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Traduttori e intelligenza artificiale: come se la cavano a Bruxelles

Alcuni interpreti Ue durante il dibattito sulla Brexit: l’Intelligenza Artificiale, in futuro, potrebbe sostituire anche loro (Getty Images)

 
In un decennio sono 500 le mancate assunzioni solo tra quelli che lavorano per l’Unione Europea. Colpa di IA ed esternalizzazioni. L’inizio della fine? Loro giurano di no. Reportage
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BRUXELLES. La versione dell’algoritmo, più che libera, è libertaria: “Spinelli sani, giovani sani” avrebbe tradotto “healthy screens, healthy kids” in un comunicato su un’iniziativa della Commissione europea per contrastare la dipendenza dei ragazzi dai telefonini. Avrebbe, perché quando una traduzione automatica incontra una traduttrice umana (almeno il 70 per cento è donna), tipo Paola Rizzotto o Ottavia Calamita qui davanti a me, la prima è una traduzione morta. Peccato però che la machine translation avanzi inesorabile (da alcuni giorni i comunicati stampa su ambiente e altre tre materie sono subito generati in automatico, nelle 24 lingue comunitarie, nell’attesa di versioni migliori) mentre qui sono diminuiti del venti per cento nell’ultimo decennio gli umani deputati a correggerne le topiche.

Lo psicologo Jonathan Haidt ha usato la metafora di Babele per descrivere l’incomunicabilità tra diverse bolle social. Qui invece, se non si inverte la tendenza, si rischia di scivolare ver…

BRUXELLES. La versione dell’algoritmo, più che libera, è libertaria: “Spinelli sani, giovani sani” avrebbe tradotto “healthy screens, healthy kids” in un comunicato su un’iniziativa della Commissione europea per contrastare la dipendenza dei ragazzi dai telefonini. Avrebbe, perché quando una traduzione automatica incontra una traduttrice umana (almeno il 70 per cento è donna), tipo Paola Rizzotto o Ottavia Calamita qui davanti a me, la prima è una traduzione morta. Peccato però che la machine translation avanzi inesorabile (da alcuni giorni i comunicati stampa su ambiente e altre tre materie sono subito generati in automatico, nelle 24 lingue comunitarie, nell’attesa di versioni migliori) mentre qui sono diminuiti del venti per cento nell’ultimo decennio gli umani deputati a correggerne le topiche.

Lo psicologo Jonathan Haidt ha usato la metafora di Babele per descrivere l’incomunicabilità tra diverse bolle social. Qui invece, se non si inverte la tendenza, si rischia di scivolare verso il mono-idioma inglese (paradossale giacché, pur avendo lasciato l’Europa, Londra l’ha linguisticamente colonizzata) più un corollario di traduzioni automatiche. A cui si aggiunge un secondo, ancor più perverso scherzo del destino.

Google Translate fece il gran salto di qualità quando qualcuno intuì che, invece di addestrarla con traduzioni amatoriali e da una lingua all’altra per volta, sarebbe servito alimentarla con un lavoro professionale e in tante lingue diverse contemporaneamente. Gli unici a fare su larga scala una cosa del genere erano i traduttori Ue. Così da Mountain View scaricarono milioni di documenti europei e il loro algoritmo divenne una forza della natura. Oggi software simili contribuiscono a ridurre i ranghi di chi, a propria insaputa, ne ha affinato la qualità. Le vestali del multilinguismo sono preoccupate?

Centomila cartelle all’anno

Torniamo nella stanza di Rizzotto che, al dipartimento italiano di traduzione della Commissione, dirige settanta persone che si smazzano una media di 100 mila cartelle all’anno. Laureata alla celebre Scuola superiore per interpreti e traduttori di Trieste, è entrata in servizio a Bruxelles nel 1995. «Un’era in cui si ricevevano ancora testi di carta che dettavamo ai segretari che usavano macchine da scrivere elettroniche con scritte verdi su piccoli monitor. Nei primi anni 90 sono apparse le traduzioni automatiche della Systran, piuttosto primordiali. Poi rimpiazzate da una versione sviluppata dai nostri ingegneri. Fino al 2013-2017 quando, con la traduzione automatica neurale, la qualità è migliorata moltissimo».

