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Mercanti (d’armi) in fiera

un ospite del Lesotho scatta foto durante l’esposizione AAD di Pretoria (Sudafrica) nel 2018. Nikita Teryoshin

 
C’è un filo che lega Perù e Sudafrica, Corea e Polonia: le mostre mercato di missili e bazooka. E c’è un fotografo che in quattro anni, tra selfie e tartine, ne ha raccontate 14. Ora un festival lo celebra
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Da qualche parte in Abu Dhabi, 2019. Quattro inservienti portano in sala una enorme torta di quelle da festa di compleanno aziendale, un materasso di carboidrati ipercalorici mollicci. Ma le decorazioni del topping sono davvero originali: sette proiettili di grosso calibro, poi carri armati, caccia supersonici, navi da guerra e in mezzo una pittoresca allegra esplosione multicolore di zucchero filato o qualcosa del genere. Si festeggia il venticinquesimo anniversario di Navdex, una delle più frequentate fiere internazionali di armi da guerra. Nikita fa appena in tempo a inquadrare nel mirino quella zuccherosa metafora di distruzione, che già una calca di ufficiali in alta uniforme, signore in tacco quindici e businessmen in completo di sartoria si avventano sulla preda e la fanno a brandelli, in euforico caos, senza neppure procurarsi prima un piattino, zappando direttamente con la forchettina nella torta, fra grida di «Ecco, questo è un vero campo di battaglia!». Quel che si dice: un…

Da qualche parte in Abu Dhabi, 2019. Quattro inservienti portano in sala una enorme torta di quelle da festa di compleanno aziendale, un materasso di carboidrati ipercalorici mollicci. Ma le decorazioni del topping sono davvero originali: sette proiettili di grosso calibro, poi carri armati, caccia supersonici, navi da guerra e in mezzo una pittoresca allegra esplosione multicolore di zucchero filato o qualcosa del genere. Si festeggia il venticinquesimo anniversario di Navdex, una delle più frequentate fiere internazionali di armi da guerra. Nikita fa appena in tempo a inquadrare nel mirino quella zuccherosa metafora di distruzione, che già una calca di ufficiali in alta uniforme, signore in tacco quindici e businessmen in completo di sartoria si avventano sulla preda e la fanno a brandelli, in euforico caos, senza neppure procurarsi prima un piattino, zappando direttamente con la forchettina nella torta, fra grida di «Ecco, questo è un vero campo di battaglia!». Quel che si dice: una fame da morire.

Affari internazionali

«In quegli stessi giorni, a poche centinaia di chilometri di distanza, Emirati e Arabia stavano bombardando i civili in Yemen». Nikita Teryoshin racconta ancora quel momento sconcertante come una specie di summa, di apice, di climax del suo reportage fotografico, durato quattro anni, nel mondo letale e grottesco del mercato internazionale delle armi da guerra. Quattordici fra le più grandi fiere della morte all’ingrosso, dalla Polonia alla Corea del Sud, dal Perù all’India agli Usa, ovviamente, e anche in Russia. «Non è solo la faccia nascosta della luna. È una completa, surreale inversione della realtà: le fiere di armi sono i luoghi in cui si vendono i macchinari della catena di montaggio della morte, ma lo si fa tra brindisi, risate, calici di buon vino, gadget, allegria, chiacchiere sui canapè di design, cupcake, vestiti costosi e alberghi di lusso». Nothing Personal - The Back Office of War è un reportage ormai completo. Lo potremo vedere sotto forma di mostra in tutto il suo sconcertante splendore in uno dei festival di fotografia più interessanti in Italia, Cortona on the Move, che il curatore Paolo Woods quest’anno ha voluto dedicare al grande tema alla radice di tutte le guerre, di tutti gli squilibri del Pianeta: More or Less, l’abisso fra poveri e ricchi. Sarebbe anche un libro, è già pronto, se avesse trovato un editore abbastanza coraggioso. In mancanza, Nikita sta avviando una raccolta fondi sulla piattaforma Kickstarter. Eppure, a uno sguardo distratto, non c’è proprio nulla di disturbante, anzi, in queste immagini squillanti di stand luminosi, pulitissimi, dai colori invitanti, presidiati da hostess e venditori gentili ed eleganti.

