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Harrison Ford torna Indiana Jones: “Ma non sono un eroe”

A 80 anni l’attore saluta i fan con un episodio a lungo promesso e finalmente in sala. “L’archeologo vi piace perché è un uomo pieno di difetti. Come me”
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Cannes. «Tornerebbe a vestire i panni di Indiana Jones se la ringiovanissero con il computer?». Era il 2011 quando, incontrando Harrison Ford, gli ponevamo la domanda. Solo tre anni prima l’archeologo era tornato al cinema con il deludente Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma i fan chiedevano già una nuova avventura.

Ford è un professionista, a volte pragmatico fino al cinismo: «Fare l’attore per me è un lavoro, mi fa piacere piacere alla gente, ma preferisco ricompense di tipo economico. I premi non mi mancano», aveva detto rispondendo alla domanda se a lui, che ha dominato per decenni il box office con Star Wars e Indiana Jones, ma anche con Blade Runner, Il fuggitivo, Air Force One, non dispiacesse non aver mai vinto un Oscar.

Ma Ford è anche una persona tutto sommato schiva, tendente a sminuire il proprio ruolo nella costruzione del mito dell’eroe americano: «Sfatiamolo! Al cinema non ho mai impersonato eroi, ma avvocati, mariti, professori di archeologia. La cosa…

Cannes. «Tornerebbe a vestire i panni di Indiana Jones se la ringiovanissero con il computer?». Era il 2011 quando, incontrando Harrison Ford, gli ponevamo la domanda. Solo tre anni prima l’archeologo era tornato al cinema con il deludente Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma i fan chiedevano già una nuova avventura.

Ford è un professionista, a volte pragmatico fino al cinismo: «Fare l’attore per me è un lavoro, mi fa piacere piacere alla gente, ma preferisco ricompense di tipo economico. I premi non mi mancano», aveva detto rispondendo alla domanda se a lui, che ha dominato per decenni il box office con Star Wars e Indiana Jones, ma anche con Blade Runner, Il fuggitivo, Air Force One, non dispiacesse non aver mai vinto un Oscar.

Ma Ford è anche una persona tutto sommato schiva, tendente a sminuire il proprio ruolo nella costruzione del mito dell’eroe americano: «Sfatiamolo! Al cinema non ho mai impersonato eroi, ma avvocati, mariti, professori di archeologia. La cosa peggiore per un attore è considerarsi un personaggio eroico, perché si finisce per non avere dei termini di paragone con cui esplorarne l’umanità».

Alla fine, con l’inconfondibile timbro grave, aveva comunque risposto alla domanda iniziale: «Mi farei ringiovanire con la tecnologia solo per tornare a essere Indy. È un processo laborioso, ma altri miei colleghi l’hanno già fatto. Sì. accetterei, perché so che comunque alla fine sarei sempre io a recitare».

All’epoca del nostro incontro, Ford, nato a Chicago nel 1942, stava per compiere 70 anni, età sempre più improbabile per interpretare l’archeologo scavezzacollo. Da allora in poi, il tentativo di riportarlo al cinema da parte dei due padri putativi, George Lucas, inventore del personaggio, e Steven Spielberg, regista dei quattro precedenti film, è sempre fallito. E l’impresa diventava via via più impervia, dato l’avanzare dell’età. Fino al punto che qualcuno ha suggerito, appunto, di ringiovanirlo al computer. Per tutto il film.

Dopo la rinuncia di Lucas e Spielberg, sfilatisi dal progetto, e il rifiuto di vari copioni da parte di Ford, l’attore ha accettato quello scritto dal regista James Mangold coi fratelli John-Henry e Jez Butterworth. «Non volevo un’altra storia basata sul vigore della giovinezza di Indy ma una in cui, al contrario, emergesse il peso della sua vecchiaia, che poi corrisponde alla mia. Volevo un personaggio disilluso, in preda a rimpianti, fallimenti, solitudine. Quest’ultimo episodio è quello in cui dico addio al personaggio. E non poteva che essere così», ci dice l’attore quando lo incontriamo al festival di Cannes, dove ha ricevuto la Palma d’onore.

Indiana Jones e il Quadrante del Destino, a Cannes e poi in sala l'ultima avventura di Harrison Ford

In abito grigio, non porta più il celebre brillantino all’orecchio sinistro, e, a differenza del nostro primo incontro, la voce ora spesso gli trema per la commozione. Indiana Jones e il quadrante del destino, appena arrivato nelle sale italiane, incontra un Indy divorziato e pronto alla pensione. A fargli riprendere, seppure controvoglia, il fedora e la frusta, è la sua figlioccia Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), ossessionata come il padre Basil (Toby Jones), vecchio collega del professore, dal Quadrante del titolo, marchingegno creato dal matematico Archimede, su cui però vuole mettere le mani anche l’ex nazista Voller (Mads Mikkelsen). «Ho sempre cercato di sincerarmi che a ogni capitolo ci fosse un elemento di novità in tutti gli episodi. Come L’ultima crociata, dove Sean Connery era mio padre. E persino nell’incompreso quarto episodio, dove Shia LaBeouf era mio figlio. Ma tutto sommato, questo quinto e ultimo episodio mi pare quello in cui Indy è più umano che mai».