Le reti neurali mimano i vari livelli di neuroni e sinapsi con cui è strutturato il cervello, le stesse che sostengono l’architettura di ChatGPT. Proprio come il più celebre “cugino”, eTranslation funziona bene fino a quando non funziona malissimo. Ce ne dà qualche dimostrazione Ottavia Calamita, a sua volta laureata a Trieste e oggi lead translator, ovvero quella che, se alla vigilia di Natale arriva la notizia della Brexit e c’è da tradurre centinaia di pagine in pochi giorni, rinuncia al panettone, ripartisce i compiti tra una squadra di colleghi e si mette sotto.

Nessuno più parte dal foglio bianco

Nello schermo che ha davanti c’è un documento diviso a metà. A sinistra un testo in inglese, a destra, praticamente riga per riga, le proposte di traduzione in italiano. E qui il discorso si complica perché questi suggerimenti il software di traduzione assistita, Trados Studio, li riceve da fonti diverse. Una si chiama Euramis, ed è la ciclopica banca dati di tutte le traduzioni fatte da altri traduttori come lei (o magari da lei stessa: in ogni caso versioni di cui fidarsi) da cui prendere parole/frasi. Il sistema propone pezzi di testo, come – chiedo venia agli sviluppatori – una specie di correttore molto potenziato, assegnando a ogni frammento una percentuale di similitudine con il nuovo testo. Infine c’è la traduzione automatica di eTtranslation che genera un testo nuovo.

La cosa da capire, scontata solo per chi è del mestiere, è che ormai quasi nessuna traduzione parte da un foglio bianco.

Non abbassare la guardia. Mai

L’altra cosa da tenere bene a mente, però, è quella che ripetono in coro Rizzotto e Calamita: «Anche quando la traduzione proposta, recuperata dalla nostra banca dati, ha un marchio di attendibilità del 100 per cento, noi comunque la controlliamo». E fanno bene perché addirittura Euramis una volta voleva rendere Turkey con tacchino mentre si parlava di Turchia (chissà come l’avrebbe presa bene Erdogan). Per non dire del campionario di errori, per la maggior parte imputabili a un difetto di comprensione del contesto, che le due professioniste mi mostrano con una certa, comprensibile soddisfazione. Come quando, in un comunicato stampa, Gentiloni avrebbe denunciato la «brutale invasione compiuta dall’Ucraina».

«Senz’altro l’assistenza digitale ci ha rese più veloci, ma non bisogna mai abbassare la guardia perché testi linguisticamente plausibili possono contenere sfondoni colossali» avverte Calamita. Tipo l’inglese “quaffable”, “beverino” in regolamenti enologici, reso con l’ineffabile “ceccante” (che in toscano vuol dir cantastorie e col vino ha a che fare solo perché è il nome di un’etichetta). Non a caso gli informatici parlano di “allucinazioni”.

La sicurezza dei dati

In verità, prima delle due super-traduttrici italiche, avevo incontrato il loro superiore gerarchico. Il cipriota Christos Ellinides guida la Direzione Generale Traduzione (DGT). La circostanza che sia un informatico di formazione, e non un linguista, non mi sembra trascurabile nello strologare il futuro del settore. Esordio brutale: vedete l’Intelligenza Artificiale come amica o nemica? «Né l’una né l’altra. Piuttosto un’alleata, un’abilitatrice e uno degli strumenti a nostra disposizione. Con la traduzione assistita già molto precisa mentre quella automatica non lo è ancora». I traduttori la pensano come lei? «All’inizio erano più esitanti, come davanti a ogni novità, e ora mi sembrano molto a loro agio con queste tecnologie».

