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Le lettere inedite della giovane Anna Maria Ortese

Napoli, 4 novembre 1940: la foto della giovane Anna Maria Ortese (1914-1998) con dedica alla sua amica Marta Maria Pezzoli.

 
La raccolta “Vera gioia è vestita di dolore” risale agli anni duri della guerra. Ma la grande Storia ne resta fuori
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Affiorano da un archivio privato bolognese cinquantacinque lettere inedite di Anna Maria Ortese, diario intimo e dolentissimo d’una giovane donna che negli anni del ferro e del fuoco va in cerca di se stessa e del proprio destino. La parola guerra però non compare quasi mai. Né vengono evocati il regime fascista, il Duce, il mondo grande e terribile che fa da fondale silenzioso alle missive spedite dal 1940 al 1944 all’amica Marta Maria Pezzoli detta Mattia.

La Storia resta fuori. Al centro di queste pagine c’è solo la guerra privata dell’autrice con il proprio «livore selvaggio», con «un corpo monotono e insignificante», con la solitudine, con «l’insofferenza alla felicità altrui», con «il grigiore che è in me, uniforme pla…

Affiorano da un archivio privato bolognese cinquantacinque lettere inedite di Anna Maria Ortese, diario intimo e dolentissimo d’una giovane donna che negli anni del ferro e del fuoco va in cerca di se stessa e del proprio destino. La parola guerra però non compare quasi mai. Né vengono evocati il regime fascista, il Duce, il mondo grande e terribile che fa da fondale silenzioso alle missive spedite dal 1940 al 1944 all’amica Marta Maria Pezzoli detta Mattia.

La Storia resta fuori. Al centro di queste pagine c’è solo la guerra privata dell’autrice con il proprio «livore selvaggio», con «un corpo monotono e insignificante», con la solitudine, con «l’insofferenza alla felicità altrui», con «il grigiore che è in me, uniforme placido, intollerabile», con un dolore tenace e irredimibile che diventa la città d’elezione, «la mia vera patria», naturale riflesso del cataclisma che deflagra in casa Ortese portandole via – dopo la perdita nel 1933 del fratello Emanuele Carlo, detto Rassa – il gemello Antonio, tenente di vascello ucciso nel 1937, e poi Raffaele ufficiale di macchina fatto prigioniero a Cuba, e infine il padre Oreste destinato in Albania. Seppure mai nominato, il lutto delle armi permea ogni parola della scrittrice, segnata dall’assenza di chi c’era e ora non c’è più. E il dolore di vivere diviene la cifra naturale con cui muoversi, pensare, studiare, amare, comporre versi, scrivere, confessarsi anche con l’amica Mattia, consolatrice dei suoi affanni.

La perdita dei fratelli

Vera gioia è vestita di dolore è una delle tante invenzioni ossimoriche di questa raccolta epistolare scelta da Adelphi per il titolo del volume, come segnata dall’ossimoro è la condizione esistenziale della scrittrice, eternamente sospesa tra allegria e tormento, cielo e terra, angeli e diavoli, felicità artistica e pensieri di morte, perché «la vita non va vissuta assoluta, bisogna mescolarvi molta polvere e molto amaro, o lo splendore e la dolcezza di questa bevanda ci ucciderebbero». Perfino il tempo non si sottrae al destino di «arte malefica e divina», capace di cancellare le presenze o al contrario di consegnarle alla memoria. È soprattutto sul dolore che bisogna lavorare «per farne dolcezza», «ottenere qualche lume dalla gioia è cosa troppo facile».

Sembrano quasi un manifesto di poetica le lettere scritte da Ortese non ancora trentenne. E non è certo un caso che il suo esordio letterario abbia coinciso con la perdita del fratello Emanuele, il marinaio nelle acque della Martinica, a cui dedica nel 1933 la sua prima poesia che la fa conoscere al pubblico italiano. Così come l’altro grande trauma della vita – focus centrale dell’epistolario – è l’assassinio del fratello gemello, il Capitano di Angelici dolori, un uomo «buono, giusto e allegro» il cui ricordo torna ossessivo in ogni momento della giornata, «ogni volta che sto per ridere oppure ho riso, ogni volta che sto per godere oppure ho goduto, ogni volta che sto per sperare oppure ho già sperato». È all’amica Mattia che Anna Maria rivela la vera causa della morte di Antonio, «non in una rivolta era caduto, ma assassinato o pugnalato o qualcosa di simile», «dopo aver lottato lungamente». Un dettaglio feroce che la perseguita. E la pagina scritta diventa il suo riparo, lo scrigno dove riporre «le cose azzurre, sante, delicate di questo mondo», «cose per lo più sparite».