Visitatori divertiti giocano coi simulatori ammazzando nemici ipotetici, che però presto saranno reali. Un generale con i dépliant sottobraccio si fa un selfie davanti a un tank, una visitatrice pilucca l’appetizer ai gamberetti sotto il tiro di un cannone da marina, e alla fine della giornata uno standista ripone due missili da bazooka nello sgabuzzino dello stand come se fossero scope, mentre un altro chiacchiera al cellulare. In effetti, potrebbe essere una fiera di aspirapolveri, «con la sola differenza che quelli tolgono la polvere dalle case, mentre i missili riducono le case in polvere».

Passaporto al rogo

Nikita Teryoshin è un fotografo nato in Russia, nella città che ancora si chiamava Leningrado. Ma da venticinque anni vive in Germania, prima a Dortmund ora a Berlino, e un anno fa, allo scoppio della guerra in Ucraina, ha bruciato il suo passaporto russo: «Un gesto simbolico contro la guerra e il regime, conta poco, ma era giusto farlo. Penso che Putin dovrebbe andare davanti alla corte dell’Aia». È un fotoreporter, lavora per grandi testate internazionali, ma di una generazione che ha capito che la realtà delle cose si nasconde dietro l’evidenza dei fatti, e spesso si può raccontare solo andando a frugare dietro il backstage. Nel 2016, su commissione di un magazine, andò a documentare la più importante fiera tedesca di armi da caccia, a Dortmund. «Fui sconvolto dal vedere la leggerezza, la gaiezza con cui migliaia di persone, bambini compresi, si avvicinavano alle armi». L’idea di andare a vedere se succede la stessa cosa quando la preda predestinata è umana venne di conseguenza. «Non ho nessuna tesi da dimostrare. Mi interessa solo mostrare alla gente quello che sta dietro le quinte della guerra». In realtà «tutti fotografano, alle fiere di armi. C’è spesso una giornata di apertura al pubblico generico, e i selfie sono numerosi. Ma sia le immagini professionali che quelle private restano riservate a pochi. I grandi media non amano mostrare il supermercato della distruzione».

Accedere alle fiere di armi, comunque, non è stato difficile. «Ti accrediti, e puoi fotografare quanto credi. Al massimo ti chiedono di evitare dettagli troppo ravvicinati dei sistemi d’arma, per problemi di spionaggio industriale». Nelle fotografie di Teryoshin, i volti non si vedono. È una scelta, non solo per problemi di privacy. «Non mi interessa dipingere queste persone come supercattivi, non è un problema di individui. L’anonimato degli operatori mi serve per mettere al centro il sistema. Nascondere una faccia dietro una bomba credo dia un’idea simbolica di quel mondo».

Smaltire le scorte

Che è la fiera della banalità del male: esposti come arredi per il bagno, ben illuminati, gli aggeggi mortali cercano perfino di essere belli, del tutto inutilmente vista la funzione: lisci, cromati, spesso incongruamente colorati. È l’apoteosi dell’eufemismo. Gli slogan delle aziende produttrici sembrano scritti nella più ipocrita neolingua di Orwell: “Da settant’anni in difesa della pace”, “Stiamo progettando un futuro migliore”.

Ma attenzione: se il linguaggio di Nikita è volutamente grottesco e sarcastico, dietro lo schermo le cose si fanno serie. Un mercato mondiale da 600 miliardi di dollari. Governi che sono sia clienti che venditori. Frequentando le fiere di armi, Nikita ha toccato con mano la vera relazione tra economia e guerra, che è speculare rispetto a quel che crediamo: è la disponibilità di armi a creare la guerra, non è la guerra che sollecita la produzione di armi. «La guerra è semplicemente il mercato di consumo delle armi. Le armi devono essere consumate per poterne produrre altre. Le guerre servono per smaltire scorte e rinnovare la produzione e il profitto. A volte anche come collaudo di nuovi sistemi. Una indicazione frequente nelle presentazioni da fiera è battlefield tested, cioè sperimentata sul campo di battaglia». Avere già ammazzato, per un’arma è un valore commerciale aggiunto. Da scrivere in grande sulla confezione.

Sul Venerdì del 7 luglio 2023

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