Resta che, nell’ultimo decennio, i vostri ranghi si siano ridotti del 20 per cento e mi sembra difficilmente negabile che un ruolo l’abbia avuto l’automazione… «Di certo la produttività è cresciuta grazie alle macchine. Ma non abbiamo licenziato nessuno, nessuno ha perso il suo posto per l’I.A.». Ma 500 persone che dovevano essere assunte non lo sono state, così come le 7.800 che dovevano entrare da Ibm che ora pensa di sostituirle con ChatGpt e affini. Se la tendenza procede come nell’ultimo decennio, nel 2033 ci saranno 4-500 traduttori in meno? «Non è detto, perché questa tecnologia ha raggiunto una specie di plateau». Che è l’unica risposta non sostanziata e largamente smentita dalle cronache recenti: sull’I.A. abbiamo visto giusto i titoli di testa di un film ancora tutto da scrivere. Quanto al loro eTranslation, gratuitamente disponibile anche per amministrazioni locali, ricercatori e altri soggetti non profit, ne sono fierissimi ma non è pensato per fare concorrenza a Google Translate e DeepL («Il nostro ruolo non è interferire col mercato»). Rispetto alla concorrenza commerciale il suo vantaggio è che i dati, magari un regolamento ancora da approvare, non escono mai dai server comunitari. E non è una differenza da poco rispetto alle preoccupazioni anche recenti su privacy e sicurezza.

«Il futuro? Peggiore per 3 su 4»

Qui nessuno dà del killer all’I.A. Sono professionisti eccellenti, massimo rispetto. Però esiste anche un dato di realtà (- 20 per cento in 10 anni) e un bias, molto umano, di indorarsi la pillola circa il proprio futuro. Chiedo dunque a un sindacalista di lungo corso, Cristiano Sebastiani che guida Renouveau&démocratie, principale sigla per la difesa dei diritti degli euroburocrati.

«Nella riduzione degli organici c’entra la traduzione assistita ma anche il ricorso più massiccio all’esternalizzazione. Un percorso che la pandemia ha favorito, col budget per pagare i freelance cresciuto del 38 per cento in un decennio».

Lui non è un traduttore, si occupa di appalti, ma ha chiesto ai suoi iscritti e preso appunti. Gli hanno detto che «ci dovrebbe essere sempre una revisione umana delle cose tradotte in automatico mentre a volte salta», perché manca il tempo. Uno dei nodi chiave è questo: «La DGT è a un bivio storico con sempre meno risorse per l’organico e la tecnologia che ne ridefinisce ruolo e professione» rischiando di trasformare i traduttori in «valutatori e editor di traduzioni automatiche».

D’altronde nello stesso decennio in cui gli organici decrescevano, crescevano i carichi di lavoro (+25 per cento). Sproporzione tamponata con più macchine e più esterni. Ma fino a quando? Sebastiani: «Il 73 per cento dei traduttori nostri iscritti ritengono che le condizioni di lavoro in futuro peggioreranno». Quel che è già peggiorato è la paga: prima si entrava come funzionari, sui 6.000 euro al mese, ora come agenti contrattuali, generalmente a tempo, sui 2-3.000.

Benvenuti nel post-editing 

Nei contratti con fornitori esterni una traduzione completa viene pagata tra i 20-40 euro a cartella. Mentre, sul mercato, il post-editing, revisione del lavoro della macchina, metà o anche meno. Eppure, nonostante tutti questi indizi, rue de Genève 6 è ancora un palazzone de-pessimistizzato. «Il 65 per cento del nostro lavoro riguarda la legislazione» rivendica Rizzotto «il che comporta, quanto a responsabilità, un livello di esattezza assoluto. Non a caso qualcuno ci definisce co-estensori. E, quanto a sfide linguistiche, concetti nuovi, termini inediti – pensate solo al Covid – niente che le macchine possano ancora replicare».

Nessuno più del cronista che, da neolaureato tentò invano il concorso da traduttore Ue, ha venerazione verso il loro talento. Ma sa anche che, nella collisione sempre più frequente tra qualità e risparmio garantito dalle macchine, il secondo sempre più spesso la spunta. Hanno cominciato a fare a meno del controllo umano su certi comunicati stampa. Non si fermeranno.

Ho chiesto a ChatGPT una citazione a tema. Ha tirato fuori Borges: “Può un robot tradurre un libro? Certamente. Ma può anche ballare il tango?”. In pista e alla scrivania, va da sé, Paola e Ottavia vincono ancora a mani basse.

Sul Venerdì del 30 giugno 2023

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