Secondo lei perché questo personaggio è così tanto amato?

«Proprio perché è un uomo, un uomo pieno di difetti, come lei e come me. Abbiamo tutti le nostre giornate storte. Stavolta Indy lo ritroviamo sfatto, al risveglio dopo una sbronza».

Aveva nostalgia di vestirne ancora i panni?

«Sinceramente no, ma questo conta relativamente. Io sono al servizio degli spettatori e il fatto che il pubblico lo abbia seguito con tanto calore è solo un dono per me. In generale io non sono affatto una persona nostalgica».

Harrison Ford, 80 anni, all’ultimo Festival di Cannes con la Palma d’onore

 

Come è stato rivedersi sullo schermo quarantenne nei trenta minuti di prologo del film?

«Ho accettato di farlo perché era funzionale alla storia, altrimenti sarebbe stato solo un trucco volgare. Voglio dire: è stato fantastico essere giovane, diciamo parecchi anni fa, ma sono contento degli anni che ho. E più che mai non guardo indietro, ma avanti. Voglio solo, ancora, lavorare».

Risulta che abbia voluto eseguire personalmente alcuni stunt nel film, per esempio quelli a cavallo, ma anche che si sia infortunato a una spalla mentre dava un pugno. Come ha sopportato tutto questo alla sua età?

«Infortuni sul set ne ho avuti tanti nella mia carriera. Stavolta mi sono fatto forza prendendo quattro antidolorifici al giorno. Ma a cavallo ci sono andato per una vita, nel mio ranch (a Jackson, Wyoming, ndr), e almeno quello non è stato un grosso problema».

Di recente ha cambiato genere e ha debuttato in tv, con le serie Shrinking e 1923. Cosa l’ha spinta ad accettare?

«Dopo il lockdown, e mentre aspettavo che prendesse vita questo nuovo capitolo di Indiana Jones (annunciato per la prima volta nel 2016, ndr), ero impaziente di tornare sul set e così ho accettato. Sono felice della prima serie perché amo la commedia, e non ne ho girate molte. Sono impaziente di tornare in entrambe per la seconda stagione».

Ha debuttato nel 1966 e ha avuto il primo ruolo importante 50 anni fa in American Graffiti. Cosa le piace ancora del mestiere di attore?

«Per quanto io possa aver anticipato con l’immaginazione una scena nella mia testa, la più grande soddisfazione è essere sorpreso da ciò che accade quando la giro: mi piace scoprire come mi influenzerà un set che non ho mai visto prima o l’interazione con un mio collega. Per questo non mi preparo mai troppo, prima di recitare, e non voglio sapere molto più che la trama e lo scopo di ogni scena».

Indiana Jones è un professore, oltre che un mentore per Helena. Lei ricorda un consiglio prezioso di cui ha fatto tesoro?

«Ne ricordo uno che Marlon Brando diede a un giovane attore: non curarti del successo, sii sempre presente nel personaggio quando giri una scena».

Lei come valuta il suo successo?

«Non credevo sarebbe arrivato, lo penso davvero. Ci sono moltissimi attori di talento che non trovano una collocazione e, anche se non si dice mai, quando accade questo provoca una grande infelicità. Io ho atteso a lungo prima che il fato bussasse alla mia porta: la mia fortuna è stata lavorare con persone di incredibile talento senza essere buttato fuori a calci quando non sono stato all’altezza, se non altro delle mie aspettative».

Indiana Jones, Han Solo, Deckard in Blade Runner: ha interpretato vari personaggi che affrontano il pericolo. Lei il pericolo lo ha affrontato davvero, nel 2015, quando pilotando un PT-22, vecchio aereo della Seconda guerra mondiale, ha affrontato un atterraggio di emergenza. Qual è il suo rapporto col rischio?

«A differenza dei miei personaggi non ho mai amato il pericolo. Ma quando ti trovi nella merda, devi darti da fare. Ho pilotato aerei per 25 anni e sapevo che mi sarei potuto trovare in una situazione simile. Semplicemente, mentre volavo sul PT-22, il motore ha ceduto di schianto. Ed è allora che ho sentito la voce del mio vecchio istruttore, Bob Hoover, che mi diceva: cerca di prolungare il più possibile l’impatto dell’aereo al suolo. Così ho fatto, e mi sono salvato. È stato qualcosa di magico. Tipo le cose che accadono soltanto nei film».

Tipo Luke Skywalker che, alla fine di Star Wars, sente Obi-Wan Kenobi dirgli: usa la Forza…

«Tipo, sì. Direi che è andata esattamente così».

Sul Venerdì del 30 giugno 2023

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