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Anohni oggi, 51 anni (Image by Anohni with Nomi Ruiz c. Rebis Music 2023)

 

Anohni & The Johnsons: “Perdoniamoci, nessuno è innocente”

L’artista, da sempre impegnata per ambientalismo, questioni di genere e diritti, torna con l’album “My Back was a Bridge for you to Cross” in cui si concede qualche indulgenza. Ma qui ci ripensa: “Lo sa quanta energia spreco con un mio concerto?”. Intervista
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A un certo punto durante la lunga conversazione, Anohni si ferma, si concede una breve risata liberatoria e timidamente dice: «Lo so, ho fatto un monologo infinito in cui ho citato almeno quattro volte i testi delle mie canzoni. Spero che ci sia almeno qualcosa di buono da utilizzare nel pezzo».


Le canzoni sono importanti. I testi sono importanti. Le parole che scandisce lentamente e sceglie con attenzione estrema sono importanti. Come i temi che appassionano la cantante britannica naturalizzata statunitense: l’ambiente, la politica, la questione femminile, i diritti transgender. Da quando il secondo album I am a Bird Now – firmato nel 2005 come Antony & The Johnsons – la fece conoscere al mondo grazie all’elegante connubio di delicatezza e potenza del suo pop orchestrale e cantautorale, non si è mai tirata indietro. Anche rischiando di inimicarsi parte del suo pubblico: quando nel 2016 fu candidata agli Oscar per il brano Manta Ray, scritto per il documentario ambientalista Racin…

A un certo punto durante la lunga conversazione, Anohni si ferma, si concede una breve risata liberatoria e timidamente dice: «Lo so, ho fatto un monologo infinito in cui ho citato almeno quattro volte i testi delle mie canzoni. Spero che ci sia almeno qualcosa di buono da utilizzare nel pezzo».


Le canzoni sono importanti. I testi sono importanti. Le parole che scandisce lentamente e sceglie con attenzione estrema sono importanti. Come i temi che appassionano la cantante britannica naturalizzata statunitense: l’ambiente, la politica, la questione femminile, i diritti transgender. Da quando il secondo album I am a Bird Now – firmato nel 2005 come Antony & The Johnsons – la fece conoscere al mondo grazie all’elegante connubio di delicatezza e potenza del suo pop orchestrale e cantautorale, non si è mai tirata indietro. Anche rischiando di inimicarsi parte del suo pubblico: quando nel 2016 fu candidata agli Oscar per il brano Manta Ray, scritto per il documentario ambientalista Racing Extinction, si rifiutò di andare perché non era stata invitata a esibirsi: «Cantare di ecocidio non vende spazi pubblicitari», scrisse in un comunicato, «è un sistema sociale che opprime ed esclude le persone trans». Nel brano Obama cantava: “Credevamo in te / ora punisci le gole profonde perché dicono la verità”.

L’attivista Marsha P. Johnson sulla copertina dell’album My Back was a Bridge for you to Cross

 

Dopo sette anni torna con un album intenso, My Back was a Bridge for you to Cross, in uscita il 7 luglio, in cui si fa strada un senso di pietà. «Io uso la parola perdono», spiega dall’Olanda, dove è impegnata come artista associata dell’Holland Festival. «Il mio album precedente si chiamava Hopelessness, senza speranza. Ma bisogna imparare a perdonarsi, perché nessuno di noi è innocente. Siamo tutti complici. Lo era anche mia nonna in montagna che non aveva magari scarpe da mettere ma usava il tè coltivato dagli schiavi nelle colonie. È una storia che affonda le radici nella notte dei tempi. Devo concedermi un po’ di indulgenza per non soccombere e per affrontare il cambiamento».


Cosa deve perdonarsi?
«La partecipazione sistematica al consumismo. Come contribuente americana pago con le tasse per le campagne di bombardamenti con droni in Afghanistan, in Iraq, in Pakistan. E per ogni concerto brucio l’equivalente di dieci barili di petrolio per gli spostamenti. E poi entro in un supermercato e ogni singola verdura è confezionata con quattro strati di plastica che devo buttare nel secchio».


