Freud, neppure Nietzsche. Ancora una volta la sua missione è novecentesca: abbattere gli schermi delle paure, indagare sulle motivazioni dei comportamenti, scoprire che cosa si cela nei sogni, negli incubi, nelle fantasie con cui da millenni ammantiamo la storia per nasconderne il senso. Ma la storia che l’eroe scrive è la propria. Ed è qui che Indiana Jones marca la differenza.

4

Lui invecchia. Nessun altro protagonista lo fa veramente, viene fissato in un’età spesso indecifrabile. Quando l’attore non la regge più, viene sostituito da un altro. Un nuovo Bond, un secondo, o terzo Batman (nella versione senza costume). Tom Cruise, che si dedichi a una missione impossibile o a pilotare un aereo da Top Gun, era molto più vecchio un paio di decenni fa.

Potevano sostituire Harrison Ford? Alla fine del Teschio di cristallo il figlio (Shia LaBeouf) sembra sul punto di raccogliere il cappello (quindi l’eredità), ma il padre passa e glielo soffia, rimettendoselo in testa (considerando l’evoluzione dell’attor giovane: pericolo scampato). Non c’era un altro possibile Indiana Jones, Harrison Ford deve portarlo fino alla fine (che sia questo film o altro). È, anche in questo, umano, troppo umano. Custodisce la mappa del tesoro del Novecento, a cui questo secolo ha smesso di dare la caccia.

Sul Venerdì del 30 giugno 2023

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