Il conforto della sorellanza

Nel saggio Tra amiche, alla fine del volume, la curatrice Monica Farnetti molto insiste sull’importanza delle relazioni femminili proprio nella stagione dell’inverno italiano, quando il nucleo famigliare si disperde e Anna Maria cerca conforto nella sorellanza allargata, in quella «comunità di consolazione» che la comprende fino in fondo nel suo tormento («Io amo chi mi vuol bene nella mia disperazione»). Ma qui inevitabilmente, nell’assenza di Mattia e delle sue lettere andate perdute, quello della scrittrice diventa uno «sfogo lirico» monologante attraverso il quale si intravvede appena l’ombra dell’interlocutrice, ridotta a sponda delle vibrazioni emotive dell’amica letterata. Lo stile è già maturo, «una di quelle invenzioni che non si possono imparare» – avrebbe detto della sua scrittura Giorgio Manganelli - per la «complessità di suoni, di echi, di stridori e rintocchi» di cui solo Ortese era capace.

All’inizio del carteggio Anna Maria ha ventisei anni, è un’autrice già riconosciuta grazie ai racconti di Angelici dolori pubblicati da Bompiani con il patrocinio di Massimo Bontempelli. È ancora incerta sul suo avvenire letterario, altalenante tra la passione totalizzante per la scrittura e il sospetto che la vita vera si svolga al di fuori della pagina («Non ho sete che di gioia, di luce, d’amore. E tutto questo non c’è, tra le carte. Scrivere è uguale al canto raccolto e disperato del mare, nelle insenature segrete. È il rifugio triste, non è la vita. Vorrei essere dove tutti voi siete»). Mattia ha quattro anni di meno, è una studentessa di Lettere, con l’amica condivide la predilezione per Katherine Mansfield («dio di pace di bontà») e l’insofferenza per la povera e molto strapazzata Alba de Céspedes («mi fa stizza e confusa gelosia», confida Ortese). Separate da diverse centinaia di chilometri e dalla guerra cominciata proprio nel giugno del 1940, Mattia a Bologna e Anna Maria a Sant’Agata sui Due Golfi – un paesino della penisola sorrentina – le due giovani donne si fanno forza vicendevolmente, scambiandosi letture e poesie («scrivere poesie è come sollevarsi in punta di piedi e salire verso l’aria»). La scrittrice ha a cuore il benessere dell’amica e la esorta costantemente a coltivare e ad amare la sua personalità, «l’unica fonte di gioia che ci sia concessa nella vita».

L’intimità si misura anche nella confidenza amorosa, spesso segnata dall’infelicità. E se Mattia insegue il suo sogno con l’aviatore Adriano Visconti, Anna Maria confessa un sentimento per il poeta Alfonso Gatto che però non la ricambia e quindi viene perennemente ritratto con i colori della sofferenza, figura silenziosa e distratta che passeggia sul Lungarno fiorentino o voce muta che non risponde alle lettere.

Una famiglia dispersa

L’amicizia con lo scrittore era nata grazie alla rivista L’Italia letteraria, sodalizio intellettuale destinato a trasformarsi in una passione tenace nel tempo. Donna intimamente libera, anticonformista come tutte le artiste, Anna Maria va in cerca di «un’armonia» che a un certo punto si chiede debba essere trovata «nell’amore di un uomo e dei figli», ma è lei stessa a darsi una risposta. «Io sono come un albero che vuole mettere in cielo le sue radici. Povero albero, solo la terra è per esso. Di questo credo io soffro». Prima ancora di conoscerlo, riversa su Gatto aspettative di conforto che andranno deluse. «Tu mi conosci Mattia, sai per quanto nero io passi a volte, spero che questa persona mi possa fare non troppo, ma un po’ di bene». Finirà per paragonarlo a una nuvola, fonte di turbolenza in un paesaggio dell’anima già fortemente frastagliato.

Le ultime lettere ci portano a San Martino al Cimino, vicino a Viterbo, dove «tra disordini e affanni» gli Ortese sono sfollati nel luglio del 1943, poco prima della caduta di Mussolini. Alle spalle ancora dispersioni famigliari, con la madre malata confinata a Sant’Agata, il padre a Napoli insieme ad Anna Maria e all’altra figlia Maria, in un’atmosfera di privazione che impregna di malinconia ogni missiva. In fondo è la famiglia a costituire il tema essenziale di questo epistolario, il disfacimento di una rete affettiva che molti anni dopo, alla metà dei Settanta, Ortese avrebbe fatto rinascere nel suo libro autobiografico Il porto di Toledo. Vi ritraeva il mondo della sua adolescenza dove «uomini e donne possono non avere vero nome, essere unicamente forze ostinate, ignoti suoni. C’è la storia fuori, c’è la Tigre (ovvero la guerra) nel cielo; e qui, nulla. Come in una casa (città) dimenticata». Le premesse del suo romanzo famigliare erano già tutte scritte nelle lettere a Mattia.

Sul Venerdì del 30 giugno 2023

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