Canta It’s my Fault, è colpa mia. È l’idea di peccato di It’s a Sin dei Pet Shop Boys?
«Quel brano, splendido, parlava di una persona che capiva che a causa del suo orientamento sessuale la sua intera vita era ritenuta un peccato dalla religione. It’s my Fault più che dell’identità parla della nostra impronta sulla Terra, un tema che ho affrontato più volte in brani come 4 Degrees (“Voglio vedere i cani piangere per l’acqua”) e Another World (“Mi serve un altro mondo, questo è quasi finito”). È l’idea della complicità nella distruzione della biosfera in quanto consumatori. Ho iniziato a indagare il concetto di resilienza. Per molte persone è più facile immaginare il collasso della natura che mettere in discussione le strutture economiche che regolano le nostre vite».


Per quest’album ha messo da parte sia l’elettronica che il pianoforte.
«Ho iniziato due anni fa. Volevo un album di soul britannico, lasciando il piano sullo sfondo. La mia etichetta inglese, Rough Trade, mi ha presentato Jimmy Hogarth e così è nato il progetto».


Due anni fa eravamo in pieno Covid. Ha influito sull’album?
«Il Covid ha avuto un impatto negativo ma anche positivo su di me. Ho perso molti amici per colpa del virus, come il produttore Hal Willner. Un periodo tremendo. Allo stesso tempo è come se il mondo intero avesse avuto la possibilità di fare un respiro profondo.Abbiamo avuto la possibilità di riesaminare le nostre esistenze e la società. Anche se poi questi approfondimenti non necessariamente hanno portato a cambiamenti nella nostra traiettoria».


Secondo il New York Times in questo album lei canta “con la voce di Madre Terra”. Come se la immagina?
«Me la immagino molto complessa, piena di colori diversi. Pastorali, certo, ma anche come un cataclisma. Una voce forte che ti chiede di genufletterti».


Come ha scoperto la sua voce? Cantando nel coro della chiesa?
«No, prima. Ho iniziato ad ascoltare musica nel momento in cui le mie orecchie si sono aperte. Il primo disco che ho ricevuto era probabilmente dei Beatles, a sei anni. A sette comprai un disco di Kate Bush. La musica pop è una parte importante della cultura britannica per i ragazzini. Sicuramente lo era negli anni Settanta. Per me in particolare era un modo per comunicare emozioni e creatività che non trovavo altrove. Il coro della Chiesa arrivò dopo. È normale per i bambini che vanno nelle scuole cattoliche nel Regno Unito cantare alle funzioni. Forse per questo molto pop viene dall’Inghilterra: perché i bambini crescono senza la vergogna di cantare in pubblico».


La prima canzone composta?
«Avrò avuto 12 anni. Il tema? Come navigare in un territorio ostile».


Il suo produttore, Hogarth, ha lavorato anche con Tina Turner. L’ha influenzata?
«Amo Tina Turner. Era commovente persino nelle interviste. Non è stato facile per lei essere un personaggio pubblico. Gli artisti spesso diventano prodotti di consumo. Le loro vite private sono cannibalizzate dalla stampa, con crudeltà. Sembra di vedere quello che succedeva dentro il Colosseo. Dovremmo imparare a proteggere la generosità con cui gli artisti si offrono. Invece è il contrario. È successo lo stesso a Nina Simone, anche dopo la morte. E a Amy Winehouse. Con l’uomo della strada, che venda scarpe o ortaggi, la transazione è chiara: gira intorno al lavoro. Ma nella cultura popolare sembra che si cerchi un capro espiatorio, c’è un’ossessione per i corpi degli artisti invece che per il loro talento. Riusciamo a danneggiare anche le cose cui teniamo. Tina Turner fu costretta a rinchiudersi in una fortezza in Svizzera, non poteva vivere negli Stati Uniti. Era bullismo. Dovremmo avere un atteggiamento materno: una madre non sfamerebbe un figlio per sei giorni a settimana per poi affamarlo nel settimo».


È un atteggiamento rivolto prevalentemente alle donne?
«Non riesco a immaginare quel tipo di trattamento riservato a persone come Leonard Cohen».


Come affronta personalmente la questione? Tiene separate la vita da artista e la vita privata, però allo stesso tempo sembra dire con la sua arte che il corpo è politico.
«Sono molto fortunata perché la mia fama non è paragonabile a quella di queste grandi artiste. Però nel mio piccolo questo problema riverbera anche nella mia vita. La gente usa i corpi degli artisti perché non osa affrontare quei temi quotidianamente. Soprattutto l’identità di genere. La mia è usata con una curiosità morbosa per conversazioni irrilevanti, basandosi sulla percezione di chi ero e cosa facevo. Invece di parlare della mia arte. Eppure come cantante ho il privilegio di fare da ponte per la comunità. Il nostro è un ruolo cerimoniale, che trasforma l’energia. E parte da una cosa piccolissima: ha mai visto le sue corde vocali? Sembrano piccole ali di farfalla che vibrano nel corpo, così fragili e con un potenziale così grande, una capacità di espressione quasi ultraterrena».


Con gli anni ha visto dei miglioramenti nelle questioni di genere?
«Internet ci fa credere che viviamo tutti le stesse esperienze, ovunque, ma non è così. Non so come vivono le persone transgender in Italia, o i gay, o le donne. Che ruolo hanno nella società, così influenzata dalla vicinanza del Vaticano, che da duemila anni tramanda il patriarcato di Abramo, con tutte le sue conseguenze violente. Immagino che la situazione sia diversa rispetto a New York, all’Olanda, a Londra. E come vivono in Australia? E in Cina? Che succede in Russia? In Uganda? In Iraq? Su queste tematiche le generalizzazioni non servono a niente. Ora c’è una grande visibilità per le questioni transgender perché sono sfruttate dalla destra, manipolate dal populismo. Magari anche questa intervista può essere utile, perché ho la possibilità di far arrivare la mia voce agli italiani e dire qualcosa di sensato. Ma non conoscendo la lingua possono sfuggirmi sottigliezze importanti della vostra cultura».


Però lei ha cantato in italiano, insieme a Franco Battiato.
«Sì, ma avevo solo imparato la fonetica. Sono andata a trovarlo una volta, ero ospite a casa sua in Sicilia. Mi aveva invitata perché voleva che recitassi in un suo film, non ricordo su chi fosse, un musicista classico dai capelli ricci del Sedicesimo secolo, qualcosa del genere (era un progetto su Haendel poi naufragato, ndr). Era una persona deliziosa».


E il film?
«No, no, non avevo nessuna intenzione di partecipare. Mi ricordo una volta,quando venne a esibirsi a Londra. Erano tutti italiani. Come quando curai il festival Meltdown e invitai Selda Bagcan: erano tutti turchi. Ci sono queste comunità più o meno piccole che vivono insieme fuori dal Paese di origine. È una delle bellezze delle città cosmopolite. Ricrea l’utopia del melting pot. Negli anni Ottanta avevamo questo sogno naif del multiculturalismo, poi rovinato quando sono venuti a galla gli aspetti brutali del colonialismo. Mi ricordo quando vennero fuori nel pop i Culture Club di Boy George. La diversità delle culture era incarnata dagli stessi componenti del gruppo, con un ragazzo super effeminato dalla splendida voce soul, una regina irlandese che cantava con una voce black americana matura. Abbiamo un po’ perso l’idea che quel tipo di coesistenza sia possibile, quel paradiso di ricchezza e diversità. Ora ne vediamo solo il lato oscuro, il ritorno alla monocultura, all’isolazionismo. Al nazionalismo».

Sul Venerdì del 30 giugno 